19 aprile 2022 17:18

Mentre ero ospite di un avvocato iracheno l’ho sentito dare questo consiglio a un suo collega: “Vai a Beirut. Il vero lavoro è lì!”

“Perché Beirut?”, gli ho chiesto io.

Allora lui mi ha spiegato che molti avvocati iracheni si sono trasferiti a Beirut e hanno aperto nuovi uffici in città per aiutare i connazionali a recuperare i propri depositi nelle banche libanesi che hanno dichiarato bancarotta.

Il totale dei fondi iracheni bloccati in Libano oscilla tra i 18 e i 30 miliardi di dollari, gran parte dei quali appartiene a politici di prim’ordine. Tra di essi figurano i nomi dell’ex primo ministro Nouri al Maliki e della figlia dell’ex dittatore Saddam Hussein.

Non ne parlano per timore di esporre la loro corruzione, ma molte persone coinvolte hanno avuto infarti o ictus a causa di questo disastro. Il denaro frutto della corruzione “non tornerà a chi lo ha versato”, ha dichiarato Mudher Muhammad Saleh, consulente finanziario del governo iracheno. “Che si puliscano le mani sul muro”, ha aggiunto parlando in un dibattito su una tv locale.

Il Kurdistan
Ali Hama Saleh, deputato del Kurdistan iracheno, ha rivelato che circa 650 milioni di dollari dei fondi del governo autonomo sarebbero rimasti congelati in Libano. Sono le entrate che derivano dalla vendita del petrolio a Cipro ma il governo non può utilizzarli: per tornare sui conti dell’esecutivo curdo, questo importo dovrebbe prima essere girato su uno dei conti dei clienti della regione autonoma, il pachistano Murtaza al Khani.

Queste sono alcune delle perdite del governo regionale curdo nelle banche libanesi. Secondo il rapporto di analisi del settore petrolifero nella regione stilato dalla società di consulenza economica Deloitte, nelle banche libanesi sarebbero rimasti bloccati 294 milioni di dollari e 310 milioni di euro. E questi importi provengono esclusivamente dalle vendite di petrolio del primo trimestre del 2021.

L’attività del governo iracheno è in stallo da più di sei mesi a causa della disputa tra le coalizioni che hanno pareggiato alle elezioni. Inoltre l’ambasciata irachena a Beirut non è in grado di agire da sola, e quindi l’onere ricade sugli avvocati.

Così, gli avvocati iracheni contattano quelli libanesi, che a loro volta fanno da tramite con i funzionari di rilievo delle banche per riavere una parte del denaro bloccato, una goccia alla volta.

(Traduzione di Francesco De Lellis)