12 marzo 2021 10:08

È un triste anniversario. Dieci anni fa esplodeva la rivolta popolare in Siria contro il regime dittatoriale di Bashar al Assad. Questi dieci anni hanno segnato una discesa all’inferno paragonabile a quella di pochi paesi, e lasceranno tracce per generazioni.

Tutto è cominciato il 15 marzo 2011, quando i ragazzi di Deraa, città del sudovest, scrissero sui muri “è arrivato il tuo turno, dottore”. Il dottore in questione era Bashar al Assad, oftalmologo di professione, dittatore per lealtà familiare e di clan. Ben Ali e Mubarak erano già caduti e sembrava logico pensare che Assad sarebbe stato il prossimo.

Ma alla fine niente è andato come previsto, senz’altro perché la dittatura del partito Baath non si è lasciata rovesciare facilmente come le altre, ma anche perché l’internazionalizzazione del conflitto ne ha determinato il decorso.

Una vaga idea della tragedia siriana
In un decennio il bilancio in termini di vite umane è stato mostruoso. Quasi 400mila morti e sei milioni di profughi, più altri sei milioni di sfollati. Oggi l’80 per cento della popolazione siriana vive in condizioni di povertà. Due milioni e mezzo di bambini non possono frequentare la scuola. Questi numeri forniti da un collettivo di ong internazionali danno soltanto una vaga idea della tragedia siriana.

Il regime, intanto, è rimasto al suo posto. Nel 2011 pochi osservatori immaginavano che Assad sarebbe stato ancora al potere dieci anni dopo, e nelle capitali occidentali nessuno dava molte possibilità di sopravvivenza al dittatore. Ma bastava andare a Beirut, dove conoscono benissimo la Siria, per capire che il conflitto sarebbe “durato per anni”. Sono parole del ricercatore francese Michel Seurat, ucciso dopo essere stato rapito da Hezbollah nel 1985. Seurat era stato premonitore parlando della Siria del clan Assad come di uno “stato di barbarie”, titolo di una raccolta dei suoi scritti.

La comunità internazionale non ha saputo mettere fine alla tragedia

La barbarie di certo non è mancata, nei centri di tortura del regime, largamente documentati e perfino fotografati, e nei campi dei jihadisti del gruppo Stato islamico, la cui irruzione in Siria e in Iraq ha cambiato il corso della guerra a spese dei ribelli, che in molti casi non condividevano l’ideologia assassina del califfato.

La comunità internazionale non ha saputo mettere fine alla tragedia. Le forze esterne in campo sono numerose e in tutti i casi hanno partecipato alla sventura del popolo siriano, con le loro azioni o con la loro immobilità. La Russia e l’Iran hanno salvato il regime di Damasco da un probabile crollo; la Turchia ha inaugurato in Siria la sua politica interventista dettata dalla questione curda; gli occidentali hanno tergiversato nel sostenere i ribelli non jihadisti.

Il costo del non intervento
Conosciamo le conseguenze disastrose degli interventi armati, da quello statunitense in Iraq del 2003 a quello avviato dalla Francia in Libia nel 2011. Ma ora conosciamo anche il costo del non intervento, come quello deciso da Barack Obama nel 2013 nonostante l’esercito di Assad avesse usato armi chimiche. Nessuno può riscrivere la storia, ma l’impotenza occidentale in Siria ha contribuito al calvario dei siriani e all’audacia crescente di Vladimir Putin.

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Comunque si vogliano analizzare questi dieci anni, è innegabile che ci sia stato un terribile fallimento collettivo da cui la Siria non si rimetterà presto, tanto meno considerando che le cause della rivolta del 2011 sono ancora presenti. Assad continua a regnare, ma su un cumulo di macerie.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Sabato 13 marzo, alle 18, un incontro sulla situazione in Siria apre il quinto appuntamento del festival di Internazionale 2020-2021 che si può seguire sulla pagina Facebook di Internazionale.

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