Scontri tra manifestanti e soldati a Pechino, il 3 giugno 1989. (Jeff Widener, Ap/Ansa)

Pechino continua a negare il massacro di piazza Tiananmen

Scontri tra manifestanti e soldati a Pechino, il 3 giugno 1989. (Jeff Widener, Ap/Ansa)
03 giugno 2019 15:13

Dopo che suo marito è stato ucciso durante le repressioni di piazza Tiananmen, nel 1989, l’unico riconoscimento ufficiale ricevuto da You Weijie è stato un piccolo pagamento in denaro da parte della sua unità di lavoro. Il marito di You, Yang Minghu, impiegato in un ufficio brevetti, aveva 42 anni ed è stato ucciso da una raffica di colpi in una strada di Pechino, mentre l’esercito avanzava nella piazza per imporre la legge marziale. Yang era solidale con i manifestanti che chiedevano democrazia ed era uscito di casa presto, il 4 giugno, per assicurarsi che stessero bene.

È stato colpito da una pallottola quando l’esercito ha sparato nella folla, diventando una delle centinaia di persone, forse più di mille, uccise dalla repressione militare contro le proteste considerate dai dirigenti nazionali come una minaccia al potere del Partito comunista. Gli ottocento yuan inviati dall’unità di lavoro di You avrebbero dovuto compensarla della perdita della vita di suo marito, ma la donna li ha rispediti al mittente. “Non potevo usare quei soldi. Era la vita di una persona, il prezzo di una vita umana”, dice.

You, che oggi ha 65 anni, vuole un’indagine trasparente sui fatti del 4 giugno, e la punizione per i responsabili della repressione. Lei e altre persone che aderiscono al gruppo Madri di Tiananmen vogliono anche che il Partito comunista cinese smetta di dare la colpa degli eventi ai manifestanti.

Stabilità e sopravvivenza
Per ora non ha ricevuto alcuna scusa. Al contrario il partito ha confermato la sua sentenza, definendo le proteste “disordini”, “sommosse controrivoluzionarie” e “azioni contro il governo”. Da tre decenni si rifiuta di cambiare la sua versione su quel periodo, voltando le spalle alle richieste di riforma di allora e soffocando il dibattito, al fine di mantenere la stabilità e la sua stessa sopravvivenza.

Ma gli osservatori e alcune persone ben informate sostengono che il partito e il paese stiano pagando un prezzo per questa strategia trentennale e che, ostracizzando politicamente le voci critiche e rimanendo fedele alla sua linea autoritaria, avrà più difficoltà ad affrontare i cambiamenti, a causa dell’assenza di un sistema di pesi e contrappesi. Inoltre perderà l’occasione, riconciliandosi con le famiglie delle vittime, di lavare questa macchia dalla sua reputazione all’estero.

Esisteva un dibattito, all’interno del partito e dell’intellighenzia, su una migliore supervisione dell’organizzazione di governo

Le proteste di piazza Tiananmen furono il frutto, negli anni ottanta, di una ricerca d’identità politica nella Cina uscita dalla “rivoluzione culturale” degli anni sessanta. All’epoca l’opinione pubblica e l’élite politica volevano introdurre un sistema di equilibrio dei poteri, in modo da evitare il ripetersi dei problemi che in più dieci anni avevano mandato il paese in rovina.

Anche se la prospettiva di una democrazia multipartitica in stile occidentale non era mai stata presa in considerazione, esisteva un dibattito, all’interno del partito e dell’intellighenzia, su una migliore supervisione dell’organizzazione di governo e su un certo livello di separazione tra le sue funzioni politiche e quelle esecutive.

“Dovrebbe esserci un sistema di supervisione del potere del Partito comunista. Il potere non può essere monopolizzato”, ha scritto nelle sue memorie l’ex segretario generale del partito Zhao Ziyang. Allo stesso tempo erano state avviate delle trasformazioni economiche che avevano fatto affluire investimenti stranieri e avevano permesso la nascita di imprese private. Il paese aveva raggiunto un certo grado di ricchezza ma erano aumentate anche disuguaglianze e corruzione poiché, all’inizio, solo a pochi era stato permesso di cominciare ad arricchirsi.

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Le preoccupazioni sulla corruzione e il dibattito sul sistema politico confluirono, nella primavera del 1989, nelle proteste di piazza Tiananmen guidate dagli studenti.

