L’Aqua theatre, l’anfiteatro all’aperto che ospita spettacoli e proiezioni.

Il segreto di Rebecca

L’Aqua theatre, l’anfiteatro all’aperto che ospita spettacoli e proiezioni.
02 agosto 2018 14:32

Questo articolo è uscito il 3 agosto 2012 nel numero 960 di Internazionale, a pagina 10. L’originale era uscito sul Guardian, con il titolo Rebecca Coriam: lost at sea.

Porto di Los Angeles, 23 ottobre 2011. Alla piscina Pippo, sul ponte 9 della Disney Wonder, si festeggia l’inizio della crociera Adventures away. “Addio stress!”, grida il direttore della crociera. “Benvenuta vacanza!”. La sirena della nave intona When you wish upon a star annunciando che stiamo per salpare per il Messico. Una trovata d’effetto. La nave ha appena vinto il premio Condé Nast Traveller 2010 per l’equipaggio e il servizio.

Dal ponte 10 guardo la folla degli ospiti e dell’equipaggio sotto di me. A bordo questa settimana ci sono 2.455 passeggeri e mille dipendenti. Dall’alto riconosco gli animatori delle attività per ragazzi, in maglietta gialla e pantaloni blu. Si occupano dei bambini all’Oceaneers’ Club, sul ponte 5.

Nessuno ne parla, ma molti a bordo sanno che qualche mese fa su questa rotta è successo qualcosa di terribile – tra Puerto Vallarta e Cabo San Lucas. Alle 5.45 di mattina del 22 marzo una telecamera a circuito chiuso ha registrato le immagini di una ragazza che parlava al telefono, nella zona riservata al personale. Si chiamava Rebecca Coriam. Aveva 24 anni, veniva da Chester, in Gran Bretagna, e si era appena laureata in scienza dello sport all’università di Exeter. Da nove mesi lavorava a bordo come animatrice delle attività per ragazzi, e a quanto pare le piaceva molto. Ma al telefono sembrava sconvolta.

Scomparsa nel nulla
“Si vede un ragazzino che si avvicina e le chiede se sta bene”, mi ha detto Mike, il padre di Rebecca, quando l’ho incontrato nella casa di famiglia a Chester. “Lei risponde: ‘Sì, tutto bene’. Poi riattacca e si gira. S’infila le mani nelle tasche posteriori dei pantaloni, come faceva sempre. Poi le porta alla testa e si tira indietro i capelli”. Mike ha fatto il gesto: sembrava normale. “E poi si allontana”.

Quella è l’ultima volta che è stata vista. È scomparsa nel nulla.

Non vedendola arrivare al lavoro quella mattina, i colleghi l’hanno chiamata con gli altoparlanti interni. Hanno perlustrato la nave e avvertito la guardia costiera messicana, che ha scandagliato le acque senza successo. Da allora è passato quasi un anno e mezzo.

“Ogni volta che chiamiamo per avere notizie ci sentiamo rispondere ‘C’è un’indagine in corso’”, mi ha detto Mike. “Abbiamo provato a inviare email, a ricordare quello che stiamo passando”. Si interrompe. “Ma niente. Otteniamo solo un ‘C’è un’indagine in corso’”.

Mike e sua moglie Ann hanno creato il sito “Help us to find Rebecca” (aiutateci a trovare Rebecca, rebecca-coriam.com) e organizzato eventi per raccogliere fondi. Quando sono andato a trovarli avevano la casa piena di premi per una riffa: scatole di cioccolatini, giochi da tavolo e pupazzi di peluche donati da sostenitori. Ci sono giorni che riescono a tirare avanti. Altre volte non sanno più dove sbattere la testa, mi ha detto Mike.

