Il presidente del Burundi Pierre Nkurunziza (al centro) a Bujumbura, il 1 luglio 2015.

Il presidente del Burundi invoca la giustizia divina per sfuggire a quella internazionale

Il presidente del Burundi Pierre Nkurunziza (al centro) a Bujumbura, il 1 luglio 2015.
27 ottobre 2016 14:15

“Siamo nel campo di calcio, quello della fabbrica di cotone; il presidente Pierre Nkurunziza s’inginocchia e comincia a lavare i piedi ai poveri”. A raccontare, ripescando nei ricordi dei suoi trent’anni in Burundi, è padre Claudio Marano. Missionario saveriano, è il fondatore a Bujumbura del Centre jeunes Kamenge, palestra di incontri e di riconciliazione per migliaia di giovani hutu e tutsi, un tentativo di rimarginare le ferite di quarant’anni di massacri e guerre civili.

“Veniva a incontrarci spesso”, ricorda padre Marano. “A qualcuno sembrava strano che lo chiamassi presidente, mai eccellenza”. Sono trascorsi anni. Ora Nkurunziza sta portando il Burundi fuori della Corte penale internazionale. Per difendere la dignità degli africani, dice. Per lui è inaccettabile un’inchiesta sulla repressione avvenuta prima e dopo la rielezione contestata del 2015: centinaia di morti e 260mila persone costrette alla fuga.

Ma chi è quest’uomo sulla cinquantina, ex professore di ginnastica, atletico e robusto, che s’inchina davanti a bambini vestiti di stracci e poi calpesta la costituzione pur di restare al comando? “Un pastore evangelico born again, convinto di governare per diritto divino e osannato da migliaia di fedeli”, risponde padre Marano. Pronto a elencare occasioni, rituali, appuntamenti, liturgie. Come quella che si ripete ogni settimana a Bujumbura di fronte al palazzo presidenziale, sul boulevard du Premier novembre. Dodici ore di preghiere, con il coro che canta e Nkurunziza che balla invocando la grazia del buon governo. Il presidente mette in guardia dalle tentazioni di Satana e cita l’Esodo, quando Mosè chiede al Signore di guidare il suo popolo.

La rinascita religiosa
“Il personaggio chiave per capirlo è la moglie Denise, madre di cinque figli, anche lei pastora evangelica”, sottolinea il missionario. “Guida la Comunità della roccia, una setta con chiese in tutto il paese”. L’incontro tra i due risale al 1995. In Burundi è ripresa la guerra civile, innescata dall’assassinio di Melchior Ndadaye, primo presidente hutu.

L’amore nasce nella foresta, nelle basi dei guerriglieri del Consiglio nazionale per la difesa della democrazia (Cndd), gli ultimi a deporre le armi dopo gli accordi di Arusha e 300mila morti. Risalgono a questo periodo sia l’ascesa politica di Nkurunziza, soprannominato “umuhuza”, l’unificatore, nonostante gli agguati e le minacce ai tutsi, sia la sua rinascita religiosa: ferito in modo grave, insieme con la nuova compagna abbraccia la fede.

Donna di spirito ma anche pratica, Denise. Oltre a recitare salmi dirige una fondazione caritativa accusata di finanziarsi con tangenti incassate dalle multinazionali in cambio del nichel e di altre ricchezze minerarie del paese.

Il ritiro dalla Cpi è l’ultima tappa di un percorso cominciato da tempo, passato attraverso il rifiuto di qualsiasi tipo di missione di pace

Sospetti che sono certezza per l’intellettuale e scrittore burundese David Gakunzi, un protagonista dei negoziati di pace che ora si tiene a distanza. Alle domande risponde dalla Francia, dove dirige il Paris global forum, un’iniziativa per promuovere i rapporti economici e culturali tra l’Africa e l’Europa.

“Nkurunziza resta un guerrigliero e governa con gli strumenti della guerra”, dice. “Minacce, violenza e terrore, oltre al paternalismo, che nelle campagne continua ad aver presa”. Su questo punto concordano fonti agli antipodi tra loro.

