Una coltivazione biologica ad Albenga, 2015. (Alex Webb, Magnum/Contrasto)

Un altro modo di fare la spesa è possibile

Una coltivazione biologica ad Albenga, 2015. (Alex Webb, Magnum/Contrasto)
30 maggio 2019 10:08

Ha una Coop a cento metri di distanza, un Natura sì proprio di fronte, un Eurospin due strade più in là. Inaugurato da poco più di due mesi nel quartiere di San Donato a Bologna, l’emporio di comunità Camilla sembra letteralmente sulla linea del fronte. Certo, le dimensioni di questo supermercato alternativo non sono neanche lontanamente comparabili a quelle dei colossi vicini: tre stanzoni per circa 150 metri quadri, poca scelta e mirata, frutta e ortaggi freschi e di stagione, legumi, pasta e riso, formaggi, uova e qualche prodotto per l’igiene e la pulizia della casa.

Camilla è un nano in un mondo di giganti. Ma coltiva l’aspirazione di indicare una nuova via: ribaltare la logica della grande distribuzione organizzata (gdo), che offre cibo ai consumatori a prezzi bassi facendo tirare al massimo la cinghia ai fornitori. Qui non ci sono sconti, sottocosto, tre-per-due.

C’è in compenso la trasparenza totale della filiera: tutti i prodotti vengono da aziende rigorosamente biologiche, che aderiscono alla filosofia del progetto. E che ricevono per i loro prodotti una più che adeguata remunerazione.

L’alternativa alla grande distribuzione organizzata
Nato dall’unione del Gruppo di acquisto solidale (gas) Archemilla e i mercati contadini di Campi aperti che animano la città da anni, l’emporio è il primo del suo genere in Italia e si ispira a esperienze già affermate altrove, come la Park slope food coop nata a New York negli anni settanta o la cooperativa Bees di Bruxelles.

Il modello: per associarsi si versa una quota d’ingresso una tantum di 125 euro e si partecipa alla gestione del luogo con tre ore di lavoro al mese – il che permette di ridurre i costi e mantenere i prezzi accessibili, pagando in modo soddisfacente i produttori. Per comprare un prodotto bisogna essere soci, anche se è consentito un periodo di prova di un mese, al termine del quale si decide se aderire o meno.

Con i suoi spazi ancora in parte vuoti a testimonianza di una fase di rodaggio, Camilla non vuole essere solo un punto vendita, ma anche e soprattutto una comunità. La commercializzazione dei prodotti sembra un mezzo per raggiungere altri fini: creare un gruppo, ragionare sulle filiere alimentari e criticare mediante un’azione alternativa il sistema della grande distribuzione.

“I nostri clienti vengono da tutta Bologna. Per questo, la vicinanza degli esercizi commerciali delle catene più note non ci preoccupa”, racconta la presidente della cooperativa, Susanna Cattini. “L’emporio non ha fini di lucro e vuole rompere la dinamica per cui i punti vendita della gdo usano la propria posizione dominante nella filiera per imporre condizioni svantaggiose ai produttori e proporre prezzi bassi ai cittadini consumatori”.

Da Cagliari a Varese
L’emporio Camilla è l’evoluzione naturale del modello dei gruppi di acquisto solidale. Non solo perché è da quell’esperienza che ha preso forma. Ma anche perché è animato dagli stessi princìpi. “Vogliamo far evolvere quel modello coinvolgendo molte più persone attraverso un luogo fisico”, spiega Cattini.

Ma il coinvolgimento limitato ai soli soci, la richiesta di ore obbligatorie di lavoro, l’idea di dover necessariamente fare parte di una comunità non sono ostacoli per chi vuole semplicemente sposare la filosofia del consumo responsabile senza però avere tempo da dedicare a questa esperienza? “Per ora ci sono 400 soci e sono in crescita”, risponde ottimista Cattini. Tanto più che l’emporio Camilla sta facendo proseliti in altre parti d’Italia: a Cagliari, la neonata cooperativa Mesa noa si prepara ad aprire un punto vendita entro l’anno, a Parma è stata creata con intenti simili la cooperativa Oltrefood.

Insieme a un nuovo modello di consumo, immaginano e provano un nuovo modello di produzione e distribuzione

Priva di un negozio fisico ma dotata di un magazzino operativo molto efficiente, la cooperativa Aequos si muove da tempo sulla stessa linea di pensiero. Nata nel 2010 in provincia di Varese, questa realtà riunisce una cinquantina di gas, arrivando a movimentare tra le dieci e le quindici tonnellate di prodotti alla settimana e coinvolgendo duemila famiglie. Unica nel suo genere in Italia, ha messo in piedi un modello di rete piuttosto insolita nella realtà spesso frammentata dei gas. “Abbiamo scelto fin dall’inizio la via del coordinamento per raggiungere ordinativi importanti e poter gestire meglio la distribuzione”, racconta la presidente Eliana Lentini.

Grazie a questi numeri, Aequos può ragionare insieme ai produttori, arrivando a suggerire cosa produrre e garantendo loro un mercato di sbocco. Nel suo magazzino a Uboldo, vicino a Saronno, vengono raccolti i bancali che sono poi distribuiti ogni sabato mattina ai singoli gas nelle province di Varese, Como, Milano, Novara e Domodossola. La logistica segue un’organizzazione ferrea. La divisione del lavoro riproduce in scala più grande il modello dei gruppi d’acquisto: ognuno cede un po’ di tempo e in cambio può acquistare i prodotti.

