Zona industriale di Frosinone, gennaio 2015. (Simone D’Angelo)

I rifiuti tossici avvelenano ancora il Lazio

Zona industriale di Frosinone, gennaio 2015. (Simone D’Angelo)
05 luglio 2016 12:17

L’emergenza è scoppiata quando venticinque mucche sono state ritrovate stecchite sulle sponde di un ruscello nella campagna di Anagni, nel Lazio meridionale. Era il 29 luglio 2005, faceva caldo, e le mucche si erano avvicinate al ruscello per bere. Sono morte sul colpo, ventre gonfio e schiuma che usciva dal naso: quelle che avevano bevuto, e anche quelle che si erano solo avvicinate all’acqua.

A ucciderle è stato del cianuro scaricato abusivamente nel rio Mola Santa Maria, piccolo affluente del fiume Sacco. Ma questo si capirà poi. Intanto la storia delle mucche aveva fatto scalpore. Erano arrivati giornali e tv locali; il presidente della regione Lazio in persona (all’epoca era Piero Marrazzo) si era precipitato a far visita alla proprietaria delle mucche: “Una vera e propria emergenza ambientale”, diceva.

Il fatto è che quelle campagne a sudest di Roma si sentivano in emergenza già da quando, alcuni mesi prima, era scoppiato il caso del latte di mucca contaminato. Un controllo a campione aveva rivelato che il latte prodotto in una fattoria di Gavignano conteneva residui tossici. Pesticidi, o almeno così sembrava: beta-esaclorocicloesano, ß-HCH. La regione Lazio aveva allora avviato controlli a tappeto, trovando gli stessi residui nel latte e nel formaggio di altre 36 aziende agricole tra i comuni di Segni, Gavignano e Colleferro in provincia di Roma, e di Anagni e Sgurgola in provincia di Frosinone.

Si tratta di una sostanza simile al lindano, molto usato fino agli anni settanta come insetticida, specie in agricoltura, ma ormai vietato in tutta Europa: quel latte ne conteneva fino a 0,062 milligrammi per chilo, venti volte più della soglia ammessa. A quel punto la Centrale del latte di Roma aveva smesso di rifornirsi dai produttori della zona. Gli allevatori erano in allarme, non sapevano che fare.

Decenni di inquinamento industriale

Lo scarico abusivo che ha ucciso le mucche alla fine è risultato un episodio, terribile ma circoscritto, non collegato alla faccenda del latte contaminato. Però ha alzato la tensione. Alla ricerca delle fonti di contaminazione, un campione d’acqua dopo l’altro, gli investigatori sono risaliti lungo il Sacco fino al fosso Cupo, minuscolo affluente che taglia la zona industriale appena a nord di Colleferro.

Il ß-HCH veniva di là, e non era un residuo di pesticidi agricoli bensì un sottoprodotto dell’industria chimica insediata da decenni a Colleferro. Gli scarichi industriali avevano ormai contaminato i fossi, il fiume e le falde idriche superficiali, e molti dei pozzi usati dagli abitanti. Il ß-HCH era entrato nella frutta, negli ortaggi, nel fieno; si era depositato nei tessuti grassi del bestiame, ormai era anche nel sangue degli esseri umani, accumulandosi sempre più a ogni passaggio (si chiama bioaccumulo). Insomma: le mucche avvelenate hanno infine acceso i riflettori su decenni di inquinamento industriale del Sacco, fiume che scende dai monti Prenestini e scorre verso sudest fino a buttarsi nel Liri, attraverso un paesaggio ondulato e verde – disseminato però di fabbriche, capannoni, ciminiere.

Quello stesso anno, il 2005, il governo ha dichiarato lo stato di “crisi socio-economico-ambientale” nei comuni tra Colleferro e Anagni, poi ha istituito il Sito di interesse nazionale (Sin) del bacino del Sacco (in Italia esistono 40 Sin, aree contaminate da attività industriali che richiedono interventi di bonifica: qui c’è un elenco). È arrivato un commissario speciale, sono cominciate mappature e analisi. In un’ampia fascia di terreni su ciascun lato del fiume sono comparsi i cartelli che vietano di coltivare per il consumo alimentare, triangoli gialli disseminati nella campagna. Il primo rapporto completo del commissario speciale sullo stato della valle del Sacco è del 2009, e da allora ci sono stati vari aggiornamenti (l’ultimo nel 2012). Oltre dieci anni dopo però il bacino del Sacco è ancora disseminato di discariche e siti contaminati.

