Migranti a piazza Omonia, ad Atene, il 14 giugno 2015. (Maxime Gyselinck, Courrier des Balkans)

Le vite sospese di migliaia di profughi ad Atene

Migranti a piazza Omonia, ad Atene, il 14 giugno 2015. (Maxime Gyselinck, Courrier des Balkans)
13 agosto 2015 13:03

Ogni giorno attraccano sulle coste greche imbarcazioni di fortuna. Tra i passeggeri, ci sono siriani, iracheni, afgani. Non sono mai stati così numerosi. In Grecia ne sono arrivati 124mila nei primi sette mesi dell’anno. Secondo le statistiche, tra il 60 per e il 70 sono siriani. Giovani laureati, famiglie, uomini soli in fuga dallo Stato islamico e dal regime di Damasco.

Dopo essere sbarcati sulle isole, i migranti raggiungono la capitale Atene, tappa obbligata per preparare il loro viaggio verso l’Europa occidentale. I nuovi arrivati alloggiano per la maggior parte in modesti alberghi che registrano il tutto esaurito. Incrociano i turisti, si aggirano nei dintorni di piazza Omonia. Trascorrono nella città pochi giorni in attesa di chi li farà passare in Macedonia o dei soldi inviati dai parenti.

Stamattina più di 1.200 persone sono sbarcate da diversi traghetti, giunti dall’isola di Lesbo. Il caldo è asfissiante, e si sono arenate in piazza Omonia, al centro di Atene. La maggior parte di queste persone smarrite si ritrova in questa piazza, dove contatteranno i trafficanti per telefono. Gli sguardi sono stralunati e stanchi. Un gruppo di giovani siriani riuniti sulla piazza centrale partirà la sera stessa diretto alla frontiera con la Macedonia. Il viaggio è ancora lungo, ma mostrano ugualmente un timido sorriso. “Siamo contenti di essere nell’Unione europea”.

Le loro storie sono tragiche, gli facciamo degli sconti per le stanze

Dopo quattro anni di conflitto, i siriani scelgono l’esilio perché la situazione nel loro paese si è radicalizzata. La guerra appare infinita. Scelgono spesso la traversata in mare tra la Turchia e la Grecia. I migranti si procurano da soli i giubbotti di salvataggio, a Smirne o Bodrum, luoghi di partenza dalla Turchia.

Tra i due paesi si sono diffuse e sviluppate reti di trafficanti. Lo stesso vale per Atene, Salonicco (nel nord della Grecia) e alla frontiera macedone. “I trafficanti apprezzano i siriani perché pagano tutto in una volta”, precisa una fonte della polizia. L’immigrazione degli ultimi tempi non è economica, i migranti siriani vengono qui per sopravvivere. Scappano dal paese sia famiglie modeste sia ricche. “I migranti che venivano prima in Grecia, dal Pakistan o dall’Afghanistan, pagavano la loro traversata a poco a poco, a seconda dello stato di avanzamento del viaggio”, commenta la fonte.

Per Diamantis Arastasio, gestore dell’hotel Alma, questi arrivi rappresentano “l’altra tragedia greca. La maggior parte resta in media due giorni ad Atene, e più passa il tempo, più diminuiscono le loro speranze”, spiega l’uomo dai lineamenti marcati.

“Conosco meglio di loro la situazione sul terreno, ho accesso ai mezzi d’informazione, quando arrivano mi fanno domande sul loro paese”.

Migranti iracheni davanti all’hotel Sparta, ad Atene, il 14 giugno 2015. (Maxime Gyselinck, Courrier des Balkans)

L’hotel Sparta è situato in una traversa brulicante e scalcinata vicino piazza Omonia. Quando arrivano i migranti, stanchi e in cerca di una stanza, si imbattono in cartoni ammassati e condizionatori che ronzano. L’edificio è modesto ma dall’aspetto gradevole. Quest’estate è pieno: le 40 stanze sono tutte occupate, il 60 per cento ospita siriani.

Passaggio a piazza Omonia

Marilena, sulla trentina, è la receptionist. “Nel 2012, avevamo già accolto molti cristiani in fuga dalla Siria. Adesso ci sono anche i musulmani. Ci sono persone benestanti, avvocati, dottori. Gruppi di uomini o famiglie. Parlano con i loro familiari, gli raccomandano il nostro albergo. Sappiamo che le loro storie sono tragiche, gli facciamo degli sconti per le stanze”.

