Un ragazzo rom nella periferia di Bucarest, in Romania, il 7 settembre 2010.

Lo zingaro che fa fare bella figura

Un ragazzo rom nella periferia di Bucarest, in Romania, il 7 settembre 2010.
19 maggio 2016 11:54

Tre anni fa sono stato invitato a un incontro nella sede di una banca, dove ho avuto l’opportunità di parlare subito dopo Andrei Pleşu, uno dei più importanti intellettuali romeni. Qui sotto trascrivo il mio discorso di allora, che rappresenta molto bene come mi sento in questi giorni. Ho usato il termine “zingaro” per sottolineare il tono provocatorio delle mie parole. Di solito, infatti, userei la parola “rom”.

Perché sono qui? Non sono né un dirigente di banca né un personaggio pubblico, né tantomeno sono ricco o amico di qualche politico di spicco, e non ho nemmeno pubblicato niente di così rilevante. Potrei continuare a elencare altre decine di motivi per cui non dovrei essere qui. Perché sono qui, quindi? In primo luogo perché sono zingaro. E in certi incontri pubblici la presenza di uno zingaro fa fare bella figura. Un altro motivo potrebbe essere il fatto che sono stato presentato dall’istituto Aspen.

Del resto anche con l’Aspen è cominciato tutto nello stesso modo. Ero lo zingaro che torna utile. Ci sono problemi con gli zingari in Romania. Gli americani fanno pressioni. Bisogna fare qualcosa. Così mi mandano a seguire un seminario Aspen negli Stati Uniti.

Tutto molto bello. L’inizio è stato un po’ difficile, però: tutti si presentavano con nome, cognome, professione più l’università che avevano frequentato. Capo della Microsoft, Harvard. Vicepresidente di qualcosa, Cambridge. Vicepremier di qualche paese, Oxford. Capo della Cia, Harvard. Università di Craiova, ho detto io. “È una Ivy League?”. “No, Daewoo League”, ho risposto, facendo riferimento al fatto che a Craiova c’è stata fino al 2006 una grande fabbrica della casa automobilistica coreana. Nessuno ha riso.

Ho fatto amicizia con un investitore cinese, molto di destra e più dissacratore di me. Abbiamo giocato a ping-pong e l’ho battuto: ai tempi di Ceausescu avevo fatto sport, perché chi faceva sport aveva diritto al cioccolato, un miglioramento significativo rispetto al dolce a cui eravamo abituati, pane e zucchero.

A pancia piena

Giocare con il cinese ha demolito un altro stereotipo: non tutti i cinesi sono nati con la racchetta da ping-pong in mano. A un certo punto il cinese mi ha detto: “Senti, tutte le cose che ci stiamo raccontando qui, sull’etica e su una società migliore, sono solo chiacchiere da persone ricche, istruite e con la pancia piena come noi”. A quel punto ho pensato di chiedergli a chi si riferisse con quel “noi”, ma poi ho preferito non rovinargli il buonumore e ho lasciato perdere.

Poi mi sono detto che le cose non potevano stare così, e che tutto quello che ci eravamo detti sulla società e l’etica poteva funzionare anche in un quartiere povero. Così ho cominciato a lavorare con i ragazzi di una delle zone più difficili di Bucarest. E ho vinto la scommessa che avevo fatto con me stesso quel giorno.

Sono sempre stato il figlio della zingara. Quando siamo andati a vivere in un palazzo gli altri bambini non volevano giocare con me

Avrò forse qualche talento tipico degli zingari? Potrebbe essere un altro dei motivi per cui sono stato invitato a questo incontro in banca. In realtà, però, non so cantare, ballo come un orso e non so nulla di medicina naturale. Anche come indovino, esperto di cavalli e amante romantico non sono un granché. Insomma, non corrispondo affatto allo stereotipo dello zingaro. Il mio talento principale credo sia continuare a mancare l’obiettivo. L’ho fatto centinaia di volte: posso dire di avere un’inclinazione quasi unica nel collezionare insuccessi.

