Anabel (nome di fantasia per tutelarne l’identità) ha due figli: uno di cinque e uno di sei anni. Lei ha ventotto anni e per due non ha potuto vedere i bambini. Ora può incontrarli solo un’ora alla settimana in un centro protetto, dopo che il giudice del tribunale per i minorenni le ha tolto la responsabilità genitoriale e ha stabilito che possono essere adottati.

Lo scorso settembre durante un’udienza ha saputo per caso che, dopo quattro anni passati in una casa famiglia, i bambini sono stati trasferiti in due diversi nuclei familiari adottivi. Ne è venuta a conoscenza per caso. Con la sua avvocata non è riuscita ancora a leggere il provvedimento con cui la giudice ha deciso di affidare i bambini alle famiglie adottive, perché non le è stato notificato niente.

Ogni volta che vede i figli, sono arrabbiati. Prova a giocare con loro, ma spesso non le rispondono. La prima volta non l’hanno riconosciuta: erano passati due anni da quando si erano incontrati l’ultima volta.

All’inizio quando chiedeva “Come state?”, loro rispondevano: “Perché ce lo chiedi?”. Le domandavano spesso: “Perché non viviamo con te?”. Oppure: “Perché ci portano via?”. Non sapeva cosa rispondere, inventava delle storie. Diceva che stava cercando casa, che era in un momento di difficoltà, che tutto si sarebbe risolto al più presto. Ma i bambini ancora oggi pensano che sia stata lei ad abbandonarli.

Non sanno che sta combattendo per riaverli, ma che il meccanismo burocratico in cui sono finiti nella maggior parte dei casi penalizza le donne straniere. L’avvocata che cura l’interesse dei bambini (la cosiddetta curatrice) sostiene che la scarsa conoscenza dell’italiano di Anabel sia un problema. Prima di essere separati lei e i figli parlavano in inglese.

Succede agli immigrati di prima generazione come Anabel, che hanno vissuto il trauma dell’arrivo in un paese dove incontrano molti ostacoli all’inclusione. È una condizione che l’etnopsichiatra francese nativo della Martinica Frantz Fanon ha definito di perenne “non arrivo”. I bambini parlano invece un ottimo italiano.

Anabel è nigeriana, è arrivata in Italia nel 2016, quando era ancora minorenne. Una volta nel paese, dove pensava avrebbe costruito un futuro radioso, sono cominciati i suoi problemi.

Una storia complicata

Prima è stata ospitata in un centro di accoglienza per minori, poi è stata contattata da Tina, una donna che aveva conosciuto in Libia. Su Facebook, la donna le ha proposto un lavoro a Roma e l’ha convinta a lasciare il centro di accoglienza in cui si trovava. A Roma Anabel ha scoperto di essere finita nelle mani di una rete criminale, dedita alla tratta di ragazze straniere e al loro sfruttamento sessuale.

Tina, che era una maman, un’intermediatrice che si occupa di reclutare e ricattare le ragazze facendole prostituire, le ha detto che per fare il viaggio aveva contratto un debito di trentamila euro e che avrebbe dovuto ripagarlo. La ragazza è finita sulla strada per qualche mese. Poi è riuscita a scappare, dopo essersi innamorata di un ragazzo ed essere rimasta incinta. Si è rifugiata nell’appartamento del suo compagno, un connazionale. Ma lui la picchiava e un giorno l’ha cacciata, impedendole di portare con sé le sue cose.

A quel punto, incinta del primo figlio, ha deciso di trasferirsi in Germania con un’amica. È stata ospitata da un centro di accoglienza, ha trovato un lavoro. È nato il primogenito. Ma dopo un periodo di tempo, il padre del bambino si è ripresentato e lei è tornata insieme con lui. Hanno vissuto in pace per un po’, è nato anche il secondo figlio. Ma quando il piccolo non aveva neanche un anno, alle 5 la polizia ha bussato alla porta di casa per arrestarli.

Il suo compagno era coinvolto in una rete criminale che si occupava di traffico di droga, e anche lei è stata accusata di farne parte. I bambini sono stati affidati a un’amica, poi a una casa famiglia in Germania, finché Anabel non è stata estradata in Italia insieme ai figli ed è entrata con loro nel reparto del carcere di Rebibbia, a Roma, destinato alle donne con i figli minorenni.

Ricorda la disperazione: era chiusa nella cella con i bambini, si sentiva depressa, non voleva nemmeno mangiare. Tutti i suoi sforzi le sembravano inutili, il viaggio dalla Nigeria, la fuga dalla maman, il trasferimento in Germania, il lavoro. In quel momento la polizia penitenziaria l’ha segnalata al tribunale per i minorenni, dicendo che la donna non riusciva a prendersi cura dei bambini.

