29 agosto 2020 10:04

Nel 1945 le condizioni di Rimini sono tragiche: 396 bombardamenti subiti in undici mesi, più di seicento vittime civili, più di quattromila edifici distrutti e tremila gravemente danneggiati, l’82 per cento della città porta i segni delle bombe. Il sindaco Alberto Ciari chiede aiuto al Dono svizzero, un programma internazionale di aiuti. Qualche mese dopo arrivano in città Margherita Zoebeli e Felix Schwarz. Lei ha 33 anni, nel 1936 durante la guerra civile spagnola ha soccorso ed evacuato i bambini da Barcellona verso la Francia, e nel 1944 ha fatto la staffetta partigiana in val d’Ossola. Lui ha 28 anni, è un architetto e ha studiato con il meglio dell’avanguardia europea. Sono due socialisti.

Con i fondi del Dono svizzero progettano un centro sociale – con docce e mense– di cui fa parte anche un giardino d’infanzia (un asilo) per 150 bambini. Trovano uno spazio nel centro della città bombardata, accanto alle rovine dell’anfiteatro, e in pochi mesi creano una struttura di emergenza con tredici grandi baracche di legno.

Il centro sociale, passata l’emergenza, viene dismesso; mentre l’asilo – il Centro educativo italo-svizzero (Ceis) – è ancora lì. Le baracche sono state in parte sostituite da edifici in muratura, in parte semplicemente restaurate; in 75 anni il Ceis è diventato una delle esperienze scolastiche più importanti e innovative a livello internazionale.

Nutrire la curiosità
La ragione per cui questa storia è conosciuta, studiata, ma non è certo famosa, è forse data dal fatto che Margherita Zoebeli (1912-1996) non ha mai scritto un libro, non ha mai battezzato un metodo, o forse semplicemente perché è una donna. Intervistata decine di volte (la più bella, da recuperare, gliel’ha fatta Michele Golinucci per un vecchio programma di Radio 3, Paesaggio con figura), Zoebeli è un’intellettuale da riscoprire e valorizzare proprio se si vuole ripensare la scuola in un momento di emergenza e di sperimentazione come quello che si aprirà a settembre.

Il Ceis si presenta – a un bambino, a un adulto, a un visitatore – come un villaggio, ed è il nome che i bambini stessi gli hanno dato dalla sua nascita: il villaggio italo-svizzero. “Svizzero” è rimasto e rimarrà nella denominazione, ci tiene a dirmi la nuova direttrice, Ilaria Bellucci, non solo come omaggio a chi ne permise la nascita. Visto dall’alto occupa i due terzi di un ovale il cui terzo restante è ricoperto dalle rovine dell’anfiteatro romano. Ma vederlo dall’alto, nell’insieme, non restituisce il senso stesso del progetto.

Un’aula del Ceis, Rimini, 2011. (Oscar Ferrari)

Monica Maioli, architetta, consigliera della fondazione Zoebeli e una delle curatrici del libro sul Ceis Lo spazio che educa, ci tiene a mostrarmi che dall’interno del villaggio si scopre un pezzo di visuale alla volta. È così perché lo spazio segue la filosofia con cui Schwarz dispose le baracche. L’architetto che lo ispirò, Aldo van Eyck, parlava di “chiarezza labirintica”, un ossimoro che indicava la possibilità di emulare la dimensione di un borgo: da scoprire, da esplorare, e capace quindi di nutrire continuamente la curiosità di chi lo attraversa.

In una baracca c’è la mensa, in un’altra si fa lezione di inglese, in un’altra di musica… In ognuna lo spazio è ampio e modulare, pensato in modo che si possa lavorare a piccoli gruppi, e che lasci anche la possibilità di isolarsi per riflettere o lavorare per conto proprio. I bambini possono spostarsi liberamente da una baracca all’altra senza il controllo degli adulti; anzi gli viene chiesto espressamente di usare a turno degli appositi carrellini appesi all’esterno per trasportare le colazioni o il materiale didattico per i compagni. Intorno al villaggio c’è solo una ringhiera bassissima e diverse entrate sempre aperte. “Nessun bambino è mai uscito?”. “In tutti questi anni solo uno, qualche anno fa”, mi risponde Maioli. “Se n’era tornato da solo a casa”.

Il Ceis è stato un centro di sperimentazioni e riflessioni pedagogiche dalla fine degli anni quaranta in poi, meta di pellegrinaggio di giovani maestre e accademici, di attiviste e anche architetti – da Ludovico Quaroni a Giancarlo De Carlo, che ha poi collaborato per molti decenni con il centro. Il Movimento di cooperazione educativa (Mce) ha preso le mosse da qui; i seminari dei Centri di educazione ai metodi dell’educazione attiva (Cemea) sono stati inaugurati dalle prolusioni di Zoebeli; la scuola-città Pestalozzi a Firenze ha pescato molto dal Ceis. Così come figure che oggi sono riconosciute cardinali per la pedagogia italiana del novecento: da Gianni Rodari a Mario Lodi, da Loris Malaguzzi ad Aldo Visalberghi, da Francesco De Bartolomeis, che ne ha ricordato la centralità assoluta, a Goffredo Fofi, che è stato l’intellettuale italiano che più ne ha seguito l’evoluzione, studiandone e ricordandone il valore nei decenni.