Davanti all’hotel Sparta arriva un gruppo di iracheni. Marilena è spossata: non ci sono più posti. È la terza struttura che rifiuta il gruppo di giovani. Sono tutti sulla ventina e sono sfiniti. Dopo aver trascorso solo qualche giorno in Grecia, vogliono tornare in Turchia.

Sull’ascensore dell’hotel, l’indicazione “massimo tre persone” è stata tradotta in arabo. Da un mese tutte le indicazioni dell’albergo sono state tradotte in arabo in fretta e furia. “Abbiamo difficoltà a comunicare con gli ospiti delle stanze”, ammette Marilena.

Omonia è un luogo di passaggio per i migranti. La piazza è una rotonda molto trafficata, la circolazione di autobus, moto e automobili è incessante. Al mattino alcuni greci si fermano di tanto in tanto per offrire del cibo alle famiglie appena arrivate. Di notte, i siriani si ritrovano. Omonia è circondata da edifici in stile antico, e sullo sfondo un manifesto piuttosto ironico: l’Acropoli, cielo blu e la scritta “Benvenuti in Grecia”.

Abdullah ha 17 anni, ha le braccia sottili, uno sguardo corrucciato e un bel sorriso. Si dice “contento” di essere finalmente in “Yunanistan” (Grecia), ma vuole partire prima possibile. L’adolescente viene dal campo palestinese di Yarmouk, alla periferia di Damasco, con i suoi amici, tutti molto giovani. “Siamo stati costretti alla fuga dall’arrivo dello Stato islamico”. Abdullah, come molti siriani giunti in Grecia, è sollevato di poter finalmente parlare della situazione politica del suo paese. “Da noi non si può dire niente, tutte le parole vengono controllate, si finisce in carcere per questo”. Racconta: “Prima della guerra vivevamo bene, la situazione in questi ultimi mesi è stata terribile, vogliamo la vita che facevamo prima, quando andavo al liceo e scattavo foto”. Abdullah vuole essere fotografato. Il suo futuro lo vede in Germania. “La Siria è rovinata finché ci saranno Bashar e lo Stato islamico”.

Il giovane precisa: “In Siria viviamo nel terrore di uscire e parlare. Non sappiamo cosa succede di preciso nelle città, solo i social network danno qualche informazione”. I genitori e la nonna di Abdullah sono rimasti in Siria. “Comunico con loro tramite Facebook e WhatsApp, visto che in Grecia il wi-fi è dappertutto”. Abdullah afferma sicuro: lo raggiungeranno in Germania.

La lista dei pericoli

Gli amici di Abdullah fotografano tutto ad Atene. Le ragazze, gli edifici, spesso si mettono in posa facendo con le dita il segno della vittoria e poi postano gli scatti su Facebook… I ragazzi sembrano rinfrancati dopo la notte di sonno. Stamattina aspettano davanti all’hotel Alma, partiranno per la Macedonia. I loro zainetti pieni di vestiti sono sul marciapiede. Il gruppo aspetta solo che arrivi il trafficante. “Non l’abbiamo mai visto, l’abbiamo solo sentito al telefono, ci verrà a cercare stasera”, precisa fiducioso Abdullah.

Ahmed, 23 anni, siriano, in piazza Omonia ad Atene, il 15 giugno 2015. (Maxime Gyselinck, Courrier des Balkans)

I giovani conoscono il percorso dalla Grecia alla Germania grazie al passaparola, hanno sentito parlare di una nuova via verso l’Europa occidentale, un sentiero ormai parecchio accidentato. La ferrovia che dovranno costeggiare, le foreste che dovranno evitare, le città di cui devono diffidare. “Ogni paese ha le sue caratteristiche”, spiega Abdullah. La Macedonia è il paese più “pericoloso”, perché “i poliziotti sono rigidi e i mafiosi chiedono soldi”; la Serbia è “molto accogliente, ai serbi i siriani piacciono molto”, garantisce, mentre l’Ungheria è da temere perché “i poliziotti ci prendono le impronte digitali”. Cammineranno di notte e dormiranno di giorno. Si aiuteranno con i gps dei loro cellulari. Il tragitto da Damasco alla Germania gli è costato cinquemila dollari in tutto.

