Le Vele a Scampia, Napoli, il 30 maggio 2013. (Andrea Sabbadini, Buenavista Photo)

Scampia cambia volto grazie alla resistenza dei suoi abitanti

Le Vele a Scampia, Napoli, il 30 maggio 2013. (Andrea Sabbadini, Buenavista Photo)
21 maggio 2016 10:30

Se si volesse individuare un simbolo della rinascita del quartiere napoletano di Scampia dopo gli anni bui delle guerre di camorra e dei supermarket della droga, bisognerebbe andare a cercare tra le 120 associazioni attive sul territorio, un numero sorprendente per un quartiere di quarantamila abitanti considerato l’emblema delle periferie difficili italiane.

Lo si potrebbe individuare in uno dei cinquanta spazi pubblici “recuperati” nel quartiere: orti urbani e parchi autogestiti come quello intitolato a Melissa Bassi, la ragazzina uccisa il 19 maggio 2012 da una bomba all’istituto Morvillo-Falcone di Brindisi, o ancora il centro Mammut nella piazza intitolata a Giovanni Paolo II, dove si lavora quotidianamente con giovani e immigrati. Si potrebbe scegliere la palestra di Gianni Maddaloni, divenuta celebre dopo che il figlio Pino è diventato campione mondiale di judo, o citare la casa di produzione cinematografica Figli del Bronx fondata da Gaetano Di Vaio, che nella sua autobiografia Malavita (Einaudi) racconta di aver cominciato “a 12 anni con i furti” per poi arrivare alla droga e infine reinventarsi dopo il carcere.

Ottima candidatura sarebbe quella di San Ghetto, patrono e simbolo del carnevale organizzato ogni anno dal centro sociale Gridas, un evento ludico e politico allo stesso tempo, nel quale anche negli anni peggiori è scesa in piazza la Scampia che non voleva arrendersi ai morti ammazzati e al degrado sociale. Quest’anno la sfilata è stata dedicata alle migrazioni: sui carri erano rappresentati fili spinati, muri da scavalcare e frontiere da superare.

Francesco, fabbro, nel laboratorio dell’associazione Officina delle culture a Scampia, Napoli, il 21 gennaio 2016. (Andrea Sabbadini, Buenavista Photo)

Il Gridas (un acronimo che sta per Gruppo risveglio dal sonno) fu occupato nel 1981 da un pugno di attivisti ed è ancora lì, circondato dalle palazzine dell’Istituto autonomo case popolari (Iacp) e avvolto nei graffiti di Felice Pignataro, writer tuttora insuperato della scena artistica di strada napoletana e maestro di street artist di fama internazionale come Cyop&Kaf: i suoi duecento inconfondibili murales dai colori accesi disseminati nel quartiere hanno cambiato volto a Scampia.

Tra deserto e gentrificazione

Volendo riconoscere un omaggio alla carriera, il Gridas avrebbe come valido concorrente solo il Comitato di lotta che si riunisce nella sala al pianterreno della Vela gialla, sotto una gigantografia di Che Guevara. È da quando fu occupata da senzatetto del centro storico, dopo il terremoto del 1980, che il Comitato si batte perché agli abitanti dei palazzi che più di tutto simboleggiano quella che lo scrittore napoletano Ermanno Rea definisce “la schiuma nera della modernità napoletana” siano assicurate condizioni di vita da paese occidentale e non del quarto mondo.

Agli inizi si trattò di ottenere la regolarizzazione, da occupanti ad assegnatari, oggi invece la battaglia è quella per essere trasferiti dalle quattro Vele sopravvissute agli abbattimenti decisi negli anni novanta dalla giunta guidata da Antonio Bassolino (la gialla, la verde, l’azzurra e la rossa) in abitazioni più decenti.

