Reykjavík, Islanda, il 7 aprile 2014. (Matt Cardy, Getty Images)

L’Islanda prova a essere accogliente per i profughi, oltre che per i turisti

Reykjavík, Islanda, il 7 aprile 2014. (Matt Cardy, Getty Images)
21 novembre 2015 10:51

Alla fine di agosto, è bastato un solo giorno perché diecimila islandesi, il 3 per cento della scarsa popolazione del paese, si iscrivessero su Facebook all’evento Kæra Eygló Harðar – Sýrland kallar (Cara Eygló Harðar, la Siria sta chiamando). Rivolto alla ministra del welfare Eygló Harðardóttir, l’evento online era stato creato per mostrare – e richiedere – un sostegno da parte dell’Islanda ai profughi siriani.

I firmatari offrivano ospitalità, lezioni di lingua, aiuto legale, e questo richiamo alla solidarietà ha catturato subito l’attenzione: “Gli islandesi usano Facebook per aprire le porte ai profughi”, ha scritto il New York Times, e Head titolava così: “Migliaia di islandesi si sono offerti di accogliere i profughi siriani nelle loro case”.

Anche se il governo di centrodestra aveva mostrato di accogliere positivamente la campagna per tenere alta l’immagine del paese all’estero, un buonismo di facciata non sempre si traduce in atti concreti. Il numero di profughi che l’Islanda prevede di accogliere quest’anno rimane invariato: tra le cinquanta e le cento persone.

Relazioni pubbliche

L’Islanda è lontanissima dai confini meridionali dell’Europa sulla carta geografica, ma non sullo scenario politico. “Cinquanta profughi?”: era questa la domanda che correva sulle bocche delle persone di fronte alle immagini intollerabili dell’estate scorsa. Bambini annegati sulle spiagge. Un camion sulle Alpi pieno di cadaveri, morti soffocati. Asilo per cinquanta persone è davvero tutto ciò che si può fare?

Il 30 agosto, la ministra Harðardóttir ha dichiarato per radio di essere contenta della solidarietà manifestata dalla popolazione, definendola “un supporto notevole alle politiche del governo nei confronti dei profughi”. “E allora che cosa farà l’esecutivo?”, l’ha incalzata l’intervistatore.

La ministra ha replicato con una frase ambigua: “La questione è in esame”. Bene, ma cosa significa, in pratica? “Abbiamo bisogno di aiuto per elaborarla e farla funzionare”, ha continuato la ministra. “Voglio incoraggiare queste migliaia di persone a farsi avanti, a contattarci, al ministero del welfare o alla Croce rossa, e vorrei chiedergli cosa possono fare per dare una mano”.

E dopo questa sollecitazione, la scrittrice Bryndís Björgvinsdóttir ha creato l’evento su Facebook. Il premier Sigmundur Davíð Gunnlaugsson ha risposto il giorno dopo sempre per radio: “Molti islandesi vogliono accogliere più profughi”, gli hanno detto gli intervistatori. “Lei cosa ne pensa?”. Il ministro è apparso a disagio e si è dilungato sull’enormità dell’impresa, prima di concludere affermando di voler costituire al più presto “una commissione ministeriale”.

Raramente nel novecento l’Islanda si è dimostrata così lontana dai massacri da non poterne ricavare un profitto

La notte successiva, la famiglia del piccolo Aylan Kurdi ha intrapreso il suo viaggio, suggellato da quella che oggi appare come un’icona della nostra indifferenza, un’immagine che non smetterà di perseguitarci. Il corpo senza vita del bambino di tre anni è stato ritrovato su una spiaggia turca la mattina del 2 settembre. L’ondata di dolore che ne è seguita può aver alimentato la voglia di offrire un aiuto concreto. In ogni caso, la buona notizia si è diffusa grazie a titoli come: “Diecimila islandesi offrono ospitalità ai profughi siriani dopo la richiesta di una scrittrice”, oppure: “Diecimila eroi aprono le loro case ai profughi dalla Siria”, e così via.

