17 settembre 2020 10:05

Una delle principali debolezze dell’Europa è la sua incapacità di prendere decisioni rapide e forti sui temi esterni che la riguardano, e di far rispettare i valori che professa.

Il 16 settembre, nel suo primo discorso sullo “stato dell’Unione”, la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen ha affrontato l’argomento in modo risoluto, con un annuncio e una sfida lanciata agli stati.

L’annuncio risponde a una richiesta avanzata diversi anni fa durante un voto al parlamento europeo: l’adozione di una “legge Magnitskij” europea. Si tratta di una norma statunitense del 2012 che porta il nome di Sergej Magnitskij, un avvocato russo impegnato nella lotta contro la corruzione e morto in un carcere russo nel 2009. La legge ha permesso di sanzionare tutte le persone legate alla morte di Magnitskij e di evitarne l’impunità. Da allora la norma è stata ampliata e usata in diversi contesti, per esempio nei confronti dei funzionari sauditi coinvolti nella morte del giornalista Jamal Khashoggi.

Una svolta evidente
Una legge di questo tipo permetterebbe all’Europa di agire in un caso come quello dell’avvelenamento dell’oppositore russo Aleksej Navalnyj (vittima del Novichok, un prodotto sviluppato dallo stato russo) o di affrontare con decisione la repressione in Bielorussia. La presidente della Commissione ha inoltre fatto riferimento alla situazione di Hong Kong e alla sorte degli uiguri nell’ovest della Cina, lasciando intravedere sanzioni mirate contro il regime cinese.

Si tratta evidentemente di una svolta per l’Unione europea, ormai ridotta al silenzio in materia di difesa dei diritti umani. Ursula Von der Leyen ha deciso di lanciare una sfida ai 27: passare dall’unanimità a una maggioranza qualificata per le decisioni legate ai diritti umani o all’imposizione di sanzioni.

Secondo la presidente l’Unione non può tollerare “zone senza lgbt” come quelle proclamate in alcune località polacche

La mossa della presidente nasce dalla consapevolezza che “anche le più semplici dichiarazioni sui valori dell’Unione sono costantemente ritardate, edulcorate o bloccate per altri motivi”. In effetti, fino a pochi giorni fa, Cipro ha bloccato l’imposizione di sanzioni contro alcuni funzionari bielorussi solo per denunciare l’insufficienza del sostegno ricevuto nel suo conflitto con la Turchia. La maggioranza qualificata eviterebbe questo genere di situazioni, che indeboliscono la credibilità dell’Unione.

I 27 sono davvero pronti a compiere questo passo? È una domanda ragionevole, perché la principale debolezza dell’Unione è interna. Il 16 settembre Ursula Von der Leyen ha invitato l’Europa a cambiare orientamento quando si tratta del rispetto dei valori. Secondo la presidente l’Unione non può tollerare “zone senza lgbt” come quelle proclamate in alcune località polacche.

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Von der Leyen ha inoltre parlato dei rifugiati del campo di Moria, sull’isola greca di Lesbo, devastato da un incendio: “Non abbiamo altra scelta se non quella di mostrarci capaci di gestire insieme il tema dell’immigrazione”, ha precisato la presidente, aggiungendo che ognuno deve fare la sua parte. Anche in questo caso gli sguardi volgono verso la Polonia e l’Ungheria, ma non solo.

Nel contesto delle varie sfide che attendono l’Europa, dalla pandemia con le sue conseguenze economiche alla transizione ecologica e alla sovranità tecnologica, questo soffermarsi sui valori e la difesa dei diritti umani ha un grande significato simbolico. Resta da capire se l’Europa sarà capace di diventare una potenza completa e soprattutto di agire come tale.

(Traduzione di Andrea Sparacino)