20 giugno 2022 16:41

Le forze politiche dominanti in Iraq sono ancora frastornate dall’ultima settimana politica. Su 329 deputati, 73 hanno rassegnato le dimissioni dal parlamento. È stata la mossa più sorprendente di Muqtada al Sadr, a otto mesi dalle elezioni del 10 ottobre 2021. La maggioranza dei politici è abituata alle repentine prese di posizione di Al Sadr. Per quattro volte i suoi rappresentanti hanno annunciato il ritiro dalla politica e in altre tre diverse occasioni lui stesso aveva rinunciato alla politica per la religione.

Questa volta però è diversa. Le dimissioni collettive, approvate direttamente dal presidente del parlamento, hanno messo in imbarazzo tutti i suoi alleati della coalizione Salvare la patria. Anche gli oppositori del blocco Quadro di coordinamento sono stati molto critici: dopo aver organizzato due incontri urgenti in una settimana, hanno inviato tre delegati per convincere Al Sadr a ritornare sui suoi passi, incontrando sempre il suo rifiuto.

Questa manovra arriva dopo otto mesi di stallo politico in cui è stato impossibile formare un governo di maggioranza. Al Sadr aveva annunciato già due mesi fa che sarebbe passato all’opposizione, chiedendo ai suoi avversari del Quadro di coordinamento (che comprende i blocchi sciiti, in particolare la coalizione Stato di diritto guidata dall’ex primo ministro Nouri al Maliki e il blocco Al Fatah, che rappresenta le forze di mobilitazione popolare fedeli all’Iran) di formare il governo.

I nuovi equilibri
Con il ritiro dei suoi parlamentari, l’equilibrio delle forze in parlamento si è ribaltato: la Triplice alleanza e i suoi alleati (Salvare la patria) si sono ridotti a 98 deputati. Insieme, il blocco del Quadro di coordinamento, l’Alleanza per la sovranità (sunnita) e l’Unione patriottica del Kurdistan contano 178 parlamentari. Mentre le forze neutrali o dell’opposizione occupano 53 seggi.

Il problema è che nessuno dei tre blocchi è in grado di fare un passo in avanti. Sanno che Al Sadr con la sua iniziativa parte da una posizione di forza, perché il leader religioso non fa affidamento solo sui suoi numeri in parlamento, ma può contare anche sul suo vasto seguito. Se i suoi seguaci scendono in strada possono paralizzare qualsiasi governo futuro. Inoltre il suo movimento può contare anche su una milizia potente e ben armata, Saraya al Salam.

Gli alleati sunniti e curdi di Al Sadr non hanno ancora deciso cosa fare, se restare in parlamento o seguire l’esempio dei sadristi dimettendosi dall’assemblea. Nella seconda ipotesi, il numero di parlamentari ritirati ammonterebbe a 155, così il parlamento perderebbe di valore e nuove elezioni diventerebbero inevitabili. In ogni caso, i perdenti di questo scenario sarebbero i sostenitori dell’Iran, in parlamento e fuori. È questo che vuole Al Sadr?

(Traduzione di Francesco De Lellis)