27 agosto 2015 11:56

Il cuore dell’Economist batte per le scuole private. Ma è un errore contrapporre le ideologie e non dare attenzione all’ampio servizio con cui ha inaugurato l’agosto. Sotto un occhiello beffardo (“Istruzione a fini di lucro”) l’editoriale si intitola “La scuola da un dollaro a settimana”: nei paesi più poveri del mondo è questo che costa frequentare una scuola della rete Bridge international academies. Dal 1990 a oggi nei paesi ad alto e medio reddito la percentuale di alunni delle scuole private è restata poco sopra il dieci per cento, ma è salita al venticinque per cento nei paesi a basso reddito.

Qui, diversamente dai paesi ad alto reddito (Stati Uniti, Giappone, Finlandia, Italia), la spesa per l’istruzione è sostenuta sempre più non dagli stati ma dai privati. Dalla Namibia all’Etiopia e al sudest asiatico ormai si sa che serve un buon livello di istruzione, ma anche si sa che non lo si ottiene in scuole pubbliche corrotte e inefficienti. Fino a ieri chi poteva mandava i figli in costose scuole private. Ma da alcuni anni le scuole Bridge international academies offrono un’istruzione standard a costi minimi e ciò grazie ai benefattori e alle economie di scala: i servizi amministrativi sono centralizzati via tablet e sempre via tablet le classi hanno buon materiale didattico, raggiungendo prestazioni superiori alle altre scuole.

​La “scuola in scatola” può non piacere, ammette il giornale, ma in queste terre per la maggior parte dei ragazzi l’alternativa sarebbe zero scuola.

Questo articolo è stato pubblicato il 2i agosto 2015 a pagina 89 di Internazionale, con il titolo “La scuola in scatola”. Compra questo numero | Abbonati