La valle del Sacco non è diventata un caso neppure quando nel 1990 l’autorità giudiziaria ha trovato tre discariche incontrollate di rifiuti industriali

“L’epicentro dell’inquinamento è proprio qui, almeno quello più identificabile”, dice Alberto Valleriani, abitante di Colleferro e presidente della Rete per la tutela della valle del Sacco (Retuvasa). Indica la collina che guarda Colleferro da nord, dominata dai camini di un inceneritore industriale in netto contrasto con il verde intenso della vegetazione.

Nell’arco di pochi chilometri c’è una concentrazione notevole di fabbriche, alcune attive, molte non più. Il quartiere Colleferro scalo è assediato: accanto alla stazione ferroviaria c’è il cementificio (in via di dismissione), poco oltre i cancelli della Bpd, poi Snia, ora dismessa. La strada costeggia la vecchia fabbrica di carrozze ferroviarie (già Fiat Ferroviaria, poi Alstom, chiusa quattro anni fa), sale verso il quartiere “direzionale” con le case per lavoratori e impiegati costruite negli anni del boom, serpeggia tra Kss, Avio, Simmel Difesa: aerospaziale, missili, produzioni strategiche, zone off limits.

Tutto è cominciato proprio con l’industria militare. La Bpd era stata inaugurata nel 1912: produceva materie chimiche, esplosivi, munizioni, bombe, razzi, cartucce per l’esercito italiano. Colleferro stessa è nata intorno a quella fabbrica: le case per gli operai, la farmacia, qualche negozio, finché nel 1935 è diventata un comune. L’industria civile è arrivata più tardi, nel secondo dopoguerra e soprattutto negli anni settanta, su spinta della Cassa del Mezzogiorno, quando questo era un feudo politico di Giulio Andreotti: alla produzione militare si sono affiancate la chimica, l’Italcementi, la costruzione e riparazione di carrozze ferroviarie, e diverse imprese di ricerca e sviluppo (tecnologica, balistica, chimica, pirotecnica, spaziale).

Il primo allarme

Nel momento di massima espansione c’erano tra otto e diecimila operai, continua Valleriani. “Allora però nessuno parlava di quelle fabbriche e di cosa scaricavano nel fiume. Tanto più che molte erano zone militari, al di fuori del controllo pubblico”.

Un primo allarme per la verità era suonato negli anni settanta, quando i sindacati confederali avevano cominciato a parlare di nocività in fabbrica. Un gruppo di sindacalisti e di operatori sanitari aveva condotto un’indagine sulle malattie professionali negli stabilimenti di Colleferro, e la relazione fu pubblicata nel 1976 sul primo numero di Medicina democratica (l’inizio di un’esperienza che ha unito tecnici, medici e lavoratori, e ha contribuito in modo decisivo a creare una coscienza del rischio sanitario e ambientale, in particolare legato all’industria).

Sgurgola, nella provincia di Frosinone, novembre 2014. (Simone D’Angelo)

Allora la cosa non ebbe seguito. La valle del Sacco non è diventata un caso neppure quando nel 1990 l’autorità giudiziaria ha trovato tre discariche incontrollate di rifiuti industriali e i dirigenti della Snia sono finiti in tribunale e condannati. Né ha fatto particolare scalpore la commissione bicamerale d’indagine sull’inquinamento industriale, che nel 1998 si è occupata anche di Colleferro. Ogni volta sulla valle del Sacco tornava il silenzio: fino allo shock del latte con il beta-esaclorocicloesano, quando d’improvviso “abbiamo dovuto capire che la contaminazione era ormai entrata nella catena alimentare”, osserva Alberto Valleriani.