Per circa due mesi i manifestanti chiesero apertamente profondi cambiamenti, sfidando il partito e secondo alcuni dei principali esponenti dell’organizzazione minacciando il governo comunista. Il leader Deng Xiaoping e i membri anziani più conservatori del partito temevano che le manifestazioni si diffondessero in altre città e fossero usate da forze straniere per rovesciare il regime comunista.

All’indomani della repressione del 4 giugno, i riformisti furono espulsi dal partito e la stabilità politica diventò la priorità. L’adozione di un sistema di pesi e contrappesi lasciò il posto alla paura di sommosse. Da allora il partito ha mantenuto il suo potere autoritario e tenuto a debita distanza qualsiasi riforma politica.

Glorie nazionali
“Il mantenimento della stabilità è un prodotto del 4 giugno. Dopo il 4 giugno è diventato necessario mantenere la stabilità con la forza”, spiega Bao Pu, figlio di Bao Tong, un consigliere di Zhao. Così facendo, il partito ha sperato di far esaurire le richieste di giustizia per i manifestanti di Tiananmen, una strategia concepita per minimizzare i rischi, dicono gli analisti.

Secondo Zheng Yongnian, direttore dell’istituto per l’Asia orientale presso l’Università nazionale di Singapore, se il partito cambiasse la sua versione a proposito del 4 giugno, dovrebbe adottare l’ideologia e i valori che ne stanno alla base, come la libertà e la democrazia.

“Se si cambia la sentenza, le incertezze diventano infinite”, spiega Zheng.

E così il partito ha adottato un approccio di governo neoautoritario e isolazionista, sostenendo uno stato forte in grado di ripristinare la gloria nazionale. Questo ha alimentato il nazionalismo e indebolito l’idea che la Cina debba trarre insegnamenti da altre forme di governo, tra cui la democrazia occidentale. Secondo Zheng, anche se l’occidente non ha per forza tutte le risposte, il partito deve rimanere aperto alla società in modo da avere il sostegno di un’ampia base formata dalle élite meritocratiche, comprese quelle imprenditoriali, accademiche e politiche. “Non dobbiamo necessariamente prendere lezioni dall’occidente perché il sistema multipartitico ha molti problemi. Tuttavia si dovrebbe affrontare il problema di come rendere il partito aperto a tutti e includervi tutte le élite”, dice.

Manifestanti mostrano una foto di vittime degli scontri a piazza Tiananmen, Pechino, il 5 giugno 1989. (Jeff Widener, Ap/Ansa)

Yu Jie, un accademico liberale andato in esilio negli Stati Uniti dopo essere stato arrestato per aver scritto un libro che criticava l’ex primo ministro Wen Jiabao, ha dichiarato che in passato il partito ha dovuto tollerare le voci critiche anche perché queste permettevano al paese di adattarsi alle nuove sfide. Oggi, invece, non c’è tolleranza per i pensatori critici o creativi. “Il partito accetta solo chi diffonde, difende e appoggia le sue decisioni. E così nessuno può lanciare un avvertimento e correggere il corso degli eventi nel caso venga presa una decisione sbagliata”, spiega Yu.

Secondo Andrew Nathan, professore di scienze politiche all’università di Columbia, poiché il partito non aveva una solida legittimità, sopprimendo ogni discussione ha amplificato le difficoltà. “Il problema, quando si reprime il dibattito… è che quando, in qualche modo, questo emerge nella sfera pubblica, lo scandalo e i pericoli per la legittimità del regime sono amplificati”, dice Nathan.

Energia dispersa
Senza una supervisione sulle attività del partito negli ultimi tre decenni è aumentata la corruzione mentre i funzionari hanno accumulato ricchezze personali, spiega il discendente di un influente funzionario comunista, secondo cui oggi esiste un diffuso disincanto a proposito dell’organizzazione e del suo futuro. “Molte persone hanno perso ogni speranza nel partito e lo considerano ormai un malato terminale”.

Buona parte dell’energia critica che potrebbe essere usata per far progredire la causa del partito e del paese si è da allora dispersa nel fare affari o è rimasta appannaggio di esuli politici. Per esempio l’ex leader studentesco Wang Dan continua a lanciare appelli per la democrazia ma non può mettere piede nella Cina continentale. L’ex presidente del sindacato studentesco dell’università di Pechino, Xiao Jianhua è invece diventato miliardario prima di essere arrestato nel quadro di un’indagine sulla corruzione. Dal 1989 molti intellettuali hanno ricevuto una forte pressione politica affinché seguissero la linea del partito e diventassero dei difensori del nazionalismo, consolidando il regime autoritario del partito. Kong Qingdong, che per breve tempo è stato un dirigente del movimento studentesco, è diventato famoso negli ultimi anni per i suoi provocatori commenti nazionalistici.

