21 aprile 2020 15:43

La signora Yang entra nel suo ristorante specializzato in piatti a base di rane, apre le serrande, attacca la bici elettrica alla corrente e toglie l’annuncio che aveva messo in vetrina poco prima del capodanno cinese, in cui comunicava la chiusura temporanea dell’esercizio. Yang Xue, 55 anni, indossa una mascherina e raccoglie i giornali che le sono stati infilati sotto la porta. Da quando la città è stata isolata, sono usciti solo sette numeri dello Hubei Daily. In fondo alla pila c’è il numero ingiallito del 23 gennaio 2020, il primo giorno del lockdown. Comincia a buttare il cibo avariato dal frigorifero. “Quando hanno deciso di chiudere tutto, avevo ancora una vasca piena di rane”, dice. Le rane vengono conservate vive, ma non sopravvivono più di una settimana. “Non potevo tornare qui a buttarle”, dice Yang. “Se n’è occupato il comitato di quartiere, e dato che c’era ha anche disinfettato il locale”.

Il ristorante di Yang è specializzato in zuppe. I tavoli hanno al centro lo spazio per una pentola dove bollire le cosce di rana sul momento, con l’aggiunta di pezzi di bambù, radici di loto, foglie di lattuga e pezzetti di tofu. Il menù prevede anche stufato di rana e rane fritte.

Dopo poco arriva il signor Zhang, il tabaccaio del negozio accanto, e i due si raccontano come hanno passato le ultime dieci settimane. Yang è tornata nella sua cittadina d’origine, non lontano da Wuhan, mentre Zhang è rimasto per tutto il tempo nel suo negozio. Per 72 giorni ha vissuto in un piccolo sgabuzzino vicino alla cassa. Alla fine non ce la faceva più. Quattro giorni prima che il governo liberasse la città dall’isolamento, ha semplicemente varcato la soglia del suo negozietto ed è uscito in strada a prendere un po’ d’aria e di sole. Zhang ha cinquant’anni anni e indossa una camicia bianca con i bottoni sulle punte del colletto. Adesso non riesce più a stare al chiuso per più di dieci minuti e si mette a mangiare sul marciapiedi, abbassando la mascherina sotto il mento per bere la zuppa. Saluta tutti quelli che passano. Come stai? Cosa fai? Quando sei uscito?

Permesso di uscire
La sera del 22 gennaio Zhang, per precauzione, aveva deciso di non tornare a casa dopo il lavoro. Due giorni prima avevano annunciato che il nuovo coronavirus, sottovalutato dalle autorità per settimane, poteva essere trasmesso da persona a persona. In negozio Zhang era in continuo contatto con i clienti e non voleva mettere in pericolo i suoi nipoti tornando a casa. La mattina dopo, Wuhan è stata tagliata fuori dal resto del mondo, sono stati chiusi aeroporti, stazioni ferroviarie e strade.

Dentro la città nessuno poteva lasciare il proprio quartiere. Zhang si è ritrovato bloccato nel suo negozio. “Per giorni ho mangiato solo zuppe istantanee”, dice. “Dopo dieci giorni mi è venuta un’ulcera in bocca”. Sua moglie gli ha preparato un po’ di verdure e quelli del comitato di quartiere, che nel frattempo avevano chiuso l’intero distretto, gliele hanno portate. “Avevano già cominciato a pattugliare le strade. Passavano di qui cinque volte al giorno”, dice Zhang. “Ma a quel punto, ormai nessuno usciva più”.

Wuhan è rimasta bloccata per 76 giorni. Prima il governo ha ordinato agli undici milioni di cittadini di isolarsi, e poi ha esteso l’ordine a tutti i sessanta milioni di abitanti della provincia dello Hubei. Il traffico, l’economia, la vita pubblica, tutto si è fermato.

È stata una quarantena inedita nella storia dell’umanità: molti l’hanno considerata un provvedimento inconcepibile almeno fino a quando, nelle settimane successive, città dopo città e un paese dopo l’altro hanno adottato le stesse misure in tutto il mondo. Ma oggi la città dove tutto è cominciato sta riaprendo. Negli ultimi giorni i viaggiatori hanno ricominciato a entrare in città, e anche i giornalisti. L’8 aprile il governo cinese ha dichiarato ufficialmente la fine dello stato d’emergenza a Wuhan e la gente ha potuto ricominciare a uscire.

Spettacolo di luci
Quella sera uno spettacolo di giochi di luce ha illuminato il profilo della città e lungo il fiume Yangtse i grattacieli si sono accesi di viola e di rosso. La mattina dopo i primi treni semivuoti sono usciti dalle stazioni e i primi aerei sono decollati dall’aeroporto. Le barricate che erano state alzate in tutta la città sono gradualmente scomparse e i negozi stanno lentamente riaprendo le porte. Mentre altre città del mondo continuano a combattere il virus, Wuhan si risveglia. Chi vuole entrare in città viene prima disinfettato e deve farsi misurare la temperatura. Da gennaio Wuhan è stata per il resto del mondo il simbolo della paura e della disperazione, ma per molti cinesi, è stata un modello di disciplina e perseveranza. Oggi la città deve di nuovo dare l’esempio di come procedere. Ma cosa fanno i suoi cittadini? Come stanno?