“Tutti maschi”, dico, mentre anche io sono l’unico maschio di fronte a sei donne sedute nel piccolissimo soggiorno di quello che fu l’appartamento di Zoebeli al Ceis. Mi stanno raccontando la storia di quelle pareti: Monica Maioli, Ilaria Bellucci, Carla Semprini Cesari (maestra in pensione e vicepresidente della fondazione Margherita Zoebeli), Grazia De Paulis (collaboratrice storica del Ceis fin dagli anni sessanta), Fiorella Zangari (direttrice tecnico-pedagogica servizi educativi del comune di Rimini ora in pensione, nuova consigliera della fondazione) ed Eleonora Forlani, anche lei ex educatrice, amica di Zoebeli, combattiva e sarcastica, che mi dice:

Sì, questo è un aspetto che in genere si sottovaluta. Non hai idea di quanti hanno ‘usato’ Margherita. C’era molta gente che frequentava il Ceis, e lei si lasciava ‘usare’ con grande dignità e anche ironia. Margherita procedeva sempre oltre, era una capacità femminile, andava oltre i campi disciplinari. Era consapevole, è stata usata e si è fatta usare perché ci teneva alla causa.

La causa che Margherita Zoebeli ha difeso fino alla morte è quella di una straordinaria anomalia – un asilo-borgo nel centro di una città turistica – che nei decenni si è dimostrata sempre più tale, di un metodo sperimentato ogni giorno, discusso collettivamente, confrontato con altre esperienze europee e internazionali.

Una politica miope
Fa specie girare tra le baracche di legno – in questi giorni in cui dopo il confinamento è stato riattivato il centro estivo – e confrontare questo spazio libero, immaginato a misura dell’autonomia dei bambini, con la retorica del controllo e delle telecamere che oggi è invalsa nel dibattito su scuole e asili.

Quest’anomalia oggi è diventata intollerabile per una parte sempre più ampia della politica riminese. Proprio nei giorni di chiusura per il covid-19 il capogruppo della Lega al consiglio comunale ha voluto spendere il suo tempo contro il Ceis: “La fase 3”, ha dichiarato, “dovrà iniziare con l’urgente recupero dell’anfiteatro romano e lo spostamento del Ceis. Nella proiezione futura dobbiamo mettere in cantiere da subito le grandi opere e, soprattutto, i nuovi progetti comunali”. I nuovi progetti comunali consistono nella cancellazione di quest’esperienza unica, che ormai ha un valore storico tanto quanto l’anfiteatro romano; ma la miopia culturale che spinge a fare cassa sul consumo turistico immagina di poter stravolgere questo piccolo pezzo di città in nome di “grandi opere” e “innovazione”.

In un’aula del Ceis, Rimini, 15 aprile 1959. (Archivio fotografico Ceis, fondo Ceis-Archivio Margherita Zoebeli, biblioteca civica Gambalunga,Rimini)

Se è vero che non abbiamo un libro simbolo che riesca a riassumere l’importanza di questa storia, ci sono comunque diversi testi che aiutano a ricostruirla: due sono fondamentali, entrambi a cura di Carlo De Maria, Intervento sociale e azione educativa e Lavoro di comunità e ricostruzione civile in Italia, pubblicati rispettivamente nel 2012 e nel 2015; poi ci sono decine di migliaia di fogli manoscritti e dattiloscritti di Zoebeli, relazioni per conferenze, appunti ed epistolari conservati alla biblioteca Gambalunga di Rimini e catalogati dallo stesso De Maria; e infine ci sono i volumi della sua libreria al Ceis, non ancora catalogati. “Sono solo una parte, molti libri Margherita li regalava, li prestava”, dice Carla Semprini Cesari.

La figura di Margherita Zoebeli giganteggia ancora nelle parole di chi l’ha conosciuta. Molti ricordano che metteva soggezione (“Le sue origini svizzere”), che spesso era sola (senza affetti familiari, in molti casi osteggiata da politici miopi), ma anche che la sua autorevolezza era mitigata da una sorta di dolcezza. “Diceva sempre quello che pensava ma in un modo mai aggressivo”, racconta Grazia De Paulis.

Nel cortile del Ceis, 4 aprile 1955. (Archivio fotografico Ceis, fondo Ceis-Archivio Margherita Zoebeli, biblioteca civica Gambalunga,Rimini)

Ascoltando queste parole, leggendo questi libri, andando a ritrovare i nomi degli autori che sono stati compagni, maestri e allievi di Zoebeli, si possono individuare le influenze che l’hanno aiutata a definire il suo progetto pedagogico e implicitamente politico. Ci sono i testi classici del socialismo, soprattutto quello anarchico di inizio novecento, da Gustav Landauer a Martin Buber, fino Pëtr Kropotkin (Eleuthera ha da poco ripubblicato il suo meraviglioso Mutuo appoggio). Ci sono i saggi di psicologia di Alfred Adler, di pedagogia di Célestin Freinet e John Dewey (ovviamente) e i libri di quella stagione luminosa che ha accompagnato la rinascita della scuola italiana nel dopoguerra, a partire dall’impronta del “ministro del comitato di liberazione nazionale” Carleton Washburne, inventore delle scuole Winnetka: e quindi Lamberto Borghi, Ernesto Codignola, Francesco De Bartolomeis.