Retuvasa è nata poco dopo, nel 2008. “Eravamo un piccolo gruppo di persone, tutte con qualche esperienza di associazionismo”, dice Valleriani (lui coordina il gruppo di Emergency di Colleferro). Hanno fatto rete con altri gruppi locali e con storiche organizzazioni ambientaliste come Legambiente. “Abbiamo cominciato a studiare per capire come siamo arrivati a questa situazione e come uscirne”.

Il biomonitoraggio è in corso

Cosa è successo da allora? Valleriani indica una zona recintata tra il verde, all’ingresso di Colleferro, dove la Casilina costeggia il Sacco: “È la sola opera di bonifica completata”. È il sito chiamato Arpa 1, una vasca di stoccaggio scavata nel terreno e “foderata” in modo da renderla impermeabile e isolata; vi sono depositati i reflui tossici rimossi dai terreni in cui erano stati sepolti in modo selvaggio gli scarichi di decenni di attività industriali. Un sito simile, Arpa 2, sarà costruito poco distante.

Non sarebbe giusto dire che in dieci anni non è successo nulla: quei siti di stoccaggio sono parte della bonifica, raccolgono in modo ormai definitivo fanghi e terreno contaminato rimossi dall’area industriale di Colleferro. Però, certo, non basta.

Anche la salute delle persone è minacciata, come testimoniano le indagini epidemiologiche intorno al polo industriale di Colleferro e in alcuni comuni della valle del Sacco. L’inquinamento qui coinvolge diverse sostanze chimiche, ma la più preoccupante è l’esaclorocicloesano (HCH, che può essere alfa, beta o gamma: il lindano, che non si produce più da almeno 40 anni, è γ-HCH). Si tratta di un organoclorurato persistente, classe di sostanze bandita addirittura da una convenzione internazionale, la convenzione di Basilea.

La contaminazione è partita dalle discariche di rifiuti tossici, e sono state inquinate l’acqua e la catena alimentare

“Il beta-esaclorocicloesano è il problema maggiore, quindi il sistema di biomonitoraggio si concentra su quello, e a quello sono finalizzati i finanziamenti”, spiega la dottoressa Daniela Porta, del dipartimento di epidemiologia del sistema sanitario regionale del Lazio (il suo dipartimento ha istituito un osservatorio permanente sulla salute nella valle del Sacco). Un primo studio pubblicato nel 2012 dal dipartimento epidemiologico del Lazio, con la Asl locale, chiariva che la contaminazione è avvenuta a partire dalle discariche di rifiuti tossici, e che le sostanze chimiche hanno contaminato l’acqua e la catena alimentare. Parlava di aumento dei tumori nella popolazione, in particolare a stomaco, laringe, polmoni, pleura e mieloma per gli uomini, oltre a diabete, malattie della tiroide (soprattutto nelle donne), e malattie respiratorie (lo studio si trova al quinto capitolo di questo supplemento della rivista Epidemiologia e Prevenzione).

La seconda fase dello studio è stata appena pubblicata. La sorveglianza continua, spiega la dottoressa Porta, anche perché sugli effetti del ß-HCH non esistono studi conclusivi: sappiamo che è nocivo perché sono stati osservati disturbi neurologici, endocrini, riproduttivi, cardiovascolari e tumori sui lavoratori esposti al “fratello” gamma, il lindano. “Qui abbiamo una popolazione che è stata esposta per una trentina d’anni, ma la sorveglianza è cominciata solo nel 2007”, spiega Porta: servirà un’osservazione prolungata per capire le conseguenze sul lungo periodo (un primo rapporto sul biomonitoraggio è qui, in inglese. Sono analisi costose, cercare ß-HCH nel sangue non è certo tra gli esami di routine, occorre continuare a misurare per dare risposte e informazioni. Ormai si è cominciato e le persone vogliono sapere se la contaminazione rimane e quali sono gli effetti nel tempo).

