29 dicembre 2021 10:26

Esistono simboli che pensiamo siano intoccabili e inattaccabili, come il nome di Andrej Sakharov e il lavoro sulla memoria dello stalinismo e del gulag portato avanti, anche prima del crollo dell’Unione Sovietica, da questo dissidente vincitore del premio Nobel per la pace.

Ma la verità è che niente è intoccabile per Vladimir Putin. Il 28 dicembre il presidente russo ha fatto bloccare dalla corte suprema la prestigiosa associazione Memorial, fondata da Sakharov più di trent’anni fa. Memorial è accusata di aver violato le leggi sugli “agenti esteri”. Una seconda procedura è stata avviata contro un’altra associazione legata a Memorial, il Centro per la difesa dei diritti umani.

È l’ennesimo colpo assestato contro la società civile russa, la cui esistenza è messa a repentaglio dall’accelerata repressione in corso da un anno, ovvero dal ritorno in patria dell’oppositore Alexej Navalnyj, oggi in carcere.

Riabilitazione selettiva
Bloccando Memorial Putin vuole controllare la scrittura della storia dell’Unione Sovietica, entità scomparsa da ormai trent’anni e il cui crollo è stato definito dall’attuale presidente russo “la più grande catastrofe geopolitica del ventesimo secolo”.

Putin ha attaccato un’istituzione che ha svelato i crimini di quello stalinismo di cui vorrebbe ripristinare la potenza, incarnata dalla vittoria sul nazismo.

Non bisogna sottovalutare la capacità dei regimi totalitari di controllare la memoria collettiva

Memorial rappresentava un ostacolo sul cammino della riabilitazione selettiva dell’Urss, in una visione “putiniana” che fissa nell’immaginario della Russia zarista e della virilità guerriera staliniana gli strumenti del suo potere assoluto.

Di sicuro non è un caso se il colpo di grazia assestato a Memorial coincide con le tensioni sull’Ucraina orchestrate dal Cremlino per ottenere dagli occidentali l’accettazione dell’esistenza di una sfera russa nello spazio ex sovietico. Un incontro russo-americano è previsto per il 10 gennaio per discutere questa rivendicazione da parte di Putin, dalle chiare reminiscenze storiche.

Non bisogna sottovalutare la capacità dei regimi totalitari di controllare la memoria collettiva. In questo Putin si ispira ai suoi amici cinesi, che attraverso un controllo assoluto sono riusciti a cancellare, generazione dopo generazione, il ricordo dei milioni di morti del “grande balzo in avanti” di Mao negli anni cinquanta o le vittime di piazza Tiananmen nel 1989.

Ma questa manovra non sempre funziona. Il primo atto di Memorial dopo la fondazione era stato quello di rivelare al pubblico russo la verità sul massacro di Katyn, lo sterminio di migliaia di ufficiali polacchi nel 1940, a lungo attributo ai nazisti dalla propaganda sovietica e che invece fu opera dell’Nkvd, il servizio di polizia segreta del ministero dell’interno sovietico. Sakharov riteneva che non fosse possibile costruire una società libera basata sulla menzogna.

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In un petizione firmata il mese scorso, anche Michail Gorbaciov, l’ultimo presidente dell’Urss, e Dmitrij Muratov, giornalista russo che ha ricevuto il premio Nobel per la pace nel 2021, hanno condiviso la loro “angoscia” per la messa al bando di Memorial, aggiungendo che il lavoro di conservazione della memoria è utile per evitare che i crimini del passato si ripetano, “oggi o domani”.

L’allarme, purtroppo, è stato ignorato.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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