Mi hanno spiegato che le indagini sulla sparizione di Rebecca sono state affidate a un solo agente. È arrivato in aereo da Nassau, nelle Bahamas, a 1.500 miglia di distanza: un solo uomo incaricato di condurre un’indagine forense e interrogare tremila persone. È toccato a lui perché la nave era registrata alle Bahamas per ragioni fiscali. Nessuno ha giudicato rilevante il fatto che quando non era in viaggio la nave era di base a Los Angeles, che la sede centrale della compagnia si trova in Gran Bretagna, che Rebecca era britannica e che la sua scomparsa era avvenuta in acque internazionali tra gli Stati Uniti e il Messico (funziona ancora così per i passeggeri europei, ma dal 2010 una legge stabilisce che se un cittadino statunitense scompare su una nave da crociera l’autorità competente è l’Fbi).

Mike e Ann hanno incontrato l’agente delle Bahamas una sola volta. Sono volati a Los Angeles il 25 marzo per aspettare la nave al rientro in porto. Quelli della Disney gli hanno mostrato le immagini delle videocamere del circuito chiuso e presentato il poliziotto.

Mike ricorda bene quel momento. “Gli ho chiesto: ‘Ora tornerà a bordo della nave?’. E lui ha risposto: ‘No, torno alle Bahamas’. Ho pensato: un momento, ma sei arrivato sulla nave solo venerdì!’. È rimasto a bordo solo il sabato. I passeggeri non sono mai stati interrogati”.

“Nessuno?”, ho chiesto.

“No. E neanche molti componenti dell’equipaggio”, ha aggiunto Ann.

Surf sul simulatore.

Ho detto a Mike e ad Ann che avrei prenotato una crociera su quella nave, per fare qualche domanda in giro e vedere cosa riuscivo a scoprire. Mi hanno risposto che avrebbero apprezzato qualsiasi informazione fossi riuscito a ottenere.
Nell’atrio sul ponte 3 i passeggeri sono in fila per avere l’autografo di Topolino. Sento un passeggero adulto chiedere a un uomo dell’equipaggio: “Quanti simboli di Topolino ci sono esattamente a bordo?”. L’uomo sembra spiazzato. Ce n’è una ventina nelle nostre immediate vicinanze: orecchie di topo art déco sopra le porte in vetro smerigliato, orecchie di topo spiraleggianti sul tappeto. “Non saprei”, risponde. Il passeggero sembra seccato. “Posso mostrarle alcuni Topolino nascosti”, aggiunge l’uomo, conciliante. È una tradizione Disney inserire immagini di topolini nell’architettura. I fan si divertono a trovarli.

Entro in uno dei bar e mi metto a parlare con un cameriere. “Com’è lavorare qui?”, gli chiedo.

“Fa tutto parte dello spettacolo”, risponde. “In mezzo agli ospiti sei sempre in scena. Anche se fai il cameriere, l’addetto alle pulizie o il mozzo”.

“Da quanto tempo sei a bordo?”.

“Sette mesi. Torno a casa tra quaranta giorni, 44 per la precisione”, ride.
“Sette mesi sono tanti. È dura stare lontani dalla famiglia. Eri a bordo quando Rebecca Coriam è scomparsa?”, chiedo.

Lui strizza gli occhi. “Non ne so niente”, dice. C’è un lungo silenzio. “Non è mai successo”, dice. Mi guarda. “È quello che devo rispondere, scusi”.

È una bella notte limpida sul ponte 4. Davanti a noi si vedono le luci di un’altra nave da crociera. Qualche giorno dopo, quando arriviamo a Puerto Vallarda, la vedo di nuovo: si chiama Carnival Spirit. Dal 2000 a oggi sono scomparse 46 persone dalle crociere Carnival. È il record negativo più alto di tutte le compagnie di crociere, che dal 2000 hanno registrato un totale di 182 persone scomparse. Rebecca è la prima della Disney. Mentre sono a bordo della Wonder, ricevo un’email di Mike: “Volevo informarti che il numero di persone scomparse quest’anno è appena salito a 17. Un uomo è scomparso nel golfo del Messico. Era a bordo della Carnival Conquest”. Quando sono sceso dalla nave il numero era già arrivato a 19.

Acque internazionali
La prima cosa che succede quando qualcuno scompare da una nave da crociera è che la sua famiglia riceve una telefonata di un certo Carver Kendall, dall’Arizona. “Quando è la tua famiglia a essere colpita, pensi di essere l’unico al mondo”, mi dice Carver al telefono. “Be’, i Coriam hanno scoperto di non essere soli. Circa ogni due settimane qualcuno cade in mare”.

