Una manifestazione per i diritti della comunità lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transgender) a Calcutta, in India, il 14 dicembre 2015. (Saikat Paul, Getty Images)

Come è stato svenduto il movimento transgender

Una manifestazione per i diritti della comunità lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transgender) a Calcutta, in India, il 14 dicembre 2015. (Saikat Paul, Getty Images)
27 dicembre 2015 12:08

Oggi le persone trans sono dappertutto. Nella cultura pop la fluidità di genere è l’ultima moda e, vista la possibilità di fare soldi, tutti vogliono partecipare. Ma non sempre lo fanno nel modo giusto.

Nel trailer di Zoolander 2, il personaggio trans All, interpretato dall’attore cisgender Benedict Cumberbatch, ridacchia stupidamente in risposta alla domanda “Hai un hot dog o un sandwich?”. Di recente la pop star Will Young ha pubblicato il video per il suo singolo Brave man, con l’attore trans Finn che gira nudo per le strade e subisce i maltrattamenti dei passanti – dallo scherno iniziale alla violenza fisica.

Oggi le persone trans sono abbastanza fiche da ottenere parti importanti – quasi come negli anni novanta quando Will & Grace e Sex and the city erano all’apice del successo e tutti volevano avere come amico un gay perfido e sfacciato che li aiutasse a scegliere le scarpe giuste.

Questa parziale accettazione è dovuta agli sforzi del movimento trans per l’inclusione. Si tratta di una spinta verso la rispettabilità, sulla quale le aziende si stanno buttando per cogliere al volo la possibilità di usare l’espressione trans o non normativo per vendere i loro prodotti.

Trans vuol dire sexy. Il grande magazzino londinese Selfridges ha inaugurato il reparto Agender, descritto come “un omaggio alla moda senza definizioni”. Il marchio di abbigliamento Diesel usa lo slogan “questa pubblicità è neutra rispetto al genere”. E il produttore di birre artigianali BrewDog ha appena lanciato la birra No Label, definita transgender perché vanta l’uso di luppoli che nel processo di fermentazione si trasformano da “femminili” a “maschili”.

Il problema vero

Questa visibilità e il potere di contrastare le rappresentazioni offensive possono essere considerati un successo e sono il risultato dell’intenso lavoro svolto da organizzazioni come Trans media watch e All about trans tra i mezzi di comunicazione perché cambiassero il loro modo di trattare i temi transgender.

Sarebbe importante avere un giornalismo più corretto che non ricorra alle caricature, soprattutto delle donne trans. In fondo è piacevole essere giudicati attraenti, visto che fino a poco tempo fa ciò che esulava dal binarismo di genere provocava shock, repulsione o incredulità. L’elegante copertina di Vanity Fair dedicata a Caitlyn Jenner era inimmaginabile solo cinque anni fa.

Inoltre tante persone trans sono coinvolte nella catena produttiva di questo marketing, che fornisce opportunità di lavoro di cui c’è molto bisogno. Ci sono persone trans tra i modelli della campagna pubblicitaria di Selfridge e nel cast del video di Will Young. Il collettivo Queerest of the queer, di cui fanno parte alcuni trans, è partner ufficiale della birra No Label. Secondo BrewDog, questo conferma le sue intenzioni etiche; i profitti delle vendite andranno a organizzazioni di supporto alle comunità queer.

Allora dov’è il problema? Il problema è capire chi è visibile, chi ha successo, e chi sono le vittime di omicidio. Dal 2007 sono stati registrati nel mondo quasi duemila omicidi di trans, in grande maggioranza donne trans di colore.

Come ha detto l’attivista Felix Bear Lane questo opportunismo serve a ‘saltare sul carro trans’

Non ho niente contro il fatto che l’espressione di genere fluida o non normativa sia considerata una figata e sexy, o che le persone trans usino con successo la loro identità trans nella cultura pop – e rendo omaggio a Tyler Ford, Casey Legler, Andrea Peijic.

Ma di solito le persone trans considerate più sexy sono anche quelle che rispettano i canoni di bellezza prevalenti: pelle bianca, magrezza, femminilità transessuale o androginia femminile stereotipata. Quando questi canoni si applicano ai corpi trans, perpetuano una sorta di fascismo estetico. Fanno ben poco per affrontare la violenza subita dalle donne trans più svantaggiate.

