Diario di bordo dalla nave che salva i migranti

Mare nostrum è ricominciata, ma nessuno lo sa

03 luglio 2015 17:30

Il drone è decollato alle sette del mattino. È partito e si è perso all’orizzonte. Siamo a circa 40 miglia dalla costa libica; sul radar in cabina di comando si vede la città di Zuwarah. Siamo nel pieno dell’area delle operazioni, in quella zona in cui normalmente i mezzi di soccorso intercettano i barconi e traggono in salvo i migranti per portarli in Italia. Il drone gira in tondo per tutta la zona per quattro ore e mezza, ma non trova nulla.


Oggi non ci sono state partenze. “Il mare è un po’ mosso; le condizioni non sono ideali per imbarcarsi”, dice Marco Cauchi, il coordinatore delle operazioni di search and rescue qui sulla Phoenix.

Cinquant’anni, un fisico robusto, l’uomo ha lavorato per trent’anni per la guardia costiera maltese e la sua storia si è incrociata con quella dei flussi migratori diretti verso la sua isola – e verso l’Italia. È una specie di enciclopedia vivente delle rotte via mare, che ha visto cambiare nel corso degli anni, insieme alle politiche che gli stati mettevano in atto per contrastare gli arrivi. Marco ricorda quando nel 1992 due traghetti carichi di quattromila albanesi sono sbarcati a Malta, poco dopo l’arrivo della famosa nave Vlora nel porto di Bari.

“I maltesi non volevano farli entrare, ma loro hanno sfondato. Li abbiamo accolti e poi li abbiamo rimandati tutti a casa via aereo”. Ricorda quando, nel 2003, ha partecipato personalmente al rimpatrio di circa 400 eritrei nel loro paese d’origine; operazione per cui il governo della Valletta è stato aspramente criticato dalla comunità internazionale. E ricorda tutte le volte in cui italiani e maltesi, negli anni passati, si sono rimpallati la responsabilità dei migranti. Il caso più famoso, quello del cargo turco Pinar – rimasto bloccato per quattro giorni nel 2009 nel canale di Sicilia con a bordo i 140 migranti che aveva salvato mentreRoma e la Valletta litigavano – lo ha visto ancora in prima linea. “Alla fine l’Italia si è presa la nave”, dice con un sorriso.

Il mare è ipersorvegliato e pullula di mezzi: è come se l’Unione europea avesse deciso senza ammetterlo di ristabilire la missione Mare nostrum

Era l’epoca di Roberto Maroni ministro dell’interno, del Trattato di amicizia Italia-Libia e dei respingimenti in mare poi condannati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Era l’epoca in cui se le navi private salvavano i migranti, venivano messe sotto sequestro per mesi durante le indagini; il che ha spinto per anni molti pescatori a voltarsi dall’altra parte.

Marco Cauchi, il coordinatore delle operazioni di search and rescue sulla Phoenix.

“Oggi la situazione è cambiata: una missione come quella del Moas qualche anno fa sarebbe stata impossibile”, sottolinea. “Ormai in mare ci sono moltissimi mezzi. Il soccorso è strutturato”. Dopo il naufragio del 18 aprile scorso, in cui sono morte circa 800 persone, la missione Triton coordinata dall’agenzia europea per le frontiere Frontex è stata potenziata (il budget è stato triplicato) e i vari governi europei, sia pur senza clamore, hanno deciso di incrementare la loro partecipazione. Il mare è ipersorvegliato e pullula di mezzi: in due giorni abbiamo incrociato una nave da guerra, mentre un aereo di ricognizione danese ci ha sorvolati a più riprese. È come se l’Unione europea avesse deciso senza ammetterlo di ristabilire la missione Mare nostrum, che l’Italia aveva condotto da sola per tutto il 2014 salvando circa 170mila persone.

“Ma quanto si può andare avanti così? Quanti immigrati può assorbire l’Europa?”. Marco ha l’asprezza e il pragmatismo del militare; non è un umanitario. Ha un approccio diverso dall’équipe di Medici senza frontiere che viaggia sulla Phoenix. E lo riconosce: “Loro sono troppo buoni con i migranti, io forse troppo rude. Dovremmo incontrarci su una via di mezzo, magari più verso il loro approccio”, afferma con il suo sorriso sornione. Ha idee diverse dalla stessa Regina Catrambone, che pensa invece che l’Europa abbia la capacità e il dovere di assorbire le persone che arrivano.

Questa è la caratteristica principale di questo gruppo così difforme che viaggia sulla Phoenix: l’eterogeneità e la differenza di opinioni su un tema scottante come quello dell’immigrazione. E al contempo la consapevolezza della missione condivisa: nella cucina della nave c’è una lavagnetta, in cui quotidianamente si scrive la parola del giorno. Quella di oggi è “interception”. Questo è l’obiettivo di tutti a bordo: intercettare e salvare. Poi per quello che succede dopo, ognuno la pensi come vuole.

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