Secondo Carver, i numeri hanno raggiunto proporzioni epidemiche e nessuno se ne rende conto perché l’industria è in grado di mettere tutto a tacere. Lui ha perso la figlia, Merrian, nell’agosto del 2004, scomparsa dalla Celebrity Mercury. L’addetto ai servizi di cabina ha denunciato la scomparsa fin dal secondo giorno, mi ha detto Carver, ma l’allarme non è mai stato dato. “Tutti i giorni confermava che la ragazza non c’era, e gli veniva detto di lasciar perdere”.

Non credo che possiate immaginare quanto sono piccole le nostre cabine. Sul serio, è qualcosa che la vostra mente non può neppure concepire

Così sul suo cuscino si sono accumulati i cioccolatini. Quando la Mercury ha attraccato a Vancouver – come Carver ha testimoniato di fronte a una sottocommissione del senato statunitense – nessuno dei componenti dell’equipaggio ha detto niente, né alla polizia né all’Fbi né ad altri. Hanno solo raccolto gli effetti personali di Merrian, e dopo un po’ li hanno donati in beneficenza. “Se alla fine non fossimo riusciti a dimostrare che era a bordo di quella nave, sarebbe scomparsa e basta”, ha spiegato Carver.

In seguito, la compagnia Celebrity ha diffuso un comunicato: “Purtroppo c’è ben poco che una compagnia di crociere, un villaggio turistico o un albergo possano fare per impedire a qualcuno di suicidarsi”. Ma il caso è ancora aperto. “Probabilmente non c’è nulla che noi, o qualsiasi altra azienda, possiamo fare per convincere i genitori che abbiamo agito con la dovuta delicatezza”, ha precisato nuovamente la compagnia.

Oggi Carver guida il gruppo di pressione International cruise victims. Al telefono mi parla di ipotetici omicidi, negligenza e insabbiamenti. A volte suona rabbioso, altre volte è molto convincente: “Pensi alla provenienza dell’equipaggio. È gente sottopagata, che arriva da paesi poveri in via di sviluppo e lavora sulle navi per nove mesi consecutivi. Il tasso di violenze sessuali è più alto del 50 per cento rispetto a una città media americana”.

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Effettivamente i passeggeri di una sola nave – la Carnival Valor – hanno denunciato all’Fbi nove aggressioni a sfondo sessuale in meno di un anno. “Su una nave non c’è polizia”, osserva Carver. “E una volta che hai lasciato il porto, sei in acque internazionali”.

“Crede che sua figlia sia stata uccisa?”.

“Sì. È la voce che circola anche tra i membri dell’equipaggio”. Fa una pausa. “Lasciamo da parte l’omicidio. Pensi solo all’alcol. La Royal Caribbean ha appena avviato una politica di drink illimitati a prezzo fisso, che viene applicata sulla Celebrity”.

Non credo che l’ubriachezza rappresenti un problema sulla Disney Wonder: il tasso alcolico delle bevande è così basso che dovreste bervi una piña colada ghiacciata grande come un iceberg per ubriacarvi.

“Un irlandese era in crociera con la figlia di 15 anni”, mi ha raccontato Carver. “A bordo le hanno servito otto drink in un’ora. È corsa al parapetto, ha vomitato ed è caduta in acqua. Sparita”.

Il caso citato da Carver è quello di Lynsey O’Brien, scomparsa il 5 gennaio 2006 mentre era in crociera con la famiglia al largo della costa messicana. L’indagine interna condotta dalla compagnia, Costa Magica, ha stabilito che non ci sono prove di una caduta accidentale, che Lynsey aveva mostrato al barista un documento dal quale risultava che aveva 23 anni, e che la morte è stata causata dal “consumo di alcol da parte di una minorenne”. Pur continuando a “esprimere alla famiglia il suo profondo cordoglio”, la compagnia ha dichiarato che il rapporto la sollevava da ogni responsabilità.

