Nel 1949, l’anno della fondazione della Nato, la sua missione era stata riassunta con una battuta: “Tenere l’Unione Sovietica fuori, gli americani dentro e i tedeschi sotto controllo”. Era il contesto dell’epoca, con l’inizio della guerra fredda tra gli occidentali e l’Unione sovietica e la sfiducia ancora forte nei confronti della Germania all’indomani della seconda guerra mondiale.
Da allora il mondo è molto cambiato, come dimostra il fatto che la crisi in corso sulla Groenlandia contrappone paesi alleati della Nato, nello specifico l’amministrazione statunitense di Donald Trump e gli europei. Al centro della controversia c’è un territorio artico che giuridicamente fa parte della Danimarca e dunque dell’Alleanza atlantica.
All’inizio del secondo mandato di Trump, un anno fa, le rivendicazioni di Washington sull’immenso territorio della Groenlandia erano sembrate poco più di una battuta. Ma oggi nessuno ride più, anche perché non era mai successo che le truppe della Nato fossero schierate per scoraggiare un altro paese dell’alleanza, e non uno qualsiasi ma quello del comandante supremo delle forze alleate in Europa (Saceur), che dal 1949 è sempre stato uno statunitense.
L’arrivo dei primi alpini francesi – che presto saranno raggiunti da soldati tedeschi, norvegesi e di altre nazionalità – è stato calibrato per mandare un messaggio politico senza però costituire in alcun modo una minaccia militare. È il messaggio di un’Europa che non intende permettere a Donald Trump di dettare la sua legge a un alleato.
Tuttavia è chiaro che se Washington decidesse di passare all’azione il contingente europeo non avrebbe il compito di resistere militarmente. Uno sviluppo simile avrebbe conseguenze politiche rilevanti. Il primo ministro danese Mette Frederiksen lo ha detto chiaramente: sarebbe la fine della Nato.
Un’occupazione di forza contro il parere del governo danese, ma anche contro la volontà dei rappresentanti democraticamente eletti della Groenlandia, somiglierebbe più ai metodi del patto di Varsavia, l’alleanza militare controllata dai sovietici al tempo della guerra fredda, che alle abitudini dei “leader del mondo libero”, come si descrivevano gli statunitensi. L’alleanza non sopravvivrebbe.
Ma perché Trump tiene tanto alla Groenlandia nonostante le conseguenze così gravi? Possiamo tranquillamente scartare le argomentazioni legate alla sicurezza, secondo cui i russi e cinesi avrebbero accerchiato la Groenlandia minacciandola. Nessuna attività del genere è stata effettivamente osservata. Se la sicurezza della Groenlandia fosse davvero in pericolo, il trattato di difesa tra Danimarca e Stati Uniti concederebbe a Washington la possibilità di difendere un territorio che ospita già oggi una base militare statunitense.
Il vero motore della faccenda sono l’imperialismo di Trump e la sua volontà di estendere il territorio degli Stati Uniti come hanno fatto in passato i presidenti che ammira di più, a cominciare da William MacKinley alla fine del diciannovesimo secolo. Inoltre le sue rivendicazioni sono il riflesso del disprezzo che prova per l’Europa, come confermato dalla strategia di sicurezza nazionale statunitense pubblicata il mese scorso.
L’Europa non può assolutamente lasciar fare, nonostante l’impegno comune per l’Ucraina e i legami economici e storici. Spetta a Donald Trump assumersi le sue responsabilità e capire se davvero è pronto a mettere fine a settant’anni di storia transatlantica per appagare il suo desiderio imperialista.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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