Qualche giorno dopo, il primo ministro Gunnlaugsson ha aperto il suo discorso sul bilancio politico annuale accennando alla crisi dei profughi siriani. Queste persone, ha detto, ci ricordano “che dobbiamo essere riconoscenti alla nostra società, buona e pacifica, per l’esistenza che possiamo condurre, lontanissima dai teatri del mondo dove avvengono i massacri”.

A dirla tutta, raramente nel novecento l’Islanda si è dimostrata così lontana dai massacri da non poterne ricavare un profitto. Il primo esempio significativo può risalire a quando il paese decise di uscire dalla Società delle Nazioni, in modo da mantenere i livelli di esportazione del pesce verso l’Italia, che all’epoca era soggetta a sanzioni per i crimini di guerra commessi in Etiopia. Mussolini mostrò di gradire firmando di suo pugno l’accordo commerciale tra i due stati.

Risulta però più interessante, rispetto alla situazione attuale, l’atteggiamento che ha avuto l’Islanda verso i profughi prima e dopo la seconda guerra mondiale.

Hermann Jónasson, il predecessore di Gunnlaugsson e a capo del Partito progressista, bloccò l’accesso “per principio” a qualunque profugo ebreo. Quando alcune famiglie islandesi provarono ad adottare dieci bambini ebrei durante il conflitto, Jónasson si dimostrò di princìpi così elevati da respingere le loro richieste di autorizzazione.

Perché? A quel tempo, la Germania era uno dei principali importatori di pesce islandese, il prodotto più esportato dall’Islanda. Comunque le ragioni economiche forse non bastano a spiegare del tutto la scelta del primo ministro. Solo a guerra conclusa il parlamento islandese venne a sapere che nel luglio 1939 Jónasson aveva mandato il ventiquattrenne Agnar Kofoed-Hansen a Berlino per seguire dei corsi nella polizia nazista.

In una contorta variante dell’ugualitarismo, l’Islanda discrimina tutte le minoranze allo stesso modo

Il giovane capitano dell’aviazione fu accolto come “ospite personale di Heinrich Himmler” e studiò 40 giorni con il capo della polizia tedesca Kurt Dalüge, che in seguito fu processato e impiccato per crimini di guerra. Aggirando la mancanza di qualifiche ufficiali, nel gennaio del 1940 Jónasson nominò Kofoed-Hansen capo della polizia.

Quando l’esercito britannico occupò l’isola nell’aprile dello stesso anno, si ritenne che ci fossero buoni motivi per disarmare le forze paramilitari di Kofoed-Hansen, anche se lui rimase al suo posto fino al 1947. Tra i suoi compiti rientrava anche la costituzione e l’organizzazione del primo ufficio immigrazione islandese. Nel 2002 furono modificati il mandato e la denominazione dell’istituto, che però ancora oggi tratta tutte le richieste di permessi di residenza e asilo.

La clausola numero 4

Non è chiaro che rapporto abbia la formazione nazista di Kofoed-Hansen con la situazione attuale. Da un lato, non è mai venuto alla luce perché sia stato inviato a fare quel tirocinio in Germania. Il suo resoconto non è mai diventato pubblico e il premier Jónasson ha evitato di rispondere alle domande al riguardo. Dall’altro lato, le politiche dell’immigrazione islandesi restano imperscrutabili, visto che nessun governo ha mai dichiarato di averne una.

Però è possibile intravedere alcune tendenze ripercorrendo i comportamenti delle autorità.

Nel 1941, quando le forze armate statunitensi sostituirono gli occupanti britannici, l’Islanda pose otto condizioni ai nuovi arrivati. La clausola numero 4, nell’accordo bilaterale, stabiliva che sarebbero stati impiegati unicamente “soldati selezionati”. Il primo ministro ha spiegato l’eufemismo a un parlamento preoccupato: “A causa della situazione negli Stati Uniti, non si ritenne adatto formularlo esplicitamente nel testo dell’intesa, ma avevamo chiarito alle parti coinvolte che si intendeva escludere l’impiego di militari di colore”.

