Una protesta antigovernativa su un ponte di Baghdad, il 2 novembre 2019. (Wissm al Okili, Reuters/Contrasto)

Il governo iracheno temporeggia e la protesta continua

Una protesta antigovernativa su un ponte di Baghdad, il 2 novembre 2019. (Wissm al Okili, Reuters/Contrasto)
12 novembre 2019 15:04

Dopo aver presidiato in massa piazza Tahrir per dodici giorni i manifestanti a Baghdad hanno formato una lunga linea parallela al fiume Tigri. Hanno tentato di abbattere le barriere di cemento e respingere indietro le forze di sicurezza per aprirsi un passaggio verso l’altra sponda del fiume, il distretto di Karkh.

L’obiettivo è quello di schiacciare la zona verde dei palazzi governativi tra due blocchi di manifestanti. Gli scontri più significativi si sono verificati sui ponti che collegano le due sponde, dove la polizia ha sparato proiettili e lanciato lacrimogeni per sgomberare i manifestanti. Nove persone sono state uccise e circa 60 sono rimaste ferite negli scontri.

L’edificio del ristorante turco abbandonato nel 2003 e occupato dai manifestanti che si trova a metà strada tra la Green Zone e piazza Tahrir è diventato un simbolo della protesta. Dal lato che affaccia verso il palazzo del governo gli occupanti hanno appeso degli enormi striscioni con i principali slogan e le rivendicazioni della piazza: “Irhal” (vattene) è il grido rivolto direttamente al primo ministro Adel Abdul Mahdi.

Manifestanti rapiti e religiosi assenti
Mi ci è voluta un’ora per arrampicarmi lungo le anguste scale del palazzo, attraversando il trambusto dei giovani, e arrivare al grande muro dipinto con le bandiere irachene e i ritratti dei martiri. Uno degli organizzatori, con l’uniforme bianca da medico, mi spiega: “Siamo riusciti a riparare l’ascensore e ad attivare cinque bagni per ogni piano”.

Con oltre 150 tende piantate giù nella piazza ai piedi dell’edificio è chiaro che i manifestanti si stanno organizzando per restare a lungo.

Le milizie filoiraniane stanno adottando la tattica di rapire i manifestanti nel tragitto dalla piazza alle proprie case.

Nella città santa di Najaf, dove le proteste si sono svolte senza scontri, partecipando a un incontro tra i rappresentanti dei manifestanti e alcuni religiosi, ho chiesto a questi ultimi perché sono stati finora assenti dalle proteste. Uno di loro mi ha risposto: “Ci abbiamo provato, ma molti attivisti ci hanno avvertito che rischiavamo di essere trattati con ostilità, perché i manifestanti ci considerano parte del governo corrotto e dei partiti confessionali”.

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Il primo ministro è apparso diverse volte in tv annunciando di essere pronto a dimettersi, ma ha aggiunto che prima sarà necessario l’accordo dei principali blocchi politici su una nomina alternativa. Il parlamento si è riunito varie volte per cambiare la costituzione e la legge elettorale. Ho chiesto a un rappresentante dei manifestanti, Raheem (nome di fantasia), cosa ne pensi. La sua risposta è stata: “È il solito vecchio gioco, vogliono guadagnare tempo. C’è bisogno di elezioni anticipate dopo le dimissioni del governo”.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

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