Ancora una volta a Napoli è l’urbanistica a fare la differenza

Un segno di rinascita potrebbero essere proprio i 94 alloggi appena assegnati dalla giunta guidata da Luigi de Magistris ad altrettante famiglie che vivono nelle Vele o la nuovissima facoltà di medicina in via di ultimazione che dovrebbe cambiare la fisionomia sociale del quartiere.

Ne sono convinti al ristorante Chikù, messo in piedi da sette donne, quattro napoletane e tre rom, nei locali sopra l’Auditorium comunale. “Il nostro è un progetto di gastronomia interculturale”, spiega una delle fondatrici, Emma Ferulano: mescolano cucina napoletana e gitana, affacciati con un ampio terrazzo sull’università in costruzione e sui 140mila metri quadri di parco, mostrando di preferire l’inevitabile gentrificazione al deserto attuale di un quartiere dove “tutto è costruito secondo un’ottica securitaria”, come spiega Giovanni Zoppoli, un attivista del Mammut, e dove, contrariamente a quanto accade nel resto della città, la vita si svolge nei giardini protetti dei residence privati.

La scuola di ballo nell’associazione Officina delle culture a Scampia, Napoli, il 21 gennaio 2016. (Andrea Sabbadini, Buenavista Photo)

Ancora una volta, a Napoli è l’urbanistica a fare la differenza: tanto la dimensione angusta del vicolo costringe a vivere a stretto contatto, quanto gli spazi ampi della periferia allontanano le persone tra loro. “Non si può capire Scampia se non si capisce com’è nata”, mi ha detto qualche tempo fa la compagna di Felice Pignataro, Mirella La Magna, che ha visto nascere il quartiere, agli inizi degli anni settanta:

Qui abitavano solo contadini e pastori, poi hanno cominciato a costruire e il massaro che abitava qui sotto si è trasformato in capocantiere. Assegnavano i palazzi a fette, man mano che costruivano. Li vedevi illuminarsi uno dopo l’altro, mentre sotto era ancora tutto sgarrupato, con le file di ambulanti che vendevano mobili, lampadari e oggetti per l’arredamento ai nuovi residenti. Non c’erano negozi, scuole, cinema. È stato un gigantesco invito all’individualismo e all’illegalità.

Il resto lo hanno fatto l’utopia delle unités d’habitation ispirate a Le Corbusier e l’idea dell’architetto Franz di Salvo di riprodurre la struttura del rione in un solo palazzo, che hanno partorito le Vele, e da ultimo il sisma del 1980, con la costruzione di altri 128mila alloggi e il trasferimento forzato di altre migliaia di persone dal centro storico della città. In questo modo un pezzo di campagna fertile è stato trasformato nella periferia di Gomorra, dove più del 60 per cento della popolazione non ha un lavoro.

I clan, decimati dalle faide e dagli arresti, non hanno più lo smalto criminale di un tempo

“A Scampia la camorra non è riuscita a fare scacco matto”. Ciro Corona, attivista del gruppo Resistenza anticamorra, non ha dubbi: dopo gli anni in cui i morti ammazzati si sono contati a decine e dei giri d’affari milionari legati ai traffici di droga, delle ventiquattro piazze di spaccio di un tempo ne è rimasta solo una e pure i proventi non sono più quelli di una volta.

I luoghi della vendita e del consumo si sono spostati altrove: al rione Traiano o al parco Verde di Caivano, per esempio. Ma quello di spacciatore non è più un lavoro redditizio come qualche anno fa: c’è meno domanda e la deflazione ha inciso pure sui prezzi degli stupefacenti. Corona ne è convinto: farsi assumere da un clan oggi non è più conveniente, e questo toglie terreno alla malavita organizzata. “La camorra oggi non ha più il potere economico per comprarsi il consenso, e questa è la sua più grande sconfitta”, afferma con sicurezza.

I clan, decimati dalle faide (tre negli ultimi dieci anni) e dagli arresti, non hanno più lo smalto criminale di un tempo. Molti affiliati a gruppi sconfitti sono fuggiti all’estero o comunque fuori dal quartiere e, come in altri luoghi della città, imperversano le cosiddette “paranze dei bambini”.