“Quando fatti del genere avvengono in altre aziende interviene la polizia”, ha continuato Carver. “Sulle navi da crociera ci sono i cosiddetti addetti alla sicurezza, ma lavorano per la compagnia. Non muoveranno un dito, se la compagnia viene citata in giudizio. Siamo arrivati alla conclusione che l’insabbiamento è la procedura operativa standard”. Un’altra pausa. “E la Coriam? Dove sono i video del circuito chiuso?”.

Secondo alcuni articoli apparsi all’epoca della scomparsa sul Los Angeles Times e sulla rivista online Cruise Law News, la Disney sostiene di non avere filmati di Rebecca che cade in mare. E rifiuta di “rivelare il numero e la dislocazione delle videocamere presenti a bordo, per ragioni di sicurezza”.

“Se c’è un video in cui si vede tua figlia che cade in mare il discorso è chiuso. È impossibile che qualcuno lasci una nave senza lasciare tracce filmate”, ha concluso Carver.

Il ponte 5
Alle 7 di martedì mattina sono sul ponte 4 mentre superiamo il tratto di oceano in cui è scomparsa Rebecca. Un banco di delfini salta fuori dall’acqua. I passeggeri intorno a me sussultano. Vedo passare una ragazza irlandese che lavora per la compagnia e le chiedo come si vive nelle cabine dell’equipaggio. “È come stare nell’armadio di Harry Potter”, risponde.

Intende dire un luogo magico, ma minuscolo e buio. Le cabine dell’equipaggio non hanno finestre, sono sotto il livello del mare, come scatole d’acciaio. I dipendenti sono pagati per lavorare sette giorni alla settimana per periodi che vanno dai quattro agli otto mesi (a seconda del loro grado nella gerarchia aziendale), prima di potersi prendere qualche mese di ferie. Alle dieci di sera, una volta, ho visto alcune donne del reparto animazione in cui lavorava Rebecca giocare con i bambini per le scale. A quanto pare restano in piedi finché c’è qualche bambino da intrattenere. Una ex dipendente, Kim Button, ha scritto un blog per raccontare la vita a bordo della Disney Wonder. “Non credo che possiate immaginare quanto sono piccole le nostre cabine. Sul serio, è qualcosa che la vostra mente non può neppure concepire. Avevamo riunioni del personale alle due di mattina, l’unico orario in cui nessuno di noi lavorava, quindi se finivi il turno alle dieci di sera non potevi dormire granché perché alle due dovevi essere già in piedi per la riunione. La piscina riservata all’equipaggio è uno dei pochi posti dove i dipendenti possono ritrovarsi ed essere se stessi, senza paura di assumere comportamenti inappropriati davanti agli ospiti”.

La foto di gruppo dei passeggeri.

Anche se per i passeggeri la vita a bordo è una magia continua, con sfavillanti spettacoli in stile Broadway, il bingo, i corsi di agopuntura e origami, i film sotto le stelle e le escursioni a riva per fare snorkeling e ammirare i pesci tropicali o attraversare a cavallo la foresta pluviale messicana, ogni tanto vedo balenare lampi di insofferenza. Un animatore fa un numero in cui lancia un pellicano di peluche alla sua assistente. Per sbaglio la colpisce in faccia. “Lo devi prendere, il pellicano!”, scatta lui.

“Quello è il mio capo”, mi dice mormorando, imbarazzata.

Durante un’escursione a riva, un messicano dell’equipaggio chiede ai passeggeri di formare una fila “dritta”, a coppie, mentre aspettiamo l’autobus. Ognuno sente il bisogno di rispondergli dicendo qualcosa di scherzosamente e sottilmente aggressivo.

“Oh, dev’essere diritta!”, dice uno.

“E se la facessimo un po’ storta?”, dice un altro.

E così via, praticamente da un capo all’altro della fila. L’addetto dell’equipaggio sembra turbato e imbarazzato.

