Nei trent’anni passati si è verificato un piccolo miracolo: la commemorazione del massacro di Tiananmen del 4 giugno 1989, vietata sul territorio cinese, non era stata proibita a Hong Kong, anche dopo il passaggio di consegne della sovranità dal Regno Unito alla Repubblica popolare cinese, nel 1997. Era un motivo d’orgoglio e di distinzione per gli abitanti di Hong Kong, che ogni anno partecipavano a un’immensa veglia a lume di candela in memoria delle vittime della repressione sanguinaria della “primavera di Pechino”.

Ora è tutto finito, e Hong Kong è stata rimessa in riga. Nel 2020 la commemorazione rituale era stata proibita a causa della pandemia, ma migliaia di persone avevano comunque sfidato il divieto. Oggi molti attivisti si trovano in carcere a causa di quel gesto, tra cui Joshua Wong, il giovane attivista per la democrazia.

Quest’anno è stato fatto un passo ulteriore. Certo, il covid-19 è ancora presente, ma l’elemento decisivo è l’entrata in vigore della nuova legge sulla sicurezza nazionale, che potrebbe comportare una pena fino a cinque anni per chiunque partecipi a una commemorazione del massacro. Inoltre nella giornata del 4 giugno vige il divieto di vestirsi di nero e portare con sé una candela.

Una storia mistificata
La memoria, in questo caso, è uno strumento di legittimità, perché due anniversari entrano in concorrenza tra loro: quello di Tiananmen, il 4 giugno, e il centenario della nascita del Partito comunista cinese, il prossimo 1 luglio.

Il primo anniversario commemora una giornata funesta in cui l’Esercito di liberazione popolare sparò sui giovani di Pechino, provocando un numero di vittime che ancora oggi, più trent’anni dopo, è difficile da stimare con precisione. Il secondo anniversario celebra invece un partito che rivendica una storia mistificata, da cui sono state rimosse tutte le controversie.

Con Ji Xinping la storia ufficiale del Partito comunista è stata riscritta cancellando ogni contraddizione

Alla morte di Mao, nel 1976, Deng Xiaoping aveva riassunto il periodo maoista con una celebre formula: “70 per cento positivo, 30 per cento negativo”. Deng sapeva benissimo di cosa parlava: lui stesso era stato epurato durante la rivoluzione e suo figlio era stato defenestrato dalle guardie rosse all’università solo perché aveva il suo nome.

Promessa infranta
Sotto Xi Jinping il Partito comunista non ammette più nemmeno questa percentuale “negativa”, e riscrive una storia ufficiale che non accetta alcuna contraddizione.

Nella Cina continentale gran parte dei giovani ignora del tutto un evento traumatico di cui non si trovano tracce né sul web cinese né sui libri di storia. Lo stesso accadrà un giorno a Hong Kong se la tradizione sarà interrotta e la paura prevarrà.

Hong Kong aveva ricevuto la promessa di mantenere un’autonomia politica per cinquant’anni dopo il passaggio di consegne del 1997, ma Pechino non ha voluto aspettare mezzo secolo. Ogni giorno il territorio si trasforma un po’ di più in una città cinese come le altre. La promessa è stata chiaramente infranta.

In pieno scontro con gli Stati Uniti, oggi il regime cinese vuole mantenere un controllo assoluto sulla popolazione. Questo processo passa anche per il controllo della memoria, al punto che la Cina si sta trasformando, per riprendere il titolo del libro di Louisa Lin The people’s republic of amnesia, nella repubblica popolare dell’amnesia.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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