In una biografia autorizzata dal governo burundese, il presidente è descritto come “uomo semplice che ama confondersi con i contadini dei villaggi, dove trascorre gran parte del proprio tempo”. Testo di maniera, interpretazione agiografica, secondo i critici: il riso e i fagioli distribuiti a sacchi non sarebbero segni di misericordia ma tattica politica.

Poi ci sono gli Imbonerakure, in kirundi i “visionari” (tanto per restare in tema), braccio armato del Cndd. Sono loro a far capire alle Nazioni Unite che il Burundi sta precipitando di nuovo. È il gennaio del 2015. Un rapporto consegnato al Consiglio di sicurezza denuncia la distribuzione di armi a pochi mesi dalla fine del secondo mandato di Nkurunziza, l’ultimo consentito dalla costituzione.

Timori fondati. Gli oppositori, forti a Bujumbura, dove la disoccupazione morde, scendono in piazza. Poliziotti e “visionari” sparano, isolano quartieri ribelli, scatenano blitz e cacce all’uomo.

Secondo l’Onu, gli arresti sono migliaia e le esecuzioni sommarie centinaia, come i casi di tortura e le sparizioni forzate, anche di giornalisti ed esponenti della società civile. Nasce così l’inchiesta della Corte penale internazionale. Un oltraggio, per l’eletto del Signore. Che rompe con l’Aja, denunciando doppi standard e nuovi colonialismi.

Ma il ritiro dalla Cpi è l’ultima tappa di un percorso cominciato da tempo, passato attraverso il rifiuto di qualsiasi tipo di missione di pace o d’interposizione internazionale. “Panafricanismo opportunistico”, secondo lo scrittore Gakunzi, “utile a conquistarsi le simpatie dei presidenti già incriminati all’Aja come il sudanese Omar Al Bashir e il keniano Uhuru Kenyatta”.

Abbandonato dai vecchi alleati
Di certo i referenti tradizionali di Bujumbura – Belgio, Francia, Germania, Stati Uniti e Unione europea – non finanziano più i programmi per lo sviluppo. Il buco vale metà del bilancio e Nkurunziza conta sempre di più su Pechino. Sono cinesi un nuovo centro commerciale da 200 milioni di dollari e il palazzo presidenziale che sta sorgendo sulla collina di Gisenyi, a nord della capitale.

Ma il pastore born again guarda più lontano. “Considera Bujumbura la tana dei ribelli e sogna di trasferire la capitale a Gitega, più vicino a Ngozi, la sua città natale dove finisce la gran parte degli aiuti”, sottolinea padre Marano, il missionario. Spostare i ministeri costa e le casse sono vuote. Ma in Nkurunziza la paura del complotto viene da lontano ed è solo confermata dal tentato golpe del generale Godefroid Niyombare o dai misteriosi assassinii di ufficiali che si susseguono a Bujumbura.

L’anno chiave sarebbe il 1972. È ancora un bambino quando il padre, già deputato e governatore, è arrestato e fatto strangolare in carcere dai congiurati tutsi. Episodio centrale, conferma un diplomatico straniero ricevuto più volte a palazzo: “Può capitare che durante un’udienza ti chieda di pregare con lui; per il resto ascolta le proposte, appunta tutto su un taccuino e poi ti riaccompagna senza aver detto una parola”.

Giudizio distaccato, impossibile per i fedeli e anche per gli eretici. Gakunzi: “Vive in un mondo chiuso, convinto di essere incaricato da Dio di regnare sul Burundi. È disposto a tutto per il potere, l’unico elisir contro le sue debolezze e i suoi complessi. Teme il confronto e vuole essere ammirato a tutti i costi, che dica messa o giochi a pallone”. Il calcio, ecco l’altra religione di Nkurunziza. Dopo il consiglio dei ministri, il presidente scende in campo. Non importa se la polizia spara e i dimostranti spariscono. Maglia giallo-rossa, al centrattacco. È il capitano della squadra, l’Alleluia football club.

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