La mappa è cambiata

Intanto l’area del rischio si è ampliata ben oltre Colleferro. Infatti anche a valle sono emersi nuovi scarichi sospetti, discariche abusive, fabbriche inquinanti. Ai primi nove comuni del Sin, nel 2008 se ne sono aggiunti altri sette. Sono seguite fasi alterne: nel 2012 il governo Monti ha “declassato” il Sacco a sito “di interesse regionale”. L’anno seguente, dunque, tutte le competenze del commissario speciale sono passate dal ministero dell’ambiente alla regione Lazio, che dapprincipio non ha fatto obiezioni. Ne ha fatte invece la giunta di Nicola Zingaretti, che appena insediata ha presentato un ricorso al Tar (con l’associazione Retuvasa “ad adiuvandum”) e lo ha vinto: nel 2014 il Sacco è tornato a essere “di interesse nazionale”, quindi sotto la responsabilità del ministero dell’ambiente. “Un risultato importante”, osserva Eugenio Monaco, direttore generale dell’Ufficio bonifiche della regione Lazio (giurista, esperto in diritto ambientale, è lui che ha scritto quel ricorso al Tar).

In questo passaggio anche la mappa è cambiata. Ormai il Sin del bacino del Sacco coinvolge una ventina di comuni e include anche numerose aree industriali, oltre alla fascia di territorio ai due lati del fiume, lungo tutti i 70 chilometri da Colleferro a Ceprano e alla confluenza con il Liri.

La “perimetrazione” si sta concludendo proprio ora, coordinata dalla regione su richiesta del ministero dell’ambiente. Secondo le previsioni sarà pubblicata nei primi giorni di luglio e affissa con tutte le mappe negli albi pretori, nelle bacheche comunali, sul web. I soggetti interessati avranno 30 giorni di tempo per fare osservazioni motivate, quindi il ministero dell’ambiente valuterà se e cosa “stralciare” (per esempio zone dove non risultano eccessi di contaminazione: non ogni singolo pozzo o campo è inquinato).

Infine il governo emanerà un decreto che sancisce i nuovi confini del Sin. Allora potrà cominciare la “caratterizzazione”, che significa definire le caratteristiche dei suoli, sottosuoli e acque, analizzare le fonti di contaminazione e quindi decidere le misure necessarie per rimuoverle o neutralizzarle – dove “mettere in sicurezza”, dove bonificare. Insomma, la fase operativa. “Stiamo cercando di velocizzare le cose”, spiega Monaco, che ho incontrato nel suo ufficio, alla regione. “Intanto andiamo avanti con gli interventi già programmati, insieme all’Arpa”. Nell’area di Colleferro restano da completare il sito Arpa 2 e un impianto di bonifica del sistema acquifero. Ma nella zona a valle il lavoro comincia ora.

Il caso di Ceprano

“La particolarità di questo Sin è che non abbiamo a che fare con una sola fonte di contaminanti ma con tante attività industriali diverse, e molteplici famiglie di sostanze coinvolte”, dice Elisa Guerriero, assessora del comune di Ceprano, che incontro davanti alla bella villa circondata da un giardino pubblico che ospita il municipio. Un esempio è proprio questo centro di 8.960 abitanti, con un territorio tagliato dall’autostrada Roma-Napoli e disseminato di “mostri”. A Ceprano, dice l’assessore, “la popolazione è esposta a un rischio insopportabile”.

Bisogna vedere per capire, dice Guerriero, e mi conduce verso la zona industriale. Passiamo sotto l’autostrada, poi sopra al ponte sul Sacco, tra terreni dove è vietata ogni coltivazione destinata all’alimentazione umana o del bestiame. Ecco lo stabilimento dismesso della Olivieri (ha fatto diverse produzioni, da ultimo caldaie), che prima si chiamava Stelvio e produceva solventi, e si trova a metà tra il territorio comunale di Ceprano e quello di Falvaterra. “Nel 2010 indagini della finanza rivelarono la presenza di fusti tossici sotterrati in prossimità della scarpata del Sacco”, spiega Guerriero.

