21 marzo 2021 10:14

Dieci anni fa mi capitò di leggere un articolo sugli occidentali che andavano in Cina per adottare bambine. Era stato scritto da una donna che aveva adottato una bimba cinese abbandonata alla nascita e raccontava com’era stata ritrovata la piccola. Tutto era cominciato una mattina di primavera, quando a un uomo che camminava in un parco pubblico sembrò di sentir piangere un neonato. Effettivamente non lontano da lui c’era una panchina, dov’era posato un cestino di vimini. L’uomo si avvicinò e, con sua grande sorpresa, dentro trovò una bambina. La prese e la portò a un orfanotrofio.

Quando il personale dell’orfanotrofio tirò fuori la bimba dal cestino per cambiarle i vestiti sporchi, dalle pieghe dei tessuti cadde una piccola patata dolce. Ascoltando questa storia dal personale dell’orfanotrofio la donna fu sorpresa: perché qualcuno avrebbe avvolto una patata dolce insieme a un bebè? Le spiegarono che la madre biologica della bambina probabilmente viveva in un villaggio. Era troppo povera per tenere la bambina e l’aveva data via insieme all’oggetto più prezioso che aveva, quella patata dolce. Oggetti simili venivano spesso trovati insieme ai bambini abbandonati.

In base alle ultime dichiarazioni dello stato cinese, è improbabile che una simile situazione si ripeta. Nei giorni scorsi la Repubblica Popolare Cinese ha sancito la fine della povertà estrema nel paese. Secondo i dati diffusi da Pechino, cento milioni di persone sono stati sottratti alla miseria. Questo significa che in Cina ormai nessuno vive con meno di 1,69 dollari al giorno.

Restano però dei dubbi sul modo in cui la Cina è riuscita a ridurre la povertà. Il Quotidiano del popolo, il giornale ufficiale del Partito comunista, ha pubblicato tre pagine in cui si congratula con il presidente Xi Jinping per aver superato questo traguardo un mese prima della data limite fissata per raggiungerlo. “Il problema della povertà assoluta, che ci ha afflitto per secoli, è finito”, ha annunciato il Quotidiano del popolo. Da parte sua Xi Jinping vuole che la nazione si compatti intorno a un unico obiettivo.

Tuttavia alcune domande rimangono senza risposta. Secondo il Washington Post, la Cina non ha chiarito quali sono i criteri che definiscono la “povertà estrema”. In passato i cinesi hanno usato criteri diversi da quelli della Banca mondiale. E non c’è chiarezza sul modo in cui Pechino sosterrà il suo obiettivo di debellare la povertà in un anno, visto che la Banca mondiale ha previsto che nel 2021, in tutto il mondo, 150 milioni di persone in più potrebbero sprofondare nella povertà più nera a causa della pandemia.

Ci sono poi dubbi sul metodo con cui la Cina è riuscita a ridurre il numero dei poveri. Un’inchiesta di un giornalista occidentale ha esaminato il caso di un villaggio della provincia del Gansu, che confina con lo Xinjiang. Centinaia di persone sono state trasferite dal villaggio in un’altra località e sistemate in palazzi appena costruiti, dotati di acqua ed elettricità. Gli abitanti dei villaggi erano preoccupati di come avrebbero pagato le spese dei nuovi alloggi. Ad altri sono stati dati documenti da cui risultavano essere residenti nel vicino Xinjiang, e gli è stato detto che avrebbero dovuto trasferirsi lì perché c’erano maggiori risorse economiche. In realtà quella terra apparteneva a persone di etnia uigura, la minoranza musulmana perseguitata dal governo. Molte di queste sono rinchiuse nei campi di rieducazione.

I dirigenti della Repubblica Popolare Cinese vogliono che il 2021, l’anno del centenario del Partito comunista, sia un momento speciale: quello in cui la Cina potrà sedere accanto alle superpotenze mondiali. È un sogno seducente. E di sicuro in molti nel paese sembrano credere che annunciare una vittoria basti a renderla effettiva. Pechino si sta comportando come la superpotenza che vuole essere.

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I sogni, tuttavia, possono essere pericolosi, e accecare. Mentre la realtà è complicata: i dati indicano che il tasso di natalità della Cina sta rallentando, e questo significa che ci sarà meno forza lavoro disponibile, una minaccia per la crescita (ci si aspetta ancora che l’economia cinese cresca del 6 per cento). Un altro problema è la diffusione delle notizie sulla repressione degli uiguri nello Xinjiang, un elemento che gli Stati Uniti cercheranno di usare a loro favore.

La Cina riuscirà a mantenere la sua posizione globale quando le aziende, scoraggiate dall’aumento dei salari cinesi, si sposteranno in zone come l’Africa o il Messico, dove la manodopera costa ancora meno? Il rallentamento del tasso di crescita permetterà alla Cina di continuare a investire grandi capitali in Asia?

La domanda non è quindi se Pechino abbia raggiunto il suo obiettivo, ma se il sogno della Cina sia troppo grande, costoso e rischioso. Forse anche per la Cina stessa.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul numero 1400 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati

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