Dopo la riapertura le strade di Wuhan sono rimaste semivuote, ma oggi le auto aumentano di giorno in giorno

Gli alberi di ciliegio stanno fiorendo, ma la paura è ancora palpabile. La città si sta aprendo con una certa esitazione, un passo alla volta. A Wuhan la primavera è magnifica ma piuttosto breve e i mesi di giugno, luglio e agosto sono tristemente noti per il gran caldo e l’umidità. Ma in questo aprile non si vede quella spensieratezza che di solito accompagna l’arrivo della bella stagione. Chiunque incontri potrebbe essere un portatore del virus. I cittadini mantengono la distanza e indossano le mascherine. Ovunque in città si vedono ancora le barriere gialle, rosse, azzurre e verde usate per isolare i 7.110 quartieri. Nessuno poteva passare e i funzionari di partito facevano la guardia ovunque. Ancora oggi, chi vuole andare da un quartiere all’altro deve farsi controllare la temperatura.

A pochi chilometri dal ristorante della signora Yang e dal negozio del signor Zhang, c’è il ground zero della pandemia, il mercato del pesce Huanan, chiuso dal 1 gennaio. È qui che sono emersi i primi casi, ed è da qui che il virus potrebbe essere passato dagli animali alle persone. Oggi il mercato è circondato da barriere azzurre, tutte le entrate sono sbarrate e sulla strada sono state montate delle telecamere di sorveglianza. È come se quel posto dovesse essere cancellato dalla memoria. Il mondo deve vedere lo spettacolo di luci, non il mercato.

Pochi giorni dopo la riapertura le strade di Wuhan erano ancora semivuote, ma oggi le auto aumentano di giorno in giorno. In quel primo weekend era ancora possibile attraversare a piedi la strada che passa sul grande ponte sullo Yangtse, la struttura moderna più famosa della città, costruita dove Mao fece una famosa nuotata nel 1966. Hankou, il quartiere sulla riva nord dello Yangtse costruito nel novecento sotto l’influsso degli europei, è il posto dove si vedono più persone in giro. Gli ingressi dei centri commerciali, ovviamente, sono ancora sottoposti a rigidi controlli e i caffè, sempre che siano aperti, servono solo bevande da asporto. “Nelle strade c’è appena il 10 per cento delle persone che ci sarebbero normalmente in questo periodo dell’anno”, dice un passante. “Forse il cinque”, dice un altro.

L’università, per cui Wuhan è considerata uno dei grandi centri culturali della Cina, si trova nel distretto di Wuchang, sulla riva sud del fiume, ma è ancora chiusa, quindi l’intero quartiere appare vuoto. Davanti ai palazzi di uffici passano poche auto, negli alberghi ci sono pochissime persone e c’è solo un numero limitato di pedoni a percorrere la passeggiata sullo Yangtse. Stamattina sul fiume c’è solo una coppia di anziani che stanno facendo volare i loro aquiloni.

Una fama non meritata
Lo scrittore e politologo Lu Xiaoyu, 29 anni, nelle ultime settimane ha tenuto un diario online molto seguito, nel quale ha documentato la vita a Wuhan, la sua città di origine. Nell’ultimo post ha scritto: “Quello che mi ha commosso di più durante tutto questo periodo è stato il desiderio delle persone di Wuhan di tornare a casa, non importava a che costo”.

Lu è nato a Wuhan, ma ha frequentato l’università in Scozia. Dato che all’inizio della settimana scorsa non c’era nessun ristorante o bar dove potevamo incontrarci, mi ha proposto una passeggiata nel centro storico della città, tra palazzi dalle facciate in stile classico e art déco del primo novecento, quando l’aggregato urbano alla confluenza tra i fiumi Yangtse e Han visse la sua prima espansione economica. La seconda sarebbe arrivata nel ventunesimo secolo, molto dopo quelle di Pechino e Shanghai.

Non era solo il resto del mondo a sapere poco di Wuhan prima che il virus arrivasse a gettare sulla città un’ombra che probabilmente resterà per decine d’anni. Anche agli occhi di molti cinesi Wuhan era oscurata dall’altra megalopoli sulle rive dello Yangtse: Shanghai. “Wuhan è stata protagonista di un grande boom negli ultimi anni”, dice Lu. “È un po’ ingiusto che oggi sia famosa perché è stata il primo focolaio della pandemia”.

Wuhan, Cina, 11 aprile 2020. (Aly Song, Reuters/Contrasto)

L’amministrazione di Wuhan, sostiene Lu, all’inizio della crisi ha esitato troppo. “È stata la prima città a commettere un errore, che poi è stato ripetuto in tanti paesi e in altre città. Si è lasciata condizionare dalla paura delle conseguenze economiche e sociali della chiusura, invece di ascoltare gli avvertimenti che gli esperti avevano lanciato fin dall’inizio”.

È difficile capire se i cittadini abbiano perso fiducia nei leader locali del Partito comunista. La propaganda autocelebrativa è già ripartita e la censura, che all’inizio della crisi non è riuscita a eliminare tutti i commenti critici sui social network, si è rafforzata. Per anni Wuhan è stata considerata in Cina una città di “secondo livello”, un enorme agglomerato urbano al centro del paese spinto, dall’energia dei suoi cittadini e dall’ambizione dei suoi politici, a competere con le ricche città della costa. Forse è stata la paura di perdere prestigio in questo confronto a far nascere i primi tentativi di tenere nascosta l’epidemia.

Verso la fine di gennaio, solo le persone che ne avevano assoluta necessità potevano ottenere il permesso di lasciare il quartiere dove vivevano. A metà febbraio il governo di Pechino ha costretto i leader del partito della città e della provincia