Al momento di aprire una base aerea permanente della Nato a Keflavík nel 1951, l’Islanda presentò di nuovo la clausola numero 4. Eppure, ogni volta che la politica razzista ricevette critiche negli Stati Uniti, i mezzi di informazione locali non solo smorzarono i toni del dibattito, ma addirittura ne smentirono l’esistenza, anche a fronte di un’ampia documentazione.

Nel 1964, il quotidiano socialdemocratico Alþýðublaðið respinse con questo titolo l’accusa sollevata da una pubblicazione accademica statunitense: “Non esiste discriminazione razzista a Keflavík”, citando come prova il fatto che ci fossero “due neri” nella base Nato.

Reykjavík, il 10 febbraio 2014. (Martin Zwick, Visum/Luzphoto)

Sono disponibili pochi dati sulle politiche di esclusione in Islanda, ma in compenso esiste una quantità di fatti. Però non si deve credere che la discriminazione delle minoranze tocchi solo i neri, oppure che ci si riferisca a un’epoca ormai superata.

Nel 2007 ventuno rom della Romania si erano trasferiti in Islanda. In quanto cittadini dell’area Schengen, erano ufficialmente liberi di viaggiare e risiedere nel paese; nessuno di loro aveva precedenti penali. Poiché non poteva espellere il gruppo con mezzi normali, la polizia cominciò a offenderli sui mezzi d’informazione – “si sa che questo tipo di persone porta con sé la criminalità” e cose del genere – finché tutti gli alberghi rifiutarono di alloggiarli. Una settimana dopo il loro arrivo, tutti i romeni accettarono dei biglietti aerei “offerti” dalla polizia, secondo la quale il gruppo aveva accettato “spontaneamente” di tornarsene indietro.

Questa procedura extralegale ricevette poca attenzione dai giornalisti, e da allora si è ripetuta più volte. Non ci sono comunità rom in Islanda: in una contorta variante di ugualitarismo, il paese discrimina tutte le minoranze allo stesso modo.

Dipendenze militari

Gli islandesi non hanno avuto una parola per l’olocausto fino al 1980, quando si dovette tradurre una serie televisiva con quel titolo. Per decenni, gli islandesi hanno chiamato “guerra benedetta” il secondo conflitto mondiale: le forze di occupazione avevano innescato un rapido processo di modernizzazione.

Tra il 1998 e il 2008 l’Islanda ha concesso l’asilo a una sola persona

Nel dopoguerra, pur senza aver subìto la distruzione di città o perdite militari, l’Islanda ricevette l’ammontare pro capite più alto degli aiuti previsti dal piano Marshall, e la base aerea Nato di Keflavík. Oltre al primo sistema stradale, tracciato dai britannici, e al primo aeroporto internazionale, realizzato dagli Stati Uniti, la base Nato fornì lo spunto all’Islanda per avanzare richieste consistenti durante tutta la guerra fredda.

Le minacce di chiudere la struttura o di uscire dalla Nato le hanno permesso di imporsi sulla marina britannica nelle “guerre del merluzzo”, che hanno portato a estendere da 4 miglia fino a 200 miglia il raggio della zona di pesca riservata. In cambio, l’Islanda ha sostenuto con fervore le imprese militari statunitensi in Corea, Vietnam, Afghanistan e Iraq.

Alla fine della guerra fredda, il futuro della base di Keflavík era diventato incerto. Per guadagnarsi il favore dell’amministrazione Bush e tenersi la base, nel 2003 l’Islanda aderì alla “coalizione dei volenterosi”. Nel luglio 2004, il primo ministro Davíð Oddsson andò in visita alla Casa Bianca per chiedere alle autorità statunitensi di non abbandonare il suo paese. In una successiva conferenza stampa congiunta, Oddsson affermò che “il futuro dell’Iraq e del mondo è assai migliore” grazie all’invasione statunitense e aggiunse: “Prima non c’era nessuna speranza, ma adesso sì”. Infine Oddsson intonò tanti auguri al presidente Bush insieme ai giornalisti. Ciononostante, la base fu chiusa nel 2006.