Vengo da una famiglia molto povera. Mio padre era un alcolista, interessato esclusivamente a soddisfare la sua dipendenza. Mia madre era una zingara, nata in una famiglia numerosa che viveva in un tugurio. Era una donna strepitosa, e aveva creduto che la sua salvezza sarebbe potuta venire dal matrimonio con un uomo della classe superiore, cioè un romeno. Ma le cose non sono andate come aveva immaginato. E il suo fallimento non è stato solo il suo. È stato anche il mio.

Sono sempre stato il figlio della zingara. Quando siamo andati a vivere in un palazzo, unici zingari del condominio, gli altri bambini non volevano giocare con me. Zingaro pidocchioso. Mia madre mi lavava ogni settimana con il petrolio lampante. Anche i mobili li puliva con il petrolio. E pure i pavimenti: dovevano splendere. Forse sarà per questo che avevo i capelli così lucidi. Non conosco nessuno più ossessionato di mia madre dalla pulizia.

Il nostro appartamento di Craiova potrebbe essere la miglior pubblicità per la RomPetrol (la più importante compagnia petrolchimica romena). Ancora oggi puzza di petrolio. A casa nostra non si ricevono fumatori non perché siamo attenti alla salute, ma per motivi pratici: cerchiamo di evitare il rischio, molto probabile, che scoppi un incendio.

Il mio primo spettacolare fallimento risale al secondo anno delle elementari. Credevo di essere il più fico della classe. Ero stato proposto per fare il portabandiera. Al momento del voto, però, ho preso la batosta. Sempre alle elementari, al quarto anno, abbiamo votato per scegliere il capoclasse. Ho vinto. I miei compagni pensavano che fossi il migliore. Ma la mia gioia è durata poco. Durante l’intervallo ho sentito per caso la mia maestra che parlava con un’altra insegnante in corridoio. “Senti questa”, diceva, “invece di eleggere capoclasse la figlia del professore universitario Tal dei tali, i miei idioti hanno scelto uno zingaro. Che diavolo gli racconto adesso al tipo?”.

I tempi dell’adolescenza

I nostri vicini di casa erano persone per bene. Visto che eravamo molto poveri, mia madre aveva deciso di sistemare un’aia per le galline davanti al palazzo. Aveva rimediato anche un gallo. Non avevo mai sentito un gallo cantare in modo così stridulo.

Ricordo che riuscivo ad ascoltare tutto quello che diceva il signore che abitava sopra di noi. Ci amava molto: l’ho spesso sentito dire gentilezze varie sul nostro gallo e sul governo fascista di Antonescu (che fu complice della deportazione di migliaia di ebrei e rom nei campi di concentramento nella seconda guerra mondiale). Davanti al palazzo mamma faceva anche il sapone. Avevamo costruito perfino un affumicatoio. Ci mancava solo di piantare una tenda. Sono convinto che i nostri vicini si aspettassero con impazienza l’arrivo di cavalli e carovane gitane, nella speranza che prima o poi ce ne andassimo anche noi.

Fallisco – si potrebbe dire – con entusiasmo, praticamente ogni giorno

Ai tempi dell’adolescenza ero carino. E facevo anche un po’ la star: giocavo a basket nella squadra della scuola e al liceo ero il primo della classe. Leggevo tanto, avevo tanti capelli e qualcosa di esotico. Ma il mio primo tentativo di portare una ragazza a casa andò malissimo. Arrivai con lei davanti alla porta di casa e suonai il campanello. Mia madre aprì. E la ragazza rimase impietrita. Mia madre, da vera signora, ci lasciò discutere. “Ma tu abiti qui?”, mi chiese lei. “Certo, proprio qui”, risposi. “Non è possibile…”. “Be’, certo che sono sicuro. Sarò anche stupido, ma dove abito lo so”. “E quella che ha aperto chi è?”. “Mia madre”. “Non è possibile”. “Be’, sai, almeno mia madre dovrei saperla riconoscere, non credi?”. “Ma è zingara.” “E io cosa credi che sia, uno svedese travestito?”.

Insomma, l’incontro fallì miseramente. Di esperienze simili ne ho avute parecchie.