“Questi tre personaggi sono tipici e i loro percorsi simboleggiano quanto accaduto agli intellettuali”, spiega Yu.

Ma un eccesso di nazionalismo può rivelarsi un boomerang, dicono alcuni osservatori.

Secondo Zheng un esempio in tal senso sono state le critiche ricevute da Pechino a causa della guerra commerciale con gli Stati Uniti. In internet, alcuni utenti nazionalistici hanno accusato Pechino di aver fatto troppi compromessi con Washington. “I cittadini cinesi pensano che la Cina si stia arrendendo agli Stati Uniti. La delegazione commerciale deve fare i conti con un sacco di pressione e in rete circolano molte critiche”, dice Zheng.

Oltre ad aumentare i rischi interni, la decisione del partito di nascondere sotto il tappeto la repressione di Tiananmen ha ripercussioni più ampie sulla sua credibilità internazionale. Zheng sostiene che la sfiducia globale che ha perseguitato la Cina nei trent’anni successivi a Tienanmen non si è esaurita. “Il 4 giugno è stato un punto di svolta. Prima di allora l’occidente sperava ancora che la Cina si sarebbe sviluppata seguendo il suo esempio. Anche la società cinese lo pensava. Credeva di potersi sviluppare come l’occidente, attraverso le riforme”, dice Zheng. Ma rifiutandosi di fare chiarezza sul 4 giugno, la Cina ha rigettato dei valori universali. “La guerra commerciale è solo un’illusione: al centro c’è un conflitto tra ideologie e interessi materiali. L’occidente pensa che la Cina stia cambiando il suo sistema politico, e stia addirittura diventando una minaccia per l’occidente stesso”.

La sfiducia a Hong Kong e a Taiwan
Inoltre, questa attesa durata trent’anni ha alimentato una diffusa sfiducia nei confronti del partito a Hong Kong e a Taiwan, minando l’obiettivo di lunga data di Pechino di riportare l’isola tra le sue braccia.

Tanto che nel 2018 l’ex presidente filocinese Ma Ying-jeou ha escluso ogni trattativa di riunificazione se la posizione ufficiale di Pechino sul 4 giugno non cambierà.

Secondo Wang Kung-yi, professore di scienze politiche all’Università di cultura cinese di Taipei, la repressione di piazza Tiananmen continua a gettare una luce negativa sul partito e sul modo in cui tratta i cittadini. “Una simile impressione è servita solo a dissuadere i taiwanesi, abituati alla democrazia e alla libertà, dall’aderire all’idea di un’unificazione con la Cina”, dice Wang. Ma le cose potevano anche andare diversamente secondo Zhao Erjun, il figlio di Zhao Ziyang. Prima della morte di suo padre, era convinto che un’economia prospera e un sistema politico meno rigido avrebbero spianato la strada a una riunificazione con la Cina continentale. “Ma oggi, perché gli abitanti di Hong Kong non credono che la Cina possa mantenere la sua promessa di garantire l’autonomia di Hong Kong fino al 2037? Perché i taiwanesi sono riluttanti all’idea della riunificazione?”, si chiede retoricamente.

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A Pechino il tempo passa inesorabile per le madri di piazza Tiananmen, le famiglie e gli amici di quanti sono stati uccisi durante la repressione. You Weijie è diventata la portavoce del gruppo nel 2014, quando è morto il marito della fondatrice Ding Zilin, che ha 82 anni.

Nel corso degli anni i genitori più anziani delle persone uccise durante la repressione sono morti uno dopo l’altro, e il ricordo di quell’epoca comincia a svanire. Dei 180 aderenti iniziali, almeno cinquanta non ci sono più. Ancora oggi, You non può deporre dei fiori nel luogo dove è morto suo marito ed evita di mettere piede in piazza Tiananmen.

Ma è determinata a continuare la lotta per un conteggio dettagliato delle vittime e per l’identificazione delle persone uccise quella notte.

“Abbiamo insistito per trent’anni, e continueremo a farlo”.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato dal South China Morning Post.

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