24 ottobre 2020 12:06

Entrare a Wuhan è piuttosto semplice. All’aeroporto internazionale di Tianhe due agenti in uniforme hanno l’incarico di verificare il codice QR per l’entrata dei passeggeri, ma sembrano più interessati ai propri telefoni che a quelli dei turisti di ritorno nella capitale dello Hubei. È un altro segno del rilassamento che regna nella megalopoli.

La stessa atmosfera si ritrova nelle strade, dove quarantamila bandiere cinesi sventolano per omaggiare i quarantamila dipendenti ospedalieri che sono arrivati a Wuhan nel momento critico dell’epidemia, lo scorso inverno. Un gagliardetto rosso e giallo è appeso allo specchietto retrovisore del nostro tassista, che abbassa la mascherina per accendersi una sigaretta. “Siete nella città più sicura del mondo”, assicura con una certa malizia. A Wuhan l’uso della mascherina è ancora la norma, anche se non è più obbligatorio.

Ma nei viali del quartiere Hubu la presenza delle mascherine si fa più intermittente. Nelle strade affollate i visitatori si concedono ogni genere di prelibatezza: spiedini d’agnello in una mano, fettine di tofu nell’altra. Difficile, in simili circostanze, proteggere la bocca. Un ristoratore si sgola per attirare i potenziali clienti, mentre un avventore si lamenta perché la sua carne è troppo fredda. “Se foste venuti l’anno scorso in questo stesso periodo, ci avreste messo ore ad attraversare quella stradina”, garantisce l’uomo con indosso un grembiule, convinto che oggi i visitatori siano la metà rispetto al 2019. Eppure le code non mancano, in questa fase conclusiva della “settimana d’oro”, festa della fondazione della Cina moderna che quest’anno ingloba anche la festa di metà autunno, uno degli eventi più importanti del calendario cinese.

Le rassicurazioni del potere
In una piccola piazza, un maxischermo trasmette il discorso pronunciato l’8 settembre da Xi Jinping nel Palazzo del popolo di Pechino. Davanti a migliaia di delegati, il presidente ha reso omaggio allo “spirito combattivo” e al “senso del sacrificio” del popolo cinese, elogiando al contempo la leadership del Partito comunista (Pcc) ed elencando i vantaggi del sistema politico cinese.

Il potere centrale, ansioso di dimostrare la superiorità del suo modello sanitario, assicura che la crisi è ormai superata, nonostante nuovi casi registrati nella Cina orientale. Pechino vorrebbe trasformare Wuhan da città martire a simbolo della vittoria nella “guerra popolare” contro il covid-19. Ma i passanti sono evidentemente più interessati alle bancarelle che alla prosa del leader cinese. In un momento in cui le frontiere sono ancora chiuse per scongiurare un ritorno dell’epidemia, i cinesi sono stati invitati dalle autorità a riscoprire il loro paese durante gli otto giorni di vacanza.

Nella vita quotidiana molte persone non raccolgono ancora i frutti del ritorno alla vita normale

Nella prima festività cinese post-covid, la pagoda della Gru gialla è improvvisamente diventata uno dei monumenti più apprezzati del paese. Per accedervi è obbligatorio prenotare online. All’ingresso i visitatori in possesso di una prenotazione devono mostrare il loro codice QR e farsi misurare la temperatura. La pagoda della Gru gialla è uno dei pochi luoghi della città in cui sono ancora in vigore queste misure. Chi non ha prenotato prosegue il cammino per un centinaio di metri, fino a raggiungere un ponte incastrato tra un binario ferroviario e un’autostrada, dove scatta selfie e foto di gruppo con la pagoda sullo sfondo. “Dopo tutto quello che Wuhan ha passato volevo assolutamente vedere con i miei occhi il modo in cui la città ha ricominciato a vivere”, racconta una ragazza arrivata da Shanghai.

Il comune di Wuhan ha reso gratuito l’ingresso a più di quattrocento siti turistici per attirare i cinesi che sono costretti a mancare l’appuntamento autunnale con le spiagge tailandesi. Questa decisione entusiasma i venditori ambulanti. “La situazione era già migliorata ad agosto, ma con queste vacanze le vendite sono tornate a livelli normali”, conferma un venditore di souvenir.

Riflettori accesi
Con il calare della sera, la riva del mitico fiume Azzurro, il più lungo dell’Asia, ritrova la calma. Su entrambe le sponde del corso d’acqua che attraversa la città, i grattacieli sono adornati da messaggi pubblicitari e omaggi al personale sanitario e alle forze dell’ordine. “Siamo felici di accogliere tutti e siamo fieri di mostrare il vero volto della nostra città”, spiega un fotografo di strada, ammaliato da questo panorama. Lo stesso spettacolo è stato organizzato dalle autorità l’8 aprile scorso, in occasione della fine del lockdown dopo 76 giorni di calvario.

Da allora i riflettori non si sono mai spenti su Wuhan, che per tutti è associata al covid-19. “È vero, ci sarebbe piaciuto essere famosi per qualcos’altro”, ammette Lin, proprietaria di un bar nel quartiere delle vecchie concessioni coloniali, prima di informarsi sulla situazione in Francia. Le rispondiamo che non è così terribile. “Ah, giusto, i francesi sono molto legati alle loro libertà individuali. Siete rivoluzionari!”.

