21 marzo 2022 09:59

I sopravvissuti dell’assedio di Mariupol, grande porto ucraino sul mare d’Azov, descrivono la loro città come un “inferno sulla terra”. Sul sito del rispettabile Financial Times un uomo d’affari di Mariupol ha raccontato che alcuni abitanti della città sono costretti a uccidere i cani per sfamarsi. In questa città martire sono in corso combattimenti estremamente feroci, perché la sua conquista segnerebbe il primo successo importante per l’esercito di Vladimir Putin.

Dopo quasi un mese di guerra, il livello di brutalità continua ad aumentare in quella che si annuncia come una terribile battaglia per le città, compresa la capitale Kiev. È una violenza che osserviamo quasi in diretta sui nostri schermi, circondata dal flusso ininterrotto di profughi: più di tre milioni di persone negli altri paesi europei e 10 milioni di sfollati in totale. Quasi un abitante su quattro.

Davanti a questa tragedia alle porte dell’Unione europea, la spinta emotiva dell’opinione pubblica diventa un fattore politico cruciale. L’argomento suscita un inevitabile senso di colpa e impotenza: come si può permettere che tutto ciò accada? Perché non facciamo nulla per fermare la carneficina?

Certo, dire che i paesi occidentali non fanno “nulla” non è corretto: gli occidentali inviano armi e aiuti umanitari, impongono sanzioni severe alla Russia, sequestrano gli yacht degli oligarchi e accolgono i profughi.

Ma questa eccezionale mobilitazione di mezzi evidentemente non è sufficiente a convincere Vladimir Putin a interrompere la sua aggressione contro l’Ucraina, e non basta nemmeno a fermare l’escalation di mezzi militari, come i missili supersonici utilizzati per la prima volta (con il timore che presto tocchi alle armi chimiche).

In passato non sono mancati gli interventi militari sull’onda della volontà popolare.

Da questa constatazione nasce l’interrogativo legittimo sollevato dalle immagini di Mariupol e ribadito con grande maestria comunicativa dal presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj. Zelenskyj incarna la resistenza ucraina e questo gli permette di portare il suo messaggio drammatico nelle aule dei parlamenti di Stati Uniti, Europa o Israele. Il 23 marzo il presidente ucraino parlerà davanti al parlamento francese. Nessuno potrà dire “io non sapevo”.

In passato non sono mancati gli interventi militari sull’onda della volontà popolare. La prima guerra della storia prodotta da una campagna d’opinione è stata la spedizione francese in Libano, nel 1860, raccontata dallo storico Yann Bouyrat nel suo libro Devoir d’intervenir? (Dovere di intervenire?).

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Ma non tutte le pressioni hanno avuto successo. È il caso del conflitto in Ucraina, dove l’avversario è la potenza nucleare russa. Joe Biden lo ha ribadito spesso: l’ipotesi di scatenare la terza guerra mondiale non è contemplata. Ma tra l’attuale sostegno limitato e la terza guerra mondiale c’è sicuramente un margine di manovra per scoraggiare Putin. Gli occidentali ne parleranno il 24 marzo in occasione di un vertice straordinario della Nato alla presenza di Biden.

Il ruolo delle emozioni nelle decisioni politiche non è irrilevante in democrazia, perché nessuno vuole passare alla storia come l’uomo o la donna che non ha fatto nulla mentre gli ucraini venivano massacrati. Ma è altrettanto vero che le emozioni non possono essere l’unico criterio per prendere una decisione. Questa è la linea sottile che dovranno affrontare i politici occidentali nei prossimi giorni, mentre dall’Ucraina continuano ad arrivare richieste d’aiuto.

(Traduzione di Andrea Sparacino)