La nave con 360 migranti siriani è sbarcata sulle coste italiane

Si sono concluse stamattina nel porto di Corigliano Calabro le operazioni di sbarco dei migranti siriani a bordo del mercantile Ezadeen

Le navi cargo sono l’ultima frontiera degli scafisti

02 gennaio 2015 18:16

L’arrivo negli ultimi giorni di due grossi mercantili sulle coste dell’Italia meridionale – la BlueSkyM, approdata a Gallipoli il 31 dicembre con 797 siriani a bordo, e l’Ezadeen, in viaggio verso la Calabria, anche questa carica di migranti – ci mostra una nuova tecnica adottata dagli imprenditori del trasporto clandestino.

Le due navi cargo hanno caratteristiche simili: entrambe battono bandiere di comodo (la BlueSkyM quella della Moldova, la Ezadeen quella della Sierra Leone), hanno cambiato proprietà varie volte e non hanno i certificati di sicurezza in regola. Presentano, cioè, tutti gli aspetti più tipici della deregulation del trasporto marittimo. Per anni la Ezadeen è stata usata per il trasporto di bestiame.

La situazione sempre più complessa in Libia – da dove in passato partiva la maggior parte delle imbarcazioni dirette in Sicilia – e gli accordi che il governo egiziano sta negoziando con l’Italia per bloccare le traversate stanno provocando uno spostamento a est dei punti d’imbarco, verso la Turchia.

La nuova rotta impone un cambiamento di prospettiva. Non potendo più contare sull’azione di soccorso dei mezzi di Mare nostrum (la missione di ricerca e soccorso condotta dall’Italia per tutto il 2014, che si è conclusa ufficialmente il 31 dicembre dopo due mesi di proroga) gli scafisti hanno cambiato strategia.

Ora si avvicinano alle acque italiane per far attivare i mezzi della guardia costiera o quelli della più modesta missione di pattugliamento europeo Triton che, per mandato, non si spinge oltre le trenta miglia marine dalla costa. Usano navi cargo, che permettono di viaggiare senza dare nell’occhio, nascondendo i migranti nella stiva, salvo poi abbandonarli vicino alle acque territoriali italiane.

I costi per i passeggeri sono più alti, i rischi più o meno simili. Ma il concetto non cambia: le persone in fuga dalla guerra in Siria o dalla dittatura in Eritrea continuano a partire. Non prendono più i barconi dalla Libia, ma salgono sui mercantili camuffati. O s’infilano nelle stive dei traghetti di linea, come ha dimostrato la vicenda della Norman Atlantic con il suo carico di morti clandestine ancora sconosciuto.

Il paradosso è che, quando e se riescono a compiere queste traversate rocambolesche, i viaggiatori ottengono sempre il diritto alla protezione internazionale. E allora, perché non garantirgli mezzi di accesso legale, aprire corridoi umanitari, dargli l’opportunità di chiedere asilo nelle ambasciate? In questo modo si ostacolerebbe davvero l’azione dei cosiddetti trafficanti, oltre a offrire una lezione di civiltà di cui l’Unione europea potrebbe andare fiera.

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