Area industriale vicino ad Anagni, febbraio 2015. (Simone D’Angelo)

All’interno dello stabilimento dismesso sono state trovate inoltre delle vasche, scavate nel terreno, piene di rifiuti farmaceutici e ospedalieri: sono stati individuati stronzio, gallio (elementi una volta usati nelle radioterapie), e poi solventi, cianuro, medicinali scaduti. Ed è ancora tutto là: i sacchi e fusti dissotterrati ora sono nel cortile, chiusi provvisoriamente in grandi contenitori della Protezione civile. Dentro al capannone invece si vedono mucchi di blister e confezioni di farmaci, tirati fuori dalle fosse e ammonticchiati tra pozzanghere di colori poco naturali. Per la verità il sito è sotto sequestro, ma il cancello è semiaperto, non ci sono sigilli, e nulla dice che l’ingresso è vietato.

“Dai verbali delle indagini sembra risultare che fusti e rifiuti ospedalieri siano stati interrati a partire dagli anni novanta. I lavoratori eseguivano le operazioni ma non hanno mai denunciato, finché la fabbrica è rimasta in funzione, ciò che erano costretti a fare”, continua Guerriero. Eppure ci sono stati tanti casi di malattie e alcuni morti, spiega, e nel raggio di alcune centinaia di metri dallo stabilimento i pozzi d’acqua superano i limiti di inquinamento per ferro, alluminio, arsenico.

Imbocchiamo via Scaffa per tornare verso il paese, tra case con piccoli giardini pieni di fiori: “Qui tutti hanno un caso di malattia in famiglia o tra i vicini”, dice. Di professione ingegnera ambientale (si era laureata con una tesi sul fiume Sacco), 34 anni, Elisa Guerriero è originaria di qui. “Tutti si conoscono e il rapporto con i cittadini è diretto”, spiega: “Quando a un’assemblea cittadina è arrivata una signora a dire che suo figlio, 17 anni, ha la leucemia, le ho chiesto scusa: perché le istituzioni hanno mancato verso di lei e verso tutti i cittadini esposti alla contaminazione”.

Chi ha inquinato si dilegua e le autorità pubbliche, quindi in definitiva la cittadinanza, devono farsi carico dei costi

Il giro dei “mostri” continua. La ex cartiera, sorta alla fine dell’ottocento sulla sponda del Liri, in pratica nell’abitato, è in abbandono. Su un lato ha tettoie di eternit, cioè amianto, che si stanno sbriciolando: i proprietari hanno ricevuto le ingiunzioni a rimuovere le fonti di contaminazione, ma l’eternit è ancora là. Il comune sta aspettando di terminare gli iter amministrativi per poter procedere in danno.

Anche la Europress al limitare dell’abitato affaccia sul Liri: l’azienda ha chiuso, la proprietà si è dileguata, nei capannoni restano fusti di solventi e altre sostanze nocive. Così ora il sito è sotto sequestro (anche qui però non vedo neppure un cartello che vieta l’ingresso). Si potrebbe aggiungere la Oxisud, che confezionava bombole di gas: ma nel suo perimetro sono state ritrovare lastre di eternit interrate. L’amministrazione di Ceprano, con i suoi otto milioni di bilancio annuo, non ha i fondi necessari per intervenire in questi casi, spiega l’assessora Guerriero: “Il comune spera che i finanziamenti per le opere necessarie a mettere in sicurezza e bonificare vengano proprio dal Sin”.

Non è l’unico caso. Gran parte delle aziende inquinatrici nel bacino del Sacco sono private, e in molti casi i proprietari, che magari avevano avviato le loro attività con gli incentivi statali, d’improvviso non sono più reperibili, o si dichiarano nullatenenti, o ignorano le ingiunzioni. “È un classico caso di esternalizzazione dei costi ambientali”, dice Eugenio Monaco, nel suo ufficio alla regione Lazio. Molti degli interventi in corso sono “interventi sostitutivi in danno dei soggetti individuati come responsabili”, spiega: ovvero “chi ha inquinato si dilegua e le autorità pubbliche, quindi in definitiva la cittadinanza, devono farsi carico dei costi”.