Oddsson potrebbe essere stato più uno scaltro realista che un illuso: molti fattori hanno contribuito al crollo economico nel 2008, ma non bisognerebbe ignorare le relazioni con gli Stati Uniti. Quello stesso settembre, durante la crisi, la Federal reserve offrì scambi valutari a sostegno di Svezia, Danimarca e Norvegia, ma non dell’Islanda: un’eccezione che sarebbe stata inconcepibile ai tempi della guerra fredda. Appena una settimana dopo, le tre banche più importanti del paese crollarono, causando una svalutazione del 50 per cento della corona islandese.

Tutti gli organismi statali subirono dei tagli. Una ricerca disperata di nuove fonti di reddito ha spinto la guardia costiera islandese verso l’Unione europea: l’uso di imbarcazioni e personale nelle operazioni Frontex nel mar Mediterraneo ha permesso all’Islanda di trasformare il dramma dei profughi in un gettito fiscale, che frutta un guadagno netto di quasi quattro milioni di euro all’anno.

Solidarietà crescente

Dopo i 52 rifugiati accolti nel 1956, provenienti dall’Ungheria invasa dai carri armati sovietici, l’Islanda ha partecipato a svariati programmi che prevedevano quote di ingresso di profughi. Però è raro che i richiedenti asilo entrati nel paese senza aver ricevuto un invito abbiano la possibilità di rimanerci. Dal 1998 al 2008 l’Islanda ha concesso l’asilo a una persona – non una all’anno, ma solo una in vent’anni.

Dal 2008 il numero delle persone accolte in Islanda è aumentato, grazie a una maggiore attenzione dei mezzi di informazione e a un maggiore attivismo della società civile: ogni anno sono accettate dieci dodici richieste.

Uno scandalo scoppiato nel 2014 ha mostrato una consapevolezza crescente riguardo ai diritti migranti.

Di fronte al sostegno in favore di un richiedente asilo nigeriano, il ministero dell’interno ha falsificato un documento riservato, facendolo poi filtrare ai giornalisti, con l’intenzione di rovinare la reputazione dell’uomo e della sua compagna, in modo da influenzare l’opinione pubblica e quindi facilitarne l’espulsione. Il metodo non era nuovo, ma le reazioni sì.

Alcuni giornalisti che avevano preso a cuore il caso, guidati da Jón Bjarki Magnússon e Jóhann Páll Jóhannsson del quotidiano Dagblaðið Vísir, hanno scoperto il trucco, smontando anche la successiva serie di bugie e inganni snocciolati dalla ministra dell’interno Hanna Birna Kristjánsdóttir. Un anno di ostinato giornalismo investigativo l’ha costretta a dimettersi. Le pratiche xenofobe del governo non avevano mai avuto conseguenze tanto gravi per la carriera di un politico.

Nel frattempo sono emersi con più chiarezza gli atteggiamenti xenofobi diffusi tra la popolazione. Nell’autunno del 2013 il comune di Reykjavík ha finalmente concesso un lotto di terra alla Società musulmana islandese per potervi edificare la prima moschea, dopo aver bloccato la richiesta per 15 anni. Alcune settimane dopo, nell’area è stata rinvenuta la testa mozzata di un maiale, accanto a una copia del Corano insanguinata. Quelle che sono state chiamate indagini non hanno portato a nulla. “Non vedo nessuna differenza tra questo caso e qualsiasi altro atto di protesta”, ha dichiarato il capo della polizia Benedikt Lund. Il caso è chiuso.

La seconda natura islandese

L’industria turistica islandese è in forte ascesa. Dal 2008 il turismo è diventato una componente essenziale della ricchezza nazionale, e con un milione di visitatori all’anno ha superato il valore delle esportazioni di pesce.

L’ente nazionale di promozione turistica ha aggiornato da poco le sue linee guida puntando sul cosiddetto turista illuminato. Si tratta di una figura dotata di “istruzione e reddito superiori alla media”, che vuole “distinguersi dalla massa, viaggiare per conto suo” ed è “interessato a conoscere la cultura, gli ideali e gli stili di vita degli altri”. E come si traduce questo per l’Islanda? Dovremmo dare l’impressione, dicono gli addetti, “di essere felicissimi di vederlo e farlo sentire a casa. Si potrebbe dire che l’accoglienza sia la nostra seconda natura”.