“Con questo sistema, siamo riusciti a invertire le proporzioni di guadagno tra distribuzione e produzione. Noi garantiamo l’85 per cento del prezzo finale al produttore, riuscendo a non superare il 15 per cento per la logistica, incluso il trasporto, le spese di magazzino e il lavoro delle poche persone stipendiate”, racconta Lentini.

Modelli e limiti
Esperienze come quella di Aequos e di Camilla stanno proliferando in tutta Italia, e in giro per l’Europa. Testimoniano di un’attenzione crescente per una produzione rispettosa dell’ambiente e del lavoro, e per una giusta remunerazione del produttore. Insieme a un nuovo modello di consumo, immaginano e provano a mettere in pratica un nuovo modello di produzione e distribuzione. Ma scontano forse un limite: sono basate sul lavoro volontario e sul senso di appartenenza, che renderà difficile la loro trasformazione in un sistema capace di sostituire quello esistente.

Un mercato a Milano, 2016. (And​rea Wyner, The New York Times/Contrasto)

La domanda in un certo senso si pone da sé: nella realtà italiana, dove il 70 per cento degli acquisti alimentari avviene in un supermercato, esperienze come Camilla o come Aequos non rischiano di essere isole destinate a una nicchia di persone informate e con molto tempo a disposizione? Quali sono il loro reale impatto e la loro capacità di incidere veramente?

Risponde Francesca Forno, docente all’università di Trento e autrice insieme a Paolo Graziano di Il consumo critico. Una relazione solidale tra chi acquista e chi produce: “Esperienze come i gas o i nuovi empori di comunità non hanno mai veramente cercato di interfacciarsi con le istituzioni, né portare le loro istanze a livello collettivo. Ma hanno avuto un ruolo importante nel definire e diffondere una cultura del consumo critico, che oggi è ben presente anche in alcune insegne della gdo”.

Uno degli elementi di discussione che attraversa (e spesso dilania) gran parte delle esperienze del cosiddetto consumo critico è proprio il rapporto da tenere con i supermercati. Bisogna considerarli avversari da contrastare o possibili alleati con cui parlare? L’emporio Camilla e le cooperative come Aequos, così come i gas piccoli o grandi in giro per l’Italia, sembrano propendere per la prima ipotesi. Vogliono essere altro, un modello alternativo riservato a persone con una sensibilità particolare per il tema e che lo trasformino anche in un meccanismo identitario. Quello che trovi da Camilla o da Aequos non lo potrai mai trovare al supermercato: i due circuiti non hanno alcun punto di incontro.

Altre realtà in Italia hanno invece optato per una via più interlocutoria: Altromercato da anni ha deciso di vendere i suoi prodotti non solo nelle proprie botteghe, ma anche sugli scaffali dei supermercati. Il noto marchio del commercio equo e solidale è oggi affiancato a quello di Esselunga in referenze come zucchero, caffè o cioccolato. “Così facendo, diamo la possibilità ai nostri produttori di accedere a un mercato più ampio senza rinunciare ai nostri valori”, racconta il presidente Cristiano Calvi.

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È indubbio che la grande distribuzione sia sempre più sensibile alle richieste di consumo consapevole e che le insegne più avvedute stiano seguendo questa tendenza. “Oggi il consumatore è diventato un ‘consum-attore’, capace di influenzare le modalità di produzione attraverso le sue scelte di consumo”, sostiene l’avvocato ed esperto di diritto alimentare Dario Dongo. Lui sa di cosa parla: attraverso il portale ilfattoalimentare.it è stato l’ideatore della riuscitissima campagna contro l’olio di palma, che ha portato alla quasi totale scomparsa di questo prodotto dagli scaffali italiani.

Oggi è tra gli animatori di un altro progetto, la marca del consumatore, versione nostrana di C’est qui le patron?, esperienza lanciata in Francia nel 2016 da Nicolas Chabolle. Attraverso un meccanismo di compartecipazione tra consumatori e produttori, questo imprenditore ha creato una serie di prodotti con un marchio ben distinguibile venduti a un prezzo più alto per garantire la giusta remunerazione ai produttori.

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Diverse insegne della gdo francese – in primis Carrefour – li hanno messi a scaffale, con un successo di vendite straordinario. Otto milioni di consumatori hanno scelto di pagare il 30 per cento in più un litro di latte di cui avevano definito le modalità di produzione: proveniente da mucche francesi, allevate almeno sei mesi al pascolo e nutrite con foraggi naturali non ogm.

Attualmente i prodotti C’est qui le patron? sono una ventina – dai latticini alle uova, dal miele alla pasta, alle conserve vegetali – con una tendenza alla crescita che nessun altro marchio è capace di eguagliare. Segno che, se adeguatamente informati sulla filiera, i cittadini consumatori non rincorrono necessariamente le promozioni. E che il consumo critico, nelle sue varie declinazioni fuori o dentro la gdo, ha un futuro roseo di fronte a sé.

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