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Di loro si possono rileggere saggi capitali. In molti casi andrebbero ristampati quelli pubblicati da La Nuova Italia negli anni cinquanta e sessanta, che contribuirono a fare della scuola italiana un’avanguardia planetaria. E andrebbe recuperato Memoria come futuro, cinquant’anni di vita del Ceis che raccoglie una serie di testimonianze di molti che hanno conosciuto e vissuto il Ceis (Rita Levi Montalcini, Tonino Guerra, tra gli altri) e una serie di documentazioni fotografiche incredibili, di chi già nel dopoguerra aveva riconosciuto la straordinaria anomalia che Zoebeli si era inventata e insieme lo spirito di ricostruzione che animava Rimini: Ernst Koehli, Werner Bischof, Decio Camera, Enrico De Luigi sono solo alcuni dei nomi dei fotografi che visitarono il centro…

Ma delle tante riflessioni che il Ceis riesce a squadernare, quella che oggi è forse la più interessante è quella sullo spazio.

Matrice comune
Margherita Zoebeli e Felix Schwarz hanno dato vita a qualcosa di unico, facendo convergere due discipline diverse, la pedagogia e l’architettura, ma avendo ben presente la stessa matrice politica: il socialismo. I due si sono inventati un progetto che dava corpo ad alcune tra le idee più radicali che sarebbero circolate a lungo nei decenni successivi, molto prima della loro divulgazione. La scuola, se ne rendono conto entrambi, ha bisogno di adattabilità, flessibilità, e questo si traduce nella modularità e nell’intercambiabilità di spazi e tempi.

In un articolo della primavera 1946, pubblicato sul periodico locale Città Nuova, Schwarz scrive:

L’architettura è l’espressione più chiara della volontà, delle intenzioni politiche dell’umanità. L’uomo servendosi direttamente dell’architettura, ne è direttamente influenzato. Fedeli alle nostre concezioni socialiste, tentiamo di organizzare il materiale da costruzione di cui noi disponiamo in modo da favorire attraverso le forme ambientali la libera educazione dei nostri bambini.

C’è un’unica intervista che Schwarz ha rilasciato sul Ceis. Gliela fa Hannes Dubach il 19 marzo 2012 e la sua testimonianza ribalta una doppia vulgata: quella dell’intervento fortunoso, quella della solitudine di Margherita Zoebeli nell’ideazione dell’asilo.

Il suo compito per Rimini era creare con materiale messo a disposizione, anonime baracche militari, un ‘villaggio’, un centro sociale. Quali idee di Roth e Moser della Nuova Scuola era possibile assumere per questo progetto? Forse la disposizione e l’attrezzatura delle singole baracche anziché l’insieme del villaggio? Non solo. Alla fine degli anni trenta Hermann Baur aveva costruito a Basilea la scuola padiglione: questo era il modello educativo-pedagogico. Si dovevano dunque creare spazi all’aperto, cioè spazi liberi: l’insegnamento non doveva aver luogo esclusivamente dentro l’aula. Credo di ricordare che questo era fin da principio un tema ricorrente di Margherita.

Rispetto alla gretta polemica che la Lega e anche qualche politico progressista ha voluto cavalcare per delegittimare la funzione storica del Ceis e soprattutto la smisurata mole di riflessioni a cui ha dato vita, possiamo citare un altro piccolo e prezioso libro uscito nel 2017, Ruderi Baracche Bambini, a cura di Andrea Ugolini. È un testo che riesce a fare un passo in più: valorizza l’anomalia per riprogettare il Ceis e altri spazi. C’è un saggio di Tessa Matteini sulla relazione tra spazi educativi e archeologici che è illuminante per ripensare la riprogettazione urbana delle città italiane; e c’è un saggio di Kristian Fabbri sulle caratteristiche microclimatiche ed energetiche delle baracche che è una vera scoperta e ha ottimi consigli per inventarsi le scuole ai tempi dell’emergenza climatica.

L’evidenza che ricaviamo, mentre si ricorda Zoebeli e si visita il Ceis, è che non è soltanto esistita in Italia una storia di grandi innovazioni pedagogiche, ma che tutto questo può aiutarci moltissimo a progettare gli spazi che andremo ad abitare domani. E che anche sotto questo punto di vista l’ideologia socialista ha molto più da insegnarci di quello che immagineremmo.

Le fotografie a colori fanno parte di un reportage del 2011 commissionato a Oscar Ferrari dalla fondazione Margherita Zoebeli. Quelle in bianco e nero sono state gentilmente concesse dall’archivio fotografico Ceis, fondo Ceis-Archivio Margherita Zoebeli, biblioteca civica Gambalunga, Rimini.