I jihadisti distruggono tutto. Trasformano in soldati i bambini e i ragazzi

Sanaa dà il biberon a Youssef nell’hotel Sparta, a Omonia. Il bambino si agita sul letto della modesta camera d’albergo, e restituisce il sorriso alla sua mamma, ma anche ad Agham e Ali, sua zia e suo zio. Youssef è nato il 25 maggio sull’isola greca di Kos. Sanaa e Agham sono arrivate in barca. Ali è riuscito a sistemarsi in Germania da un anno, e qui ha ottenuto lo status di rifugiato. Vive a Dortmund, da cui è partito diverse settimane prima per venire ad aiutare sua sorella e sua moglie in Grecia. Non vedeva la moglie da un anno. “È stata sei mesi in carcere per aver criticato il regime”. Agham (non si vede nelle foto) mostra il polso lacerato. Ha cercato di uccidersi dopo quell’esperienza.

Ad Atene, Ali corre dappertutto, dagli uffici di Medici senza frontiere agli uffici greci. Il siriano non capisce tutto quanto, è preoccupato. “Youssef avrà un passaporto?”. È infastidito dalla pubblica amministrazione greca, disorganizzata e sovraccarica per mancanza di risorse. Da diversi anni lo stato greco affronta un’immigrazione senza precedenti e fatica a esaminare tutte le richieste d’asilo.

Ilia e Rimi, cristiani di Siria, alloggiano in una stanza d’albergo a Sparta. “Abitavamo a Latakia, poi siamo fuggiti a Damasco, l’anno scorso, a causa dello Stato islamico. A Latakia avevamo conosciuto molti francesi, era una città molto bella”.

Rimi, 26 anni, carina e civettuola, approfitta del sole di Atene, si scopre le spalle e vuole visitare l’Acropoli. Spera di poter ammirare presto la tour Eiffel. Ilia si dichiara fan di Zinedine Zidane. La coppia però andrà in Belgio, “più accogliente della Francia”.

Ilia lavorava in un asilo, Rimi offriva sostegno psicologico alle giovani vittime della guerra. Avevano “una casa molto bella”, che hanno dovuto abbandonare. Poi hanno lasciato i parenti a Damasco. “I jihadisti distruggono tutto, tutti i giorni, attaccano. I bambini e i ragazzi sono traumatizzati quando c’è un’esplosione, le sognano la notte. Lo Stato islamico li trasforma in soldati”. La traversata via mare dalla Turchia alla Grecia ha segnato la giovane coppia. “Un gruppo di afgani ci ha rubato circa 1.500 euro”, denuncia Ilia.

Ahmet è venuto da solo da Idlib, a sudest di Aleppo. Intimidito, il giovane ci osserva con le braccia conserte e lo sguardo basso. Sul braccio ha un tatuaggio dell’esercito siriano, da cui ha disertato. A 25 anni, si ritrova da solo ad Atene, dove è arrivato una domenica di giugno. “I miei amici dovevano aspettarmi per andare tutti assieme in Macedonia. Sono partiti ieri senza di me. Non ho soldi per l’albergo. Adesso vorrei tornare in Turchia”.

Il giovane vaga davanti a una manifestazione in piazza Omonia. Non capisce perché, quel giorno, il gruppo Pame, un sindacato del Partito comunista, protesta sotto ai suoi occhi. Ahmed ha tre cicatrici provocate da proiettili vaganti. Sulla mano, sul cranio e sul piede.

(Traduzione Giusy Muzzopappa)

Questo reportage è stato pubblicato su Le Courrier des Balkans all’interno del progetto #OpenEurope, un osservatorio sulle migrazioni a cui Internazionale aderisce insieme ad altri nove giornali. Gli altri partner del progetto sono Mediapart (Francia), Infolibre (Spagna), Correct!v (Germania), Le Courrier des Balkans (Balcani), Hulala (Ungheria), Efimerida ton syntakton (Grecia), VoxEurop, Inkyfada (Tunisia), CaféBabel.

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