Piazza Giovanni Paolo II a Scampia, Napoli, il 27 maggio 2013. (Andrea Sabbadini, Buenavista Photo)

L’Officina delle culture

Ma, nonostante le difficoltà, la potenza di fuoco della camorra rimane comunque elevata: il 20 aprile scorso un commando ha assaltato a colpi di kalashnikov una caserma dei carabinieri a Secondigliano. Ventisei i colpi sparati verso l’edificio, secondo gli inquirenti per far capire al tribunale dei minori che “i figli non si toccano”: i magistrati hanno deciso di sottrarre due bimbi (di tre anni e dieci mesi) al boss di 24 anni di un clan che prende il nome dalla strada in cui abitano gli affiliati, Vanella Grassi.

L’ex istituto professionale era un simbolo della capitolazione dello stato. Oggi ospita nove associazioni

Corona mi attende all’ingresso dell’Officina delle culture: un ex istituto professionale chiuso nel 2004 perché il piazzale di fronte era diventato un’area di spaccio e nessuno più s’iscriveva. Un simbolo della capitolazione dello stato, che ha lasciato l’edificio incustodito per un decennio, consegnandolo di fatto alla camorra, che lo ha trasformato in un deposito di armi e in un dormitorio di tossicodipendenti.

Finché non sono arrivati a riprenderselo gli attivisti di Resistenza anticamorra. “Abbiamo trovato una situazione difficile da descrivere a parole: intere pareti erano state abbattute, a terra c’erano file di materassi insanguinati e sporchi di escrementi. Ci sono voluti due anni e seicento volontari per bonificare mille metri quadrati dell’ex scuola”, spiega il giovane attivista illustrando le attività dell’Officina delle culture: una sala incisioni, un auditorium, una scuola circense e una di danza, una palestra di boxe. Nell’ex istituto professionale oggi sono attive nove associazioni, sono impiegati alcuni detenuti da reinserire socialmente e si producono marmellate con la frutta raccolta in un terreno confiscato a Chiaiano.

Nei mille metri quadrati ancora da ristrutturare nasceranno una bottega del commercio equo e solidale e una pizzeria. Nella ex sala del buco gestita dalla camorra si sta svolgendo una lezione di tango.

L’Officina è intitolata a Gelsomina Verde, una ragazza la cui efferata uccisione ha segnato un’intera generazione, tra Secondigliano e Scampia. Fu uccisa in maniera brutale, finita con un colpo di pistola alla tempia e carbonizzata nella sua auto perché non fossero visibili le torture subite, il 21 novembre 2004 ad appena 22 anni, forse per una relazione, conclusa da tempo, con un giovane condannato a morte per essere passato dal clan Di Lauro ai cosiddetti scissionisti che avevano abbandonato il gruppo, come scrive Roberto Saviano in Gomorra.

La guerra per il controllo delle piazze di spaccio era esplosa un mese prima e in appena quattro mesi lasciò sul terreno almeno 70 vittime (tra i quali alcuni innocenti) e un numero imprecisato di feriti.

Secondo Francesco, il fratello di Gelsomina, invece, la ragazza sarebbe stata seviziata e poi uccisa perché si sarebbe rifiutata di fornire agli aguzzini informazioni su alcuni avversari, che conosceva perché andava a fare doposcuola ai loro figli: “Sarebbe stato come ammazzarli, per questo disse no”. Ora Gelsomina sorride da una gigantografia, all’ingresso di questa ex scuola lasciata nelle mani dei clan e finalmente riconquistata grazie alla resistenza di un pezzo di società civile, a testimoniare che anche a Scampia la camorra sta perdendo terreno. È per questo che oggi l’Officina delle culture simboleggia probabilmente più di tutti la rinascita, in corso, del quartiere.

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