La ferrovia tra Gravesend e Higham, in Inghilterra.

Un amore a pezzi

La ferrovia tra Gravesend e Higham, in Inghilterra.
13 luglio 2016 14:23

È presto, più o meno le cinque di mattina. Il sole si sta alzando, ma io non sento niente, assolutamente niente. Non ho la minima idea di cosa sia successo la notte scorsa. So dove mi trovo, ma non so come ci sono arrivato. In questo momento avrei tanto bisogno di Dio, ma è probabile che sia parecchio impegnato. Ho i vestiti bagnati e comincio a sentire addosso il freddo delle mattine del sud dell’Inghilterra. I campi di fragole dove lavoro da qualche mese mi sembrano sempre uguali a se stessi. Solo io sono a pezzi. Mi sono innamorato. E parecchio.

Ero arrivato in Inghilterra tre mesi prima. In treno fino in Belgio e poi in traghetto da Ostenda. Ero stato a Ostenda già una volta, un paio d’anni prima, e avevo già tentato di attraversare illegalmente la frontiera. Ma non ci ero riuscito. Avevo avuto freddo e paura. E avevo preferito tornare indietro.

Una volta arrivato a Dover avevo comprato un biglietto per Higham. Il signore della biglietteria non aveva capito la destinazione fin quando non l’ho scritta su un foglio. Ho chiesto quando sarebbe partito il treno. In un paio di minuti, mi ha risposto il bigliettaio. Sono schizzato verso la stazione. Ho inciampato e sono caduto. I due barattoli di marmellata che avevo con me sono andati in pezzi. Mi sono accorto che non avrei avuto nessuna possibilità di prendere il treno. Così sono tornato indietro e ho chiesto quando sarebbe passato il prossimo. L’uomo mi ha sorriso sarcastico e mi ha detto che i treni erano uno ogni mezz’ora. L’ho maledetto e gli ho sorriso divertito.

Provo ad alzarmi. Ma non ci riesco. Questa volta sono io a essere finito in pezzi. In tanti, tanti pezzi. In inglese c’è una parola migliore: numb. È come se qualcuno mi avesse strappato un pezzo di corpo. Il sole in cielo è ormai grande e rosso.

Si viveva in roulotte. Quando me ne sono accorto ho pensato che essere nato rom non sarebbe stato inutile

Salito sul treno avevo chiesto ai passeggeri dove avrei dovuto cambiare per Higham. Avevo pronunciato il nome del posto così come si scrive. Un’anziana signora aveva intuito quello che volevo dire e mi aveva detto che la pronuncia corretta era Haaaaiaaaam. Pioveva parecchio quando sono arrivato. Si viveva in roulotte. Quando me ne sono accorto ho pensato che essere nato rom non sarebbe stato inutile. Eravamo quasi tutti dell’Europa dell’est e qualche irlandese. Lavoravamo nei campi. La maggioranza erano studenti che cercavano di alzare un po’ di soldi. È stato allora che ho conosciuto Agnieska. A Rochester, su un ponte. Era molto bella. Polacca, bionda, con gli occhi azzurri. Sembrava di un altro mondo. Sono stato con lei al bar. Ho chiesto due birre. Il barista si è piegato in due dal ridere: gli avevo chiesto due orsi. Per me a quei tempi beers e bears suonavano più o meno allo stesso modo. Ha riso anche Agnieska. Ma diversamente. Lei ha riso bene.

Allora ero parecchio povero. Suo padre, invece, era il sindaco di una cittadina polacca di frontiera. Tempo due settimane, ho traslocato nella roulotte dove abitava lei. Eravamo in cinque. Due ragazze russe, Agnieska e una sua amica. Ricordo di essermi molto divertito a pensare che forse gli harem sono nati proprio così. Avevo perso la testa per lei. Era calma. E buona. Dormivamo in un letto molto stretto. La doccia era fuori. Non avevamo quasi nulla. Ma insieme a lei stavo bene. Nei fine settimana andavamo a passeggiare. Facevamo piani per il futuro, per esempio come sarebbe stato emigrare in Nuova Zelanda.

Mi sono sdraiato su quel campo cercando di non ricordare nulla. Non volevo alzarmi. Non volevo fare niente

Una mattina Agnieska si è graffiata con una cassa di fragole. La sera la ferita mostrava già segni di infezione. Il mattino dopo l’ho accompagnata in ospedale. Era una polacca in Inghilterra, e nessuno se ne occupava. La ferita è andata in setticemia e nel giro di quattro giorni Agnieska è morta. Il giorno che è morta ricordo che, durante il lavoro, stavo ascoltando la radio, cercando di migliorare il mio inglese. Si discuteva se fosse giusto condannare a morte un cane. Un cane che aveva ammazzato un gatto.

Ho saputo della morte di Agnieska in serata. Mi sono sdraiato su quel campo cercando di non ricordare nulla. Non volevo alzarmi. Non volevo fare niente.

A trovarmi è stata Valerie, la francese che stava insieme alla sua compagna Nicole in una roulotte accanto alla nostra. Mi avevano cercato tutta la notte. Mi è stata vicina, mi ha abbracciato e ha pianto. Ho cominciato a piangere anch’io, anche se non sapevo come si facesse. Nessuna radio, nessun programma tv ha mai parlato di come era morta Agnieska. Per tutta la settimana seguente si sono occupati solo della condanna a morte di quel cane e della caccia alla volpe.

Sono passati parecchi anni da quella notte che ho sempre provato a dimenticare. Qualche giorno fa, mentre sentivo i discorsi di Nigel Farage e Boris Johnson prima del referendum sulla Brexit, per la prima volta ho deciso di cercare di farla riaffiorare alla memoria.

Questo articolo è stato pubblicato dal settimanale romeno Dilema Veche.

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