Da bambino volevo diventare un calciatore. Giocare nella nazionale. Un altro fiasco. Da adolescente, poi, sognavo di giocare a basket ad alti livelli. Ma visto che ero alto un metro e 73 la cosa non ha funzionato: nessuno mi voleva in squadra. Fallimenti? Tanti, tanti. Nei rapporti personali, nella carriera, nello sport e in quasi ogni altro ambito. Fallisco – si potrebbe dire – con entusiasmo, praticamente ogni giorno.

Ai piani bassi

Non vi racconto nemmeno quanto volte mi è capitato di essere respinto ai colloqui di lavoro in quanto zingaro. Anche un ex ministro degli esteri a un certo punto, esasperato, mi ha confessato che, se avessi taciuto le mie origini zingare, sarei arrivato molto più in alto. Invece sono rimasto ai piani bassi: noi zingari abbiamo una gran paura dei terremoti.

Perché sono qui oggi, dunque? Perché ho fallito, fallito e ancora fallito. È questo che mi ha fatto arrivare fin qui.

Mia mamma è diventata la donna più popolare del palazzo. Faceva il sapone e affumicava la carne per tutti i condomini, e ancora oggi nelle feste e nelle occasioni importanti è lei a supervisionare tutte le attività. Continua a lavare in modo ossessivo le scale e ha messo le piastrelle anche in cantina. Io, invece, gioco a pallone quasi una volta al mese con alcuni vecchi calciatori della nazionale. In campo non sono il più scarso. Alcuni di loro mi aiutano anche con i bambini del ghetto di Ferentari. E gioco ancora a basket con grande piacere, a volte anche con ex professionisti.

Ho partecipato a eventi con Michael Jordan, Tony Blair e Michael Johnson. Non tutti insieme, ovviamente. Ho stretto la mano a Nelson Mandela e a Madeleine Albright. Ho vinto un premio dell’Unicef nel 2012 e l’anno dopo ho avuto un riconoscimento dall’Unione europea. Sono perfino arrivato a moderare seminari di filosofia politica all’istituto Aspen. Ho fatto alcune cose buone nel ghetto di Ferentari, contribuendo a migliorare la vita di qualche centinaio di bambini. Sono riuscito a convincere un sacco di gente e di istituzioni ad aiutarmi in quello che faccio. Ma queste cose contano? Non tanto.

Non sono stato capace di cambiare in modo significativo le comunità rom e a cancellare l’ostilità diffusa contro gli zingari. Non ancora

Cosa conta, allora, per me? Nonostante abbia avuto la possibilità di collaborare con ragazzi e ragazze brillantissimi del programma Young leaders dell’Aspen, non sono riuscito a promuovere un cambiamento significativo nella società romena. Nonostante sia stato pubblicato su alcuni dei migliori giornali europei, non sono riuscito a cambiare il modo assurdo in cui sono gestiti i fondi strutturali europei. Non sono riuscito a trasformare quello che faccio nel ghetto in una pratica più estesa e sistemica. E non sono stato nemmeno capace di cambiare in modo significativo le comunità rom e a cancellare l’ostilità diffusa contro gli zingari.

Non ci sono ancora riuscito. Non ancora. Ma mi sforzo di continuare. Mi sforzo di tenere a freno la tentazione di chiedere agli altri di fare quello che faccio io. Di non dare sempre la colpa ai politici, alla corruzione, al razzismo, al sistema e di non cercare alibi che mi farebbero comodo. Non sono convinto che quello che faccio entri in circolo in un sistema eticamente giusto. Ma mi sforzo di migliorare il sistema, giorno dopo giorno. Ho sbattuto la testa contro il muro un sacco di volte, e mi sono procurato diversi bernoccoli. Ma mi sono anche fatto degli amici meravigliosi, che mi permettono di essere me stesso senza giudicarmi quando mi esce di bocca qualche espressione gergale o poco elegante.

(Traduzione di Mihaela Topala)

Questo articolo è stato pubblicato dal settimanale romeno Dilema Veche.

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