Arrivo alla conclusione che l’unico posto da cui potrebbe essere caduta Rebecca sia la pista da jogging sul ponte 4. Era una fanatica della forma fisica. La mia teoria è che dopo la telefonata delle 5.45 di mattina sia andata a fare jogging e sia scivolata. Quindi sono sorpreso di vedere quattro videocamere del circuito chiuso sul ponte 4: due a babordo e due a tribordo, che insieme riprendono ogni singolo centimetro del ponte. Sulle prime non è facile individuarle, perché sono a forma di lunghi tubi e hanno tutta l’aria di un’attrezzatura nautica.

Un uomo in tuta gialla sta verniciando una ringhiera. Lancio nervosamente un’occhiata dentro: c’è una grande festa dedicata a Cenerentola. Qualcuno canta una canzone che dice che dobbiamo avere “fiducia, caramelle e polvere di stelle”. Da qualche parte anche l’equipaggio festeggia: sento strilli e risate dietro una porta d’acciaio. Ma la festa dell’equipaggio ha un suono diverso da quella degli ospiti, come una pentola a pressione che sfiata.

Avanzo furtivamente verso l’uomo che vernicia il parapetto. “La ragazza che è scomparsa a marzo”, dico, “dev’essere caduta da questo ponte, giusto?”.

Lui sembra sorpreso. “No, è venuta giù dal ponte 5”.

“Ma non ci sono spazi esterni sul ponte 5”, dico io.

“Vada al ponte 10, arrivi a prua della nave e guardi giù”, dice. “Vedrà la piscina dell’equipaggio. È da lì che è caduta. Dal lato a tribordo”.

“E come lo sa?”, gli chiedo.

“Ero sulla nave quel giorno. Lo sanno tutti”.

“E com’è possibile?”, chiedo.

“Hanno trovato la ciabatta”, dice.

Vado al ponte 10 e guardo giù. E la vedo. La piscina dell’equipaggio è bella, più grande di alcune di quelle degli ospiti. Ma è l’equivalente di una cabina interna: non ha la vista sull’oceano, perché dietro al parapetto c’è una parete d’acciaio, alta più di due metri. È impossibile che qualcuno sia potuto cadere accidentalmente da lì.
Quando torno al ponte 4, l’uomo sta ancora verniciando.

“L’ho visto”, dico.

“Dio benedica quella ragazza”, fa lui.

“Dev’essere molto pesante lavorare su questa nave”, dico. “Avete cabine minuscole e claustrofobiche, e i passeggeri sono molto esigenti. Lavorate ogni santo giorno per sei mesi di seguito. E dovete avere un’aria ‘disneyana’ anche quando verniciate un parapetto…”.

Lui mi guarda come se fossi matto. “Noi non stiamo mai in cabina”, dice. “Ci andiamo solo a dormire e a farci la doccia. Il tempo libero lo passiamo in mensa o nella piscina dell’equipaggio”.

Un gruppo di suoi colleghi addetti alla manutenzione del ponte ci raggiunge. “Alla Disney non sono schiavisti”, dice uno. “Possiamo scendere a terra. Abbiamo delle pause. Tutto quello che c’è di sopra c’è anche da noi, di sotto”. Indica le viscere della nave. “Abbiamo una biblioteca, una palestra, una sala giochi, una piscina. Io non ho uno schermo piatto o una palestra, a casa. Qui invece sì. L’unica cosa che mi manca è la mia famiglia”.

“Ma dover sempre recitare per gli ospiti…”, dico.

“I sorrisi e la felicità”, risponde qualcuno, “sono tutti veri. Non sono cose che si possono fingere”.

“La Disney non ti assume se non sei un tipo così”, dice un altro.

“Ma che mi dite di Rebecca Coriam?”, chiedo. “La conoscevate?”.

Qualcuno annuisce. “Era una bella ragazza”, dice uno. “Non nevrotica. Come tutti gli altri, qui. Simpatica, cordiale e felice”.

“Allora perché…?”, dico.

“Non lo so”, fa lui, scrollando le spalle. “Ma non c’è niente di losco o di sinistro sotto. Questa è la Disney”.

Per qualche giorno chiedo ad altre persone e ricevo sempre la stessa risposta: si è buttata dal ponte 5, dove c’è la piscina dell’equipaggio.