Una mostra sulla lotta di Pechino contro la pandemia di covid-19. Wuhan, 15 ottobre 2020. (Getty Images)

Nel fine settimana a Wuhan i bar sono pieni di ragazzi. I fumatori sono più numerosi delle persone che indossano la mascherina. Nei mercati notturni i turisti si scatenano tra bancarelle di cibo da strada e scarpe da basket contraffatte. Si mercanteggia, si bluffa e si consuma. Ma nella vita quotidiana molte persone non raccolgono ancora i frutti del ritorno alla vita normale. “La gente ha ricominciato a uscire e i turisti sono arrivati in massa, ma questo non si traduce in guadagni. Accolgo gli stessi clienti di prima, ma non comprano quasi niente. Le vendite si sono dimezzate rispetto all’anno scorso”, si rammarica un commerciante di opere d’arte.

Fang Fang è una scrittrice di Wuhan e ha pubblicato Wuhan, città chiusa, una sorta di diario intimo scritto durante il lockdown. Fang è convinta che la riapertura non sia solo un’operazione di facciata. “Wuhan è tornata come prima”, scrive. “Per me non è una città in rovina né risorta dalle ceneri. Ma per le famiglie colpite e i parenti delle vittime il ritorno alla normalità forse è solo un’apparenza. Dopotutto queste persone hanno sofferto enormemente durante l’epidemia. Molti sono terrorizzati da un possibile ritorno del virus in inverno. Questa paura è una conseguenza del trauma”, aggiunge. Fang vorrebbe trascorrere l’inverno altrove.

Trauma devastante
Il trauma è ancora ben presente nello spirito degli abitanti di Wuhan, discriminati dal resto della popolazione cinese fino a quando la loro città è diventata la vetrina della vittoria del Pcc contro il virus. “A casa non si parla dell’inverno, l’argomento è tabù”, spiega Rong, designer pechinese che in autunno è tornata dalla sua famiglia a Wuhan per la prima volta da un anno.

Rong ha trovato una città trasformata, piena di negozi e ristoranti temporaneamente chiusi o falliti definitivamente. “È triste vedere che il paesaggio è cambiato così tanto, e anche la mentalità della gente. Con i miei amici non ci vediamo più come prima, facciamo più attenzione. Ma la resilienza degli abitanti è comunque encomiabile”, aggiunge la ragazza, che si prepara a tornare nella capitale.

Il trauma è particolarmente devastante per le famiglie dei 3.868 morti ufficialmente registrati a Wuhan, ovvero l’80 per cento del totale nazionale. Alcuni hanno chiesto giustizia, ma molti si sono rassegnati. Meng non è una di loro. Questa donna di 67 anni ha perso il figlio di quarant’anni, ucciso dal covid-19 a metà febbraio in un momento in cui gli ospedali della città erano travolti dall’afflusso di pazienti.

Con altre tre famiglie, Meng ha denunciato le autorità locali di Wuhan e dello Hubei, che accusa di aver tardato troppo prima di avvertire il governo centrale, verso cui si mostra più indulgente. L’esposto di Meng è stato respinto dalla corte di giustizia locale, ma la donna ha riproposto la sua denuncia al tribunale provinciale, anche se è piuttosto fatalista sull’esito della sua battaglia.

“Per le autorità locali mio figlio è insignificante. Non ammettono i loro torti, non ci lasciano parlare. Come possiamo avere fiducia?”

Meng è una delle poche persone ad aver accettato di parlare con i giornalisti stranieri. Molti altri sono stati intimiditi dalla polizia locale. “Chiediamo le scuse pubbliche da parte del comune e della provincia. Vogliamo un risarcimento e pretendiamo che le autorità si assumano le loro responsabilità”, dichiara con estrema freddezza. Durante la nostra intervista di un’ora questo è l’unico momento in cui la sua voce resta calma e posata. Per il resto del tempo cerca di soffocare i singhiozzi, mentre racconta che suo figlio ha cercato in ogni angolo di una megalopoli più grande di New York una struttura che potesse accoglierlo, mentre la città era paralizzata. Quando Meng parla di quella vicenda, le lacrime spariscono rapidamente dietro la maschera che indossa perennemente. Anche Meng è stata infettata dal virus, e non capisce perché il destino abbia deciso di portarle via un figlio in buona salute. “Era un padre di famiglia esemplare, un insegnante amato dai suoi alunni e un collega molto apprezzato”, racconta.

Meng ha portato con sé una foto della famiglia, dove la si vede sorridente, con la schiena dritta e i capelli lunghi e neri, in compagnia del figlio e della nipote di otto anni. Difficile credere che la foto sia stata scattata solo un anno fa. Oggi Meng è una donna con i capelli grigi, ingobbita su una sedia. “Per le autorità locali mio figlio è un granello di sabbia. È insignificante. Non vogliono ammettere i loro torti, non ci lasciano parlare. Come possiamo avere fiducia?”, si domanda prima di elencare le zone d’ombra nella crisi sanitaria cinese.

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Perché il dottor Li Wenliang è stato punito e gli è stato vietato di parlare di quel virus misterioso? Vittima della censura cinese, all’inizio dell’anno il medico aveva avvertito i suoi colleghi della presenza di un nuovo coronavirus, ma era stato aspramente criticato, prima di morire a causa del covid-19. Una cosa è certa: il nome di Li è stato dimenticato negli onori ufficiali. All’aeroporto di Wuhan Tianhe compare il volto di un altro medico, Zhong Nanshan. Diventato una figura di spicco della propaganda cinese, Zhong è stato premiato con la più importante medaglia nazionale, consegnata da Xi Jinping in persona l’8 settembre.

Oggi Meng ha solo un pensiero: occuparsi di sua nipote. “È la mia unica ragione di vita. Da quando siamo stati contagiati e mio figlio è stato ucciso dal virus, siamo stati emarginati a Wuhan e in tutta la Cina. I nostri amici e i nostri parenti non sono mai venuti a farci visita”, racconta sospirando.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano francese Libération.

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