Soprattutto, trasformare il transgender in una parte di un marchio commerciale non aiuta le comunità trans a fare la cosa più importante: mettere fine all’oppressione delle persone trans. Nessuno dovrebbe credere che queste iniziative commerciali nascano da una reale attenzione per la vita delle persone trans. Il trailer di Zoolander 2 ne è un esempio e finora sono state raccolte più di 22mila firme da una petizione che invita a boicottare il film. Se BrewDog avesse voluto davvero produrre una bibita per persone transessuali non le avrebbe associate alla sua birra più costosa (5,20 sterline per una pinta di No Label) visto che, in generale, è molto più probabile che noi trans siamo senza lavoro o che dobbiamo cavarcela con pochi soldi.

La vera posta in gioco

Se Will Young fosse stato interessato a fare arte trans, avrebbe saputo che l’artista Lazlo Pearlman aveva già realizzato un documentario in cui si riprende mentre gira nudo per Barcellona e registra le vere reazioni della gente di fronte al suo corpo trans. Il lavoro di Pearlman è autentico: la posta in gioco è il suo stesso essere. Per Young, invece, mettere in primo piano il corpo nudo di Finn non è altro che un modo per vendere la canzone grazie a immagini forti.

Come ha detto l’attivista Felix Bear Lane questo opportunismo serve a “saltare sul carro trans”: i cacciatori di tendenze scoprono un nuovo modo per fare soldi e lo afferrano al volo. Il carro trans è solo il veicolo più recente in una lunga tradizione di movimenti di liberazione espropriati dai capitalisti e dai conservatori.

Quando esploderà la prossima moda, diminuiranno le presunte campagne etiche sulle identità trans – che avranno comunque contribuito ben poco a contrastare la discriminazione subita dalle persone trans. Quando una causa minoritaria ottiene abbastanza successo anche oltre il gruppo di riferimento, le reazioni esterne sono sempre le stesse: come possiamo venderla? Per poi passare alla domanda successiva: adesso cos’altro possiamo vendere?

L’efficacia dei movimenti di liberazione è messa in pericolo dall’esterno, dalle aziende che ne approfittano e dai mezzi d’informazione che usano commenti sensazionalistici. Ma anche al loro interno non mancano i problemi: un bel giorno arrivano i tipi in giacca e cravatta e prendono il sopravvento. È successo al movimento di liberazione delle donne, a quello di liberazione gay, al movimento contro l’aids e al movimento nero.

I movimenti per i diritti delle minoranze non hanno senso se non sono anche anticapitalisti, antirazzisti, contro la misoginia e contro la violenza istituzionale

Le persone radicali, indignate, non “rispettabili” e anticonformiste che hanno fatto conoscere i movimenti all’opinione pubblica in anni di duro lavoro e senza contropartite, alla fine rimangono senza niente in mano. Poco a poco si fanno avanti gretti attivisti in carriera decisi a farsi un nome. Conservatori che, come suggerisce la teorica Sara Ahmed, usano il movimento per guadagnarsi una poltrona in azienda ed estromettono i loro compagni meno inquadrati.

Visioni di libertà

Sarà anche una parola di moda, ma è per questo che l’attivismo intersezionale è così importante. Prendiamo BrewDog: fuori del suo negozio di Soho campeggia un’insegna al neon con la scritta “Beerporn”. Quindi l’azienda usa il porno per vendere i suoi prodotti in una zona dove la gentrificazione e le retate della polizia hanno espulso le lavoratrici e i lavoratori del sesso, quelli reali. I movimenti per i diritti delle minoranze non hanno senso se non sono anche anticapitalisti, antirazzisti, contro la misoginia e contro la violenza istituzionale.

L’intersezionalità è spesso liquidata come un elenco interminabile di piccoli “ismi”, ma la realtà è che in pratica, più che un nome, è l’unico vero modo per includere tutti all’interno di visioni di libertà. In caso contrario, come sostiene l’attivista e scrittrice Selma James, l’attivismo si limita ad aprire le istituzioni dell’alta borghesia a un po’ di persone diverse, senza però fare niente per chi avrebbe più bisogno del sostegno sbandierato dagli stessi attivisti.

È tutto qui. Le grandi aziende non possono affermare che, usando le identità trans per vendere vestiti, birra o quel che sarà la settimana prossima, stanno facendo qualcosa di politicamente radicale. Le identità trans non sono una merce che può essere comprata e venduta. Non sono un’affermazione di stile o una campagna pubblicitaria. Queste aziende non stanno facendo niente per aiutare le persone e le comunità trans.

Stanno semplicemente facendo soldi e, finché questi soldi non andranno alle persone che ne hanno bisogno, in tutto questo non ci sarà nulla di liberatorio.

(Traduzione di Cristina Biasini)

Questo articolo è stato pubblicato da openDemocracy.

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