Le guardie penitenziarie l’hanno accusata d’incuria. Ma contemporaneamente la psicologa del carcere aveva certificato il suo malessere psichico, legato alla reclusione. Per lei non sono state disposte delle misure alternative e nell’agosto 2021 i bambini le sono stati tolti e trasferiti in una casa famiglia. Sospesa la responsabilità genitoriale.

Nella casa dove è stata accolta una donna nigeriana vittima di tratta. Ferrara, 2013. (Simona Pampallona)

L’anno dopo, nel marzo 2022, Anabel è stata assolta da tutte le accuse, è stato accertato che era all’oscuro dei traffici del compagno. È stata vittima di un errore giudiziario e di molti pregiudizi, per il fatto di essere straniera. Ma quando è uscita dal carcere non è riuscita a vedere i figli. Anche se la perizia dell’equipe dell’ambulatorio del San Gallicano ha certificato “un’attenzione ai bisogni ludici ed emotivi dei bambini”, una certa consapevolezza di sé e anche dei “fattori di possibile rischio” , la donna non ha potuto interrompere la sospensione della genitorialità.

Nel 2023, grazie all’aiuto dell’associazione Be Free, un centro antiviolenza per le donne vittime di tratta, che l’ha aiutata a sostenere le spese, Anabel è riuscita a pagare un centro per gli incontri protetti per vedere i figli un’ora alla settimana. Nei centri municipali gratuiti, infatti, c’era una lista di attesa troppo lunga. In questo modo ha ricominciato a incontrarli. Nel febbraio 2024, in un’altra relazione della sua avvocata emerge che Anabel lavorava in un albergo, non maltrattava i figli e non aveva commesso reati.

Ma il rapporto stilato dall’avvocata curatrice, che segue il caso, sostiene che i bambini abbiano bisogno di una stabilità che la madre non può assicurargli. “La madre deve capire che deve parlare la lingua che parlano i bambini, cioè l’italiano”, c’è scritto in una relazione. Anabel dice di essere pronta a fare ricorso, ma i suoi figli non solo sono stati separati da lei, da un paio di mesi sono stati divisi anche tra di loro per essere affidati a due famiglie diverse. “Tutto diventa sempre più difficile, man mano che il tempo passa”, dice la donna con un filo di voce, dopo avermi raccontato la sua storia.

Secondo Francesca De Masi, operatrice di Be Free, il caso di Anabel è comune. “Questa donna ha vissuto una serie di traumi insieme ai figli”, spiega De Masi. “Il carcere in cui è stata ingiustamente detenuta, l’estradizione in Italia, la separazione dai figli. È una donna che ha alle spalle un percorso traumatico, ma nonostante questo, è molto attaccata ai figli e le sono richieste capacità che normalmente non sarebbero richieste ad altre madri”, dice l’operatrice, che nel corso degli ultimi anni ha seguito una decina di donne di origine nigeriana che si sono trovate nella stessa situazione. Secondo il servizio nazionale antitratta, dal 2015 in Italia sono state identificate più di 22.500 donne vittime di tratta. Più di ottomila hanno intrapreso un percorso di protezione e di fuoriuscita da situazioni di violenza e sfruttamento.

“Quello che ci chiediamo è perché ad Anabel non sia stato permesso di ricongiungersi ai figli, una volta uscita dal carcere. Non li ha mai maltrattati, né ha commesso reati”, dice De Masi. Poi l’operatrice denuncia che per mesi la ragazza non ha potuto vederli per ragioni burocratiche e disservizi: la lista di attesa troppo lunga dei centri protetti municipali impediva alla madre di incontrare i figli come avrebbe avuto diritto a fare. La madre non aveva mezzi per pagare un centro privato, né conosceva la procedura.

“Queste donne scontano il fatto di essere straniere, di non capire i meccanismi burocratici farraginosi in cui finiscono, di orientarsi con fatica e di non avere possibilità economiche. La povertà è il loro primo fattore di vulnerabilità. Se fossero ricche non incorrerebbero in questo tipo di trattamento”, continua l’operatrice.

Il ritardo delle istituzioni

Se l’associazione, insieme a un centro di accoglienza per migranti, non avesse avuto la possibilità di pagare gli spazi per gli incontri protetti con i bambini, sarebbero passati ancora dei mesi in cui la madre non avrebbe potuto incontrarli. Le donne straniere, in particolare le nigeriane, sono spesso segnalate da strutture sanitarie per i loro comportamenti, in base a dei canoni di giudizio che l’operatrice giudica discriminatori.