La statua di Leif Erikson a Reykjavík, Islanda, il 10 febbraio 2014. (Martin Zwick, Visum/Luzphoto)

Se un milione di turisti è accolto a braccia aperte, non si può dire altrettanto delle richieste d’asilo: nel mese di settembre l’ufficio immigrazione ne ha esaminate 167, respingendone 113. Di solito la polizia va a prelevare le persone respinte a notte fonda, avvisandole con pochissimo anticipo rispetto all’orario dei voli che le porteranno via. Si dice che questo sistema serva da deterrente contro il suicidio, che invece si verifica spesso tra coloro che hanno più tempo prima di partire.

Come scrisse Aleksandr Solženicyn nel 1974, gli arresti effettuati di notte offrono anche altri importanti vantaggi: “Chiunque viva nell’appartamento è terrorizzato appena bussano alla porta. L’arrestato è strappato al calore del suo letto: è confuso, mezzo addormentato, inerme e le sue capacità di giudizio sono annebbiate. In un arresto notturno gli uomini della sicurezza di stato hanno la superiorità numerica, ce ne sono tanti, e armati, contro una persona che non ha neanche finito di abbottonarsi i pantaloni”. E non è meno importante il fatto che “né la gente negli appartamenti vicini né quella per strada riesca a capire quanti sono stati portati via. Gli arresti che terrorizzano i vicini di casa non sono un fatto per tutti quelli che abitano più lontano. È come se non ci fossero stati”.

La commissione della commissione

Sulla scia dell’evento convocato su Facebook a settembre, i richiami alla solidarietà con i profughi siriani si sono moltiplicati: venticinque comuni islandesi si sono dichiarati disponibili a ospitarli. Tutti i partiti all’opposizione hanno proposto una risoluzione in parlamento per offrire subito asilo a 500 persone. Un altro migliaio di volontari si è iscritto alla Croce rossa islandese, che incoraggiava le autorità ad accettare almeno qualche centinaio di profughi.

Il 20 settembre la commissione ministeriale, annunciata dal premier Gunnlaugsson tre settimane prima, ha presentato il suo programma: istituire e sovvenzionare una commissione di esperti. Secondo il primo ministro, nel bilancio dell’anno prossimo saranno stanziati sette milioni di euro per i progetti della commissione. I ministri hanno preferito non commentare la domanda di chi ha chiesto se questi soldi saranno usati anche per i richiedenti asilo, in modo da incrementare il numero di profughi da accogliere.

Per il momento la risposta sembra negativa: la densità di popolazione sul suolo islandese rimarrà di tre persone per chilometro quadrato.

Alla fine di ottobre, la ministra del welfare Harðardóttir ha annunciato pubblicamente che il suo dicastero ha ricevuto i dati di tredici famiglie siriane attualmente confinate nei campi profughi; tra loro ci sono “un elettricista, un idraulico, un tecnico specializzato e un autista”, ha fatto notare. Al momento la commissione di esperti, nominata da quella ministeriale, sta valutando le domande di queste persone per scegliere a chi concedere asilo. Secondo la ministra, i fortunati potrebbero arrivare prima della fine di quest’anno.

Wael Aliyadah e Feryal Aldahash, una coppia di siriani, sono arrivati in Islanda lo scorso luglio con le figlie che hanno meno di 6 anni. A metà ottobre l’ufficio immigrazione ha emesso parere sfavorevole dopo aver esaminato la loro domanda di accoglienza, e ha stabilito che la famiglia va rispedita in Grecia, il primo paese dell’area Schengen dove sono stati registrati. Il loro avvocato ha presentato ricorso.

L’interesse mostrato dai mezzi d’informazione, una petizione online e manifestazioni di sostegno non sono serviti a modificare la decisione, ma almeno hanno permesso di rinviare il momento dell’espulsione. Questo sembra finora l’unico contributo concreto delle autorità islandesi alla crisi dei profughi siriani, a dispetto delle manifestazioni di solidarietà che si sono viste in autunno.

(Traduzione di Alessandro De Lachenal)

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