“La coscienza ambientale non c’era, ammettiamolo”, dice Marco Galli, sindaco di Ceprano. “E poi, smaltire in modo corretto i reflui industriali costa, e tutti hanno cercato scorciatoie”. Magari con il compiacere delle autorità, nell’indifferenza generale e, spesso, delle istituzioni (già: il predecessore di Galli è finito in tribunale per l’amianto “tombato” sotto una piattaforma di cemento).

Fabbriche chiuse e disastro ambientale

Del resto, “sappiamo tutti che su ambiente e rifiuti circolano soldi e ci sono infiltrazioni criminali”. Ceprano, spiega, viveva di industria, era una cittadina benestante. “Poi è arrivata la crisi e ha azzerato tutto”. Ma anche in questo, Ceprano è un buon esempio di tutta questa zona tra Roma e Frosinone, dove fabbriche e fabbrichette sono arrivate con la Cassa del Mezzogiorno e hanno conteso il terreno a una piccola economia agricola. Ora molte aziende hanno chiuso, e resta il disastro ambientale. La sua giunta intende dare battaglia proprio sull’ambiente, spiega il sindaco Galli, per questo lui ha scelto una ingegnera ambientale nel ruolo di assessora, “perché qui viviamo e ci moriamo”.

Si potrebbero fare altre tappe, il fiume Sacco è disseminato di casi simili. Fonti di inquinamento “attive”, come certi scarichi che vedo tra Sgurgola e Morolo, appena a valle di Anagni: non è ben chiaro chi e cosa stia scaricando nel Sacco, “lo dovrà chiarire proprio l’analisi del Sin”, dice Elisa Guerriero.

E fonti non più attive, siti industriali dismessi pieni di reflui tossici abbandonati, che continuano a disperdere veleni: come quelli di Ceprano, o la Cemamit di Ferentino (produceva cemento-amianto) e tanti altri. Ci sono scandali come quello del depuratore consortile di Anagni, costato qualcosa come venti milioni di euro, ormai costruito e però mai entrato in funzione (non rientra nelle competenze del Sin, ma è chiaro che aiuterebbe a risanare il fiume).

Ci sono stati anche disastri industriali come quello della Marangoni di Anagni, sulla Casilina in località Quattro Strade, accanto al quartiere Osteria della Fontana. È una fabbrica di pneumatici con annesso impianto di smaltimento della gomma fuori uso, cioè inceneritore. Una mattina, nel marzo 2009, nell’impianto è scoppiato qualcosa, e dai camini sono uscite grandi nuvole di carbon-black, il particolato carbonioso detto anche nero carbonio, o nerofumo. È un pigmento ottenuto dalla combustione incompleta di bitume, si usa nella fabbricazione degli pneumatici: secondo l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro è probabilmente cancerogeno.

Molti attivisti puntano sul “contratto di fiume”: un accordo volontario per la gestione corretta delle risorse idriche e del territorio fluviale

Quel giorno la polvere nera si è depositata su case, orti, campi, allevamenti. “Era ovunque. Qui davanti a casa lo tiravo su con la pala”, ricorda Domenico De Carolis, lavoratore della Marangoni ora in pensione, che ha la ventura di abitare su via Casilina proprio di fronte alla fabbrica. “Un lenzuolo che avevo steso è diventato nero: l’ha preso la polizia giudiziaria, è un reperto ufficiale”, aggiunge Letizia Roccasecca, vicina di casa. Naturalmente con il nerofumo è arrivata anche la diossina. “Non ci dicevano nulla: allora ho portato le insalate del mio orto alla Asl, ‘le mangiate voi?’. La sera stessa è arrivata l’ordinanza che vieta il consumo di frutta, ortaggi, uova prodotti nel raggio di un chilometro dall’impianto”. L’ordinanza è sempre in vigore. “Mi piange il cuore ma non posso più fare l’orto e devo tenere le galline al confino sul cemento perché non becchino a terra”, dice De Carolis.