“La Disney sa perfettamente cosa è successo”, mi dice una componente dell’equipaggio. “Ha presente la telefonata che ha ricevuto? È stata filmata. Qui filmano tutto, ci sono videocamere ovunque. La cassetta ce l’ha la Disney”.
“Cosa c’è in quella cassetta?”, le chiedo.

“Io non lo so, ma conosco un ragazzo che conosceva bene Rebecca. Vuole che glielo presenti?”.

E così, quando tutti sono a dormire, ho una breve conversazione con uno dei migliori amici che Rebecca avesse a bordo.

“Tu sai cosa c’è in quella cassetta?”, gli chiedo.

Lui scuote la testa. “Non esattamente. Io so che stava litigando con la sua compagna”. Fa una pausa. “Che altro vuole che ci fosse? L’amore, i rapporti. Non c’è nessun mistero. Era una bella ragazza, ma con dei problemi”.

La mattina dopo, mentre rientriamo al porto di Los Angeles, un dipendente della compagnia di crociera mi chiama con un cenno. Ha saputo che faccio domande su Rebecca Coriam e vuole dirmi che il suicidio non è l’unica possibilità. Forse, dice, dopo la telefonata la ragazza ha fatto due passi per rilassarsi, e il vento l’ha portata via.

“Ma la parete d’acciaio è troppo alta, di sotto”, dico.

“Io ero sulla nave quel giorno”, dice lui. “C’era il mare grosso. Una volta un mio collega è stato svegliato la mattina presto perché c’erano delle persone su quel ponte, dove tirava un gran vento e si scivolava. Gli hanno detto che doveva farle rientrare. La Disney ha preso la cosa molto sul serio, e quel collega è stato rispedito a casa”.

“Quindi potrebbe essere caduta?”, chiedo.

“Potrebbe essere caduta”, dice.

La teoria di Melissa
Entriamo nel porto. È qui che Mike e Ann sono arrivati il 25 marzo dopo aver ricevuto la telefonata di un dirigente della Disney, Jim Orie, che li informava della scomparsa di Rebecca. Sono arrivati in tempo per vedere sbarcare i passeggeri.
“Speravamo di poter parlare con alcuni di loro, ma non ci è stato permesso”, mi ha detto Mike quando sono stato da lui e Ann a Chester. “Ci hanno tenuti chiusi dentro un’auto con i finestrini oscurati”, ha aggiunto Ann.

“Avete avuto la sensazione che vi stessero tenendo lontani dai passeggeri?”.
Mike: “Be’…”.

Ann: “Probabilmente era così”.

“Ma i dirigenti della Disney sono stati gentili e disponibili con voi?”, ho chiesto.
“Oh, sì”, ha detto Mike.

Una volta sbarcati i passeggeri, Mike e Ann hanno potuto salire a bordo. Sono stati portati in una stanza che si è rapidamente riempita di dirigenti della Disney. Con loro c’era anche la ragazza con cui Rebecca aveva parlato al telefono quella mattina alle 5.45.

“Le avete chiesto di cosa hanno parlato?”, ho domandato. “Perché Rebecca era sconvolta?”.

Hanno scosso la testa. “Avremmo voluto chiedere tante cose, ma quando siamo arrivati eravamo stravolti dal jet lag”, ha detto Ann. “Non dormivamo dal martedì. E siamo arrivati il venerdì. Non avevamo mangiato…”.

“Con il senno di poi, credo che avremmo fatto meglio a rimandare un po’ il viaggio”, ha detto Mike.

“Per essere più lucidi?”.

Ha annuito. “Ma quando ti scompare una figlia, non ragioni così. E poi volevamo sbrigarci per poter incontrare qualcuno dei passeggeri”.

Mike ricorda di aver pensato, mentre era seduto in quella stanza sulla nave, che non importava se non riuscivano a ottenere tutte le informazioni necessarie, perché ci sarebbero state altre occasioni per farlo. Non poteva immaginare che non sarebbe stato così.

Il capitano e alcuni uomini dell’equipaggio rispondono alle domande dei passeggeri.

