26 maggio 2023 10:08

Fino a sei mesi fa il nome di Sam Altman era conosciuto solo da un manipolo di fanatici della tecnologia. Ma all’inizio della settimana, quando Altman è arrivato in Francia, è stato ricevuto dal presidente della repubblica e dal ministro dell’economia. Il 26 maggio ritorna a Parigi per stringere contatti con esponenti dell’imprenditoria, e intanto sul suo profilo Twitter parla del viaggio definendolo un “world tour”, come fanno le stelle del pop.

Per chi non lo sapesse, Sam Altman è l’amministratore delegato della Open Ai, l’azienda statunitense che ha prodotto ChatGpt, il programma di conversazione basato sull’intelligenza artificiale che ha letteralmente sconvolto il pianeta. Con 200 milioni di utenti nel mondo in appena sei mesi, ChatGpt ha battuto tutti i record di velocità di propagazione di una tecnologia.

Certo, il mondo tecnologico è suscettibile a mode che spesso non durano nel tempo. Tuttavia, per riprendere la formula di Gilles Babinet, copresidente del Conseil national du numérique (consiglio nazionale francese del digitale) che ha appena pubblicato un saggio sulla storia di internet (“Come gli hippie, Dio e la scienza hanno inventato internet”), stavolta siamo davanti a una “rottura antropologica”. In altre parole si è verificato un salto di qualità che coinvolgerà tutti noi e modificherà l’organizzazione politica delle nostre società, con alcuni effetti positivi e altri decisamente inquietanti.

Una regolamentazione su misura
Dopo un’evoluzione così sensazionale, le paure sono emerse immediatamente e in alcuni casi sono state espresse proprio dai ricercatori e dagli imprenditori. C’è perfino chi ha chiesto una moratoria, invano. Gli appelli alla “regolamentazione” sono un riflesso quasi naturale, in particolare in Europa, dove di solito le svolte tecnologiche sono subite e non innescate.

Anche Altman vorrebbe che ci fosse un intervento normativo da parte degli stati, che a suo parere dovrebbero lasciar emergere una tecnologia entrata in una fase di sviluppo esponenziale e al contempo sorvegliare per impedire le conseguenze negative e gli abusi. Durante la sua visita a Londra, però, Altman ha lanciato un avvertimento: se la regolamentazione europea sarà troppo severa, non esiterà a ritirare il suo programma dal vecchio continente.

Il recente G7 di Hiroshima ha perfino creato un gruppo di riflessione sull’intelligenza artificiale

Una proposta ancora più radicale è arrivata da Eric Schmidt, ex amministratore delegato di Google e oggi alla guida di un potente fondo che opera nel campo della tecnologia della difesa. Schmidt propone che la regolamentazione sia affidata ai protagonisti del settore della tecnologia e non ai politici, che non capiscono nulla dei temi trattati.

Tuttavia l’idea che sia necessario un controllo esterno è largamente accettata. D’altronde nessuno vorrebbe mai lasciare che gli operatori di un contesto così essenziale possano autoregolarsi.

Il recente G7 di Hiroshima ha perfino creato un gruppo di riflessione sull’intelligenza artificiale, in cui qualcuno intravede l’embrione di un’autorità mondiale simile all’agenzia delle Nazioni Unite per l’energia atomica. Ma esistono due ostacoli: il primo è il clima da guerra fredda che oppone cinesi e statunitensi. Possiamo davvero immaginare che Washington e Pechino accettino di collaborare considerando che la tecnologia è al centro del loro scontro?

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Il secondo ostacolo è quello a cui ha fatto riferimento Schmidt: quanti parlamentari o tecnocrati dei nostri paesi conoscono l’argomento? Nel 2018 l’ufficio politico del Partito comunista cinese aveva dedicato un’intera sessione all’intelligenza artificiale. Una mossa intelligente. Oggi appare indispensabile una sorta di evangelizzazione, di diffusione della conoscenza, affinché le nostre società non siano guidate solo dalle paure e dalle fantasie e non subiscano impotenti il nuovo che avanza.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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