Rifiuti abbandonati a Morolo, nella provincia di Frosinone, febbraio 2015. (Simone D’Angelo)

Un incidente però è un fatto eccezionale: “Le emissioni di nerofumo invece erano la norma”, dice Domenico De Carolis, che con Letizia Roccasecca e Vincenzo Pelitti – anche lui ex lavoratore della Marangoni e abitante molto vicino alla fabbrica – forma ormai un agguerrito gruppo di cittadini. “Con quella polvere nera ci abbiamo convissuto per anni: era ovunque, entrava in casa, si posava sui mobili, sul bucato”. L’inceneritore lavorava al triplo della sua capacità, spiega, “così a volte andava in blocco e dovevano aprire le botole per lasciare sfiatare, altrimenti sarebbe esploso. Vedevamo quegli sbuffi di fumo nero, denso, sembrava le foto del fungo atomico”. Più volte i vicini hanno chiamato la Asl, l’Arpa: “Ma quando arrivava il controllo il fumo era finito, per ricominciare subito dopo. Solo una volta li hanno colti in flagrante, ma anche quella volta non è successo nulla”, ricorda De Carolis.

Sospettare connivenze è il minimo. La fabbrica ha infine chiuso i battenti nel 2014 – per la crisi, non altro – e l’anno scorso anche l’inceneritore. C’era il progetto di potenziare l’inceneritore per smaltirvi anche il “car fluff”, scarti non metallici della rottamazione delle automobili: dopo proteste e interrogazioni parlamentari, sembra rientrato. Intanto De Carolis e Pelitti si sono costituiti parte civile nel procedimento contro l’azienda.

Un tardo pomeriggio di giugno andiamo a perlustrare le campagne di Anagni: mi mostrano una discarica selvaggia nel fossato accanto allo stradone Asi (sta per Azienda di sviluppo industriale, ente istituito a suo tempo dalla Cassa del Mezzogiorno), serre in disuso con fiocchi di lana di vetro che svolazzano, il sito dove l’azienda farmaceutica Squibb deposita i suoi fanghi (in regola, certo, ma quelle balle di fieno?). Poi plastiche e lastre di eternit ammonticchiate tra i rovi lungo la stradina condominiale Ciammole (discarica abusiva segnalata e posta sotto sequestro, spiega De Carolis: ma perché sono scomparsi i cartelli che la segnalano?).

“Troppe ne abbiamo viste”, dice De Carolis. “Ci chiediamo: l’esaclorocicloesano, come si ripulisce? E la diossina? Cosa significa fare una bonifica?”. A loro sembra una chimera. “Se almeno si fermasse l’inquinamento…”.

Molti attivisti locali, da Retuvasa a Legambiente, puntano nel “contratto di fiume”: un accordo volontario tra istituzioni locali, forze sociali e associazioni di cittadini per la gestione corretta delle risorse idriche e del territorio fluviale. Significa piccoli progetti in cui coinvolgere i cittadini, da una pista ciclabile per risistemare la sponda, alla creazione di un sistema di “sentinelle” del fiume: “L’intervento strutturale, cioè rimuovere le fonti di contaminazione, resta la prima cosa da fare”, osserva Eugenio Monaco. “Ma questo va accompagnato da altri interventi, diffondere buone pratiche agricole, mobilitare gli abitanti”. Il capo dell’Ufficio bonifiche della regione Lazio parla di “partecipazione dal basso”: “Speriamo di aver instaurato un nuovo rapporto con la popolazione, improntato alla trasparenza”.

“Qui mancano prospettive per il futuro”, dice Valleriani. “L’industria è in declino, il piccolo commercio distrutto dagli outlet, questa valle deve trovare il modo di rilanciarsi”.

Qualche tempo fa l’associazione Retuvasa aveva invitato un amministratore di Essen, nella regione della Ruhr, in Germania, il maggiore bacino europeo di miniere, siderurgia, chimica. Hans Dietrich Schmidts è il direttore delle attività culturali del distretto e ha spiegato che quando la deindustrializzazione ha colpito, la Ruhr si è reinventata creando musei dell’industria e attività culturali. Nella valle del Sacco, osserva Valleriani, serve qualcosa di simile. “La bonifica è la prima cosa. Ma dobbiamo costruire attività legate al territorio, i borghi storici, la cultura. Non vogliamo poter mostrare solo comignoli industriali e veleni sepolti”.

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