15 novembre 2022 09:49

In un contesto come quello attuale la posta in gioco di un incontro tra i leader di Cina e Stati Uniti non è certo la riconciliazione, ma la possibilità di imparare a opporsi senza farsi la guerra, nemmeno fredda.

Questo era lo scopo, limitato ma per nulla scontato, del primo vertice tra Joe Biden e Xi Jinping dopo l’elezione del presidente statunitense, organizzato il 14 novembre a Bali. L’incontro ha fatto scendere la temperatura dei rapporti tra i due paesi, ma è a lungo termine che scopriremo se l’obiettivo dell’evento è stato raggiunto.

Già adesso possiamo notare diversi aspetti positivi: il primo è la differenza tra il trattamento riservato da Washington alla Cina e quello toccato alla Russia, due paesi che sono uniti nella loro battaglia contro l’ordine mondiale occidentale.

I codici rispettati
Biden combatte la Russia aiutando l’Ucraina, ma con Xi ha deciso di dialogare nonostante le forti tensioni tra i due paesi (penso alla crisi militare a proposito di Taiwan dopo la visita di Nancy Pelosi la scorsa estate).

Perché questa differenza di trattamento? La spiegazione è legata prima di tutto al fatto che Vladimir Putin ha commesso l’errore irreparabile di attaccare l’Ucraina, laddove Xi Jinping ha rispettato i codici della rivalità strategica, per quanto forte.

Pechino non vuole subire le conseguenze del fallimento russo in Ucraina

Il secondo motivo è che la Cina non è pronta ad accettare un’escalation militare o politica. In questo senso Xi ha offerto garanzie a Biden, prima di tutto lasciando che il presidente degli Stati Uniti sottolineasse l’opposizione della Cina a qualsiasi uso delle armi atomiche. Questa presa di posizione non figura nel resoconto cinese, ma non c’è dubbio che sia stata espressa e che segni un allontanamento dalle minacce fatte aleggiare regolarmente da Putin e dai suoi fedelissimi.

A questa ammissione si aggiunge la confidenza fatta al Financial Times da un funzionario cinese, secondo cui Putin non avrebbe detto la verità a Xi in occasione del loro incontro a Pechino prima dell’invasione dell’Ucraina. Vero o falso che sia, questa comunicazione significa che Pechino non vuole subire le conseguenze del fallimento russo in Ucraina.

L’altra indicazione fornita da Biden dopo l’incontro è altrettanto importante. Il presidente statunitense ha riferito di aver ricevuto la garanzia che la Cina non intende portare un attacco “imminente” contro Taiwan. In cambio Biden ha dichiarato che la politica di Washington nei confronti di Taiwan non è cambiata.

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Al momento niente è risolto, ma tutti gli osservatori concordano sul fatto che lo statu quo sia la migliore situazione possibile nello stretto di Taiwan, come confermano gli stessi taiwanesi.

In ogni caso le divergenze tra Cina e Stati Uniti restano enormi, a cominciare da quelle che non sono state citate il 14 novembre, come la guerra tecnologica condotta da Washington e in particolare le ultime misure sui semiconduttori. Si tratta dell’arma letale degli Stati Uniti nonché del tallone d’Achille cinese, cosa di cui Pechino è perfettamente consapevole.

I rapporti sino-americani si allontanano dalla tanto temuta degenerazione incontrollata. A Bali ha preso il via un processo positivo, ma tra le due superpotenze del ventunesimo secolo resta ancora molto da fare per creare fiducia e imparare a essere rivali senza scontrarsi.

(Traduzione di Andrea Sparacino)