09 marzo 2022 11:51

In una lezione di grande successo tenuta nel 2015 (visualizzata più di dieci milioni di volte) John J. Mearsheimer, stimato professore di relazioni internazionali all’università di Chicago e probabilmente il più noto esponente della cosiddetta scuola di pensiero realista, analizzava il conflitto esploso in Ucraina l’anno precedente. In sostanza, secondo Mearsheimer, la responsabilità dell’aggressione russa del 2014 era dell’espansionismo degli Stati Uniti e della Nato, una provocazione gratuita contro la Russia.

La reazione di Mosca in quel caso era stata naturale, e l’occidente poteva solo incolpare se stesso per aver anteposto quelle che Mearsheimer definiva frivole idee “da ventunesimo secolo” a quelle solide “del diciannovesimo secolo”. Per quanto riguarda gli ucraini, erano vittime della sorte: nel duro mondo delle grandi potenze chi vive al confine con la Russia non dovrebbe cercare una maggiore integrazione con l’occidente.

“I forti fanno quello che devono fare e i deboli accettano quello che devono accettare”, scrive Tucidide. La posizione di Mearsheimer era sostanzialmente la stessa.

Oggi la lezione di Mearsheimer è citata spesso da chi vorrebbe incolpare l’occidente per l’invasione dell’Ucraina voluta da Putin. Eppure nella lezione c’è un passaggio da non sottovalutare. In due momenti Mearsheimer osserva che “se davvero si vuole distruggere la Russia, bisognerebbe incoraggiarla a conquistare l’Ucraina. Ma Putin”, aggiunge, “è troppo intelligente per provare a farlo”. Nella sua prospettiva, la Russia poteva facilmente indebolire l’Ucraina senza invaderla.

A quanto pare la realtà si è rivelata di gran lunga peggiore delle fosche previsioni realiste. Perché l’analisi di Mearsheimer si è dimostrata così sbagliata e come possiamo capire davvero Putin?

Una tesi assurda
C’è un concetto, diffuso in economia e in politica internazionale, secondo cui “le parole non valgono molto”: dato che le conseguenze di quello che si dice sono potenzialmente trascurabili, non bisogna preoccuparsi troppo. Per questo motivo, quando il 12 luglio 2021 il presidente russo ha pubblicato una specie di saggio studentesco intitolato “Sull’unità storica tra russi e ucraini”, in pochi ne hanno tenuto conto. La pandemia monopolizzava l’attenzione e l’Ucraina sembrava irrilevante. In realtà Putin era davvero convinto di quello che aveva scritto.

Il saggio è raccapricciante non solo nella forma, ma anche nei contenuti. La tesi secondo cui russi, bielorussi e ucraini formerebbero un unico popolo legato alla storica nazione russa è assurda, ma Putin ha continuato a ribadirla. Eppure gran parte degli analisti lo ha ignorato, pensando che fossero solo discorsi preconfezionati a uso interno. L’idea generale era che a Putin bastasse la minaccia di un’aggressione per vincere, senza bisogno di passare ai fatti. Ma allora perché ha deciso d’invadere l’Ucraina? La risposta risiede in due aspetti che i realisti sottovalutano, se non addirittura ignorano: la volontà dei leader e i desideri della popolazione.

Oggi sappiamo che nel luglio del 2021 Putin parlava sul serio a proposito dell’Ucraina. Oggi è convinto che l’Ucraina non esista come nazione e che la sua missione storica sia quella di restaurare l’ex Unione Sovietica. La sua posizione, in altre parole, non è più determinata dal calcolo strategico a cui si riferiva Mearsheimer.

Oggi sappiamo che nel luglio del 2021 Putin parlava sul serio a proposito dell’Ucraina

Per capire il comportamento di Putin dobbiamo prendere in considerazione un’altra corrente delle relazioni internazionali chiamata costruttivismo, secondo cui i leader stabiliscono i loro obiettivi e impostano le loro azioni basandosi non solo su calcoli di potere, ma anche sull’idea che hanno di sé e dei propri obiettivi. I leader non sono irrazionali, ma la razionalità è al servizio dei loro obiettivi. Da questa prospettiva possiamo ipotizzare che Putin si sia guardato intorno e abbia notato che gli Stati Uniti erano distratti dalla Cina, che la Germania aveva appena eletto un governo ancora non collaudato e che l’Europa era profondamente dipendente dal gas russo. Potrebbe aver pensato che era un momento favorevole per agire. Ma l’azione era una funzione dei suoi obiettivi più ampi. Le sue parole, dopo tutto, avevano un peso.

I desideri delle persone
Oltre a sottovalutare le preferenze dei leader, i realisti disprezzano la politica e le forze interne di un paese. Ascoltando Mearsheimer si rimane sorpresi da quanto ignori il desiderio di democrazia degli ucraini e la loro volontà di stringere un legame con l’occidente, un sentimento che giudica irrilevante e costruito dall’estero. Per Mearsheimer il movimento di protesta Euromaidan scoppiato in Ucraina del 2014 è stato semplicemente un colpo di stato, un inutile intoppo nel meccanismo della politica delle potenze. Ma la verità è che in alcuni momenti la storia la fanno i desideri delle persone, non la logica del sistema internazionale.

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Me lo sono ricordato di recente, quando la Grecia ha celebrato il bicentenario della sua guerra d’indipendenza. Essendo greco, ho approfittato dell’occasione per dare una ripassata alla storia, e ho letto anche il nuovo libro dello storico britannico Mark Mazower. Ai tempi, anche se la ribellione era diretta contro l’impero ottomano che sottometteva i greci, la rivolta fu osteggiata dal Concerto europeo, l’alleanza nata per mantenere la stabilità dopo lo sconvolgimento portato da Napoleone.

Klemens von Metternich, cancelliere austriaco, era un antesignano di Mearsheimer, l’archetipo del realista dell’epoca, e fece tutto ciò che era in suo potere per contribuire alla repressione della rivolta. Ma non ebbe successo. I greci ottennero lo stato che volevano e cominciarono il loro percorso verso l’integrazione con l’occidente. La volontà della popolazione superò e poi alterò l’equilibrio degli interessi di potere europei.

In quest’ottica quella di oggi è la storia dello scontro tra il revanscismo idiosincratico e imperialista di Putin e l’aspirazione nazionale degli ucraini a rovesciare la logica realista della politica delle grandi potenze. E forse è anche la storia di come una guerra ingiustificata che avrebbe dovuto mettere fine al mondo liberale del dopo guerra fredda potrebbe rafforzare ed espandere le stesse istituzioni che voleva distruggere.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è stato pubblicato sul sito culturale Iai.