“A una donna le è caduta la bambina dalla fascia e gli operatori sanitari del pronto soccorso hanno fatto partire la segnalazione al tribunale dei minori. Da questo momento ci sono una serie di stereotipi e pregiudizi che pesano sulle valutazioni degli assistenti sociali o dei giudici”, racconta De Masi.

“Nei dieci casi che ho seguito in questi ultimi anni nessuna madre aveva maltrattato i figli, ma era stata segnalata per qualche comportamento spesso legato alla sua cultura d’origine, ritenuto sconveniente secondo il nostro concetto di genitorialità”. L’operatrice aggiunge che donne nigeriane all’interno dei centri di accoglienza hanno manifestato malessere psicologico, qualche volta legato al tipo di accoglienza “molto coloniale”: per esempio le persone non possono cucinarsi i pasti da sole, non possono ricorrere alla medicina tradizionale.

Quando si sono manifestati, i sintomi psichiatrici non sono però stati interpretati con gli strumenti dell’etnopsichiatria, ma sono stati trattati in base alla cultura occidentale. “Questo a volte è stato all’origine di segnalazioni al tribunale dei minori”, racconta ancora De Masi.

L’antropologa e psicoterapeuta, tra le fondatrici del centro Frantz Fanon di Torino, Simona Taliani ha raccolto molti di questi casi in un libro, Il tempo della disobbedienza (Ombre corte 2019), in cui mostra il ritardo culturale delle istituzioni, che genera discriminazioni e violenze sulle donne nigeriane. In un sistema “kafkiano” che procede senza autocritica o riflessione, le istituzioni finiscono per assumere decisioni radicali, come la sospensione della responsabilità genitoriale per mancanza di conoscenza dei contesti culturali di provenienza delle madri.

Nell’aprile 2021 la Corte europea dei diritti umani (Cedu) ha condannato l’Italia in un caso che riguarda una madre nigeriana, sottolineando come l’interruzione dei contatti con i figli minori durante le procedure di affidamento preadottivo (specie per vittime di tratta) violi il diritto alla vita familiare. Inoltre, ha detto la corte, le valutazioni sulle capacità genitoriali devono considerare il contesto culturale senza discriminare. La corte ha ribadito l’importanza del superiore interesse dei minori e del diritto di una donna a mantenere i contatti con i figli, criticando decisioni che non tengono conto della specificità culturale e della vulnerabilità della madre.

“Non mi pare che ci siano ancora studi quantitativi, ma dal punto di vista qualitativo abbiamo raccolto decine di storie di questo tipo”, racconta Simona Trillo, neuropsichiatra infantile e consulente del tribunale per i minori e la corte d’appello di Roma. Secondo la specialista, questi casi presentano caratteristiche simili. “Nelle istituzioni non ci sono ancora competenze che tengano conto degli aspetti culturali dell’essere genitori, non in tutte le culture essere madri e padri significa la stessa cosa”. La neuropsichiatra denuncia un modello “assimilazionista” che giudica le persone straniere sulla base del grado di conformità al modello dominante nel paese di arrivo.

“Le donne nigeriane che hanno raggiunto l’Italia si trovano in una condizione estrema di vulnerabilità, sono spesso vittime di tratta o madri single. Sono vulnerabili anche dal punto di vista economico”, continua Trillo. I motivi per cui queste vengono segnalate sono diversi: “Le madri non sono considerate adeguate secondo i nostri criteri. Quello che contestiamo è come sono valutate le loro competenze genitoriali. Non è mai considerata né la condizione traumatica legata al percorso migratorio né la loro provenienza culturale”.

La neuropsichiatra sostiene sulla base della sua esperienza che l’anello debole sono spesso i servizi sociali. “Gli assistenti sociali sono sovraccarichi di lavoro, spesso in burn out. Non sono accompagnati da professionisti che hanno una formazione specifica su questo tipo di problematiche e finiscono per decidere in favore dell’espulsione di queste persone dal sistema, più per stanchezza e inadeguatezza che per convinzione”, dice Trillo. “Quando chiedono il nostro intervento in tempo, quando siamo chiamati a intervenire in una fase iniziale, di solito gli esiti sono migliori”, aggiunge.

Secondo la neuropsichiatra, il clima politico ostile verso migranti e stranieri può avere un peso, ma non è determinante. Più spesso è proprio la mancanza di strumenti adatti, di conoscenza e di tempo a produrre esiti drammatici per le donne e i loro figli.

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