Il 1 novembre il caso di Rebecca è stato discusso alla camera dei comuni britannica. Stephen Mosley, deputato di Chester, ha detto che la Disney ha dimostrato di essere “più interessata alla ripresa della crociera che alla scomparsa di una sua dipendente”, e ha definito “spaventoso” il fatto che le indagini fossero state affidate a un solo agente della polizia delle Bahamas, “nota in tutto il mondo per la sua inefficienza”. Ha aggiunto anche che ai “paesi ombra” – come vengono chiamati i paesi in cui si registrano le navi per ridurre i costi o sfuggire ai controlli del paese d’origine – non dovrebbe essere consentito di condurre indagini di questo tipo.
Chiamo la Disney. “Se ha parlato con l’equipaggio”, mi dice la portavoce, “saprà che la scomparsa di Rebecca ha scosso tutti profondamente”. A parte questo, non hanno molto da aggiungere: “Abbiamo saputo dalla polizia delle Bahamas che le indagini sono ancora in corso. Neanche noi sappiamo quali saranno i tempi”.

“È vero che la telefonata che Rebecca ha fatto poco prima di scomparire è stata registrata dalle videocamere?”, chiedo.

“La cosa riguarda un dettaglio oggetto dell’indagine in corso, e non siamo autorizzati a diffondere informazioni al riguardo”, risponde la voce femminile al telefono.

“Non può dirmi nient’altro?”, chiedo.

“Posso dirle che siamo i primi a voler sapere cos’è successo”, replica lei.

L’agente della polizia delle Bahamas, Paul Rolle, non risponde ai messaggi che gli lascio.

Una testimone importante
Chiamo Mike e Ann. Gli racconto della mia settimana a bordo della nave. Quando arrivo alla parte in cui il cameriere dice “non è successo”, Mike sospira: “Eh. Già”.
Gli racconto delle videocamere del circuito chiuso, e Mike osserva: “Potrebbero averle installate dopo” (il fatto che non sia disposto ad avallare nessuna teoria del complotto la dice lunga su di lui). Gli racconto della parete d’acciaio sul ponte 5, che purtroppo sembra far pensare a un suicidio, anche se non ci sono certezze. Gli chiedo se ho detto qualcosa che già non sapessero.

“No, sono tutte cose che avevamo già scoperto”, dice Mike.

“Rebecca aveva dei problemi?”.

“No, no, no”, risponde Mike. “Nessuno”.

“Un ragazzo dell’equipaggio mi ha detto che la Disney ha una videocassetta della conversazione telefonica”, faccio io.

C’è un silenzio. “Hanno detto se…”. Mike si interrompe. “Qualcuno ha un’idea di cosa…?”.

“No”, rispondo. “Nessuna idea”.

Dico che mi dispiace di non essere riuscito a parlare con una delle sue migliori amiche a bordo. E poi – più tardi quella stessa sera – mi telefona una donna. La chiamerò Melissa. Dice che non avrebbe mai parlato con me se non gliel’avessero chiesto Mike e Ann.

“Quando hai visto Rebecca per l’ultima volta?”, le chiedo.

“Erano le undici di sera, la notte prima che scomparisse. Avevamo tutt’e due finito di lavorare, e lei mi aiutava a togliermi le ciglia finte”. Ride. “Aveva poggiato la testa sulle mie ginocchia, e siamo rimaste lì a chiacchierare e a scherzare un po’”.

“Dove eravate?”, chiedo.

“Nel corridoio segreto”, risponde. “C’è un mondo completamente diverso sotto il ponte della nave. Facciamo delle feste, lì sotto, proiezioni private di film. È veramente il massimo. Bex mi ha chiesto: ‘Stai andando al bar?’. E io ho risposto di sì, ma poi non so perché non ci sono più andata. È stata l’ultima volta che l’ho vista”. Fa una pausa. “Era una forza della natura, un’esplosione di energia. Ti conquistava subito. Adorava la vita. Non stava mai ferma. Era una delle mie migliori amiche, ma a volte facevi fatica a starle dietro”. Ride ancora. “Tornavi da una serata pesante di lavoro, e lei aveva ancora voglia di fare casino e di scherzare. Era dispettosa”.

“Qualcuno mi ha detto che aveva litigato con la sua compagna”, dico.

C’è un mondo completamente diverso sotto il ponte della nave. Facciamo feste, proiezioni di film. È veramente il massimo

“Su quella nave girano un sacco di pettegolezzi”, dice Melissa. “Sì. Aveva una storia, e c’erano dei problemi che la facevano stare male. Era un rapporto molto tormentato, pieno di alti e bassi. Erano due personalità forti e passionali”.

“Credi che la telefonata riguardasse questo?”.

“Non riesco a immaginare un altro motivo per cui avrebbe potuto essere sconvolta e girare per la nave alle sei di mattina”, dice Melissa. “Da quello che ho sentito, era al telefono con un’amica comune. Non con la sua ragazza”.

Poi Melissa comincia a raccontarmi alcune cose strane che sono successe. Dice che dopo la scomparsa di Rebecca la Disney ha tenuto una piccola cerimonia. Hanno messo dei fiori sulla parete accanto alla piscina, “nel punto da cui pensano che possa essersi buttata in mare. Ma non l’hanno detto. Hanno messo lì quei fiori, senza dare spiegazioni. E questo ha confuso la vicenda: perché li hanno messi proprio lì? Non era chiaro”.

“Credevo che sapessero che era caduta di lì per via della ciabatta che hanno ritrovato”, ho detto.

“Quelle ciabatte non erano sue”, dice Melissa. “Mike e Ann me le hanno mostrate: erano troppo grandi, non erano il suo genere. Erano rosa e a fiori, hawaiane. Non gliele ho mai viste ai piedi. Perché quelli della Disney non sono mai venuti da me o dalla sua ragazza a chiederci se le riconoscevamo? Invece le hanno messe in camera sua prima che arrivassero i genitori a bordo. Perché?”. Fa una pausa. “La Disney giura di averci detto tutto quello che sa, e cioè niente. Ma molti di noi pensano che siano balle. Qualcuno deve sapere qualcosa. Vogliono insabbiare il caso”.

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Melissa ha una sua teoria. “Bex era piuttosto spericolata. Adorava fare scherzi: un classico era versare il sapone addosso alle persone. Tipico suo. Una volta stavo accogliendo una famiglia a bordo e lei è arrivata da dietro e mi ha atterrato con una presa di rugby!”.

Secondo lei, quella mattina alle sei Rebecca è andata in piscina per starsene un po’ da sola, senza alcuna intenzione di farsi del male. “Adorava il ponte 5. Ci andavamo sempre. Scommetto che è salita in cima al muro e si è seduta sul bordo, tipo ‘Ho bisogno di sentirmi fuori dalla nave per un attimo’. Non era da lei pensare ‘È molto alto, potrei cadere’. Si sarà seduta, e un attimo dopo avrà pensato ‘Oh, merda. Che ho fatto?’. Ed è caduta”. Fa una pausa, poi riprende. “La sicurezza su quella nave è a prova di bomba. Non puoi né salire né scendere senza un documento. Vicino alla piscina dell’equipaggio ci sono il quartier generale, la palestra dell’equipaggio, l’ufficio del personale che si occupa di passaporti, soldi, documentazione. E dicono che non c’erano videocamere?”.

“Ma perché l’avrebbero negato?”.

“Per cercare di proteggere l’azienda. Se a quell’ora di mattina avessero fatto il loro lavoro e sorvegliato il ponte, qualcuno l’avrebbe vista cadere. In caso contrario, devono coprire le ragioni per cui non l’hanno fatto”. Resta in silenzio. “Bex ha reso felici centinaia di persone. I passeggeri la adoravano. Uno si aspetterebbe che i dirigenti Disney si sentissero in debito con lei. Glielo devono, di scoprire che cosa è successo”.

(Traduzione di Diana Corsini)

Le foto di questo articolo sono state scattate tra il 2008 e il 2011 sulla nave da crociera Allure of the seas.

Questo articolo è uscito il 3 agosto 2012 nel numero 960 di Internazionale, a pagina 10. L’originale era uscito sul Guardian, con il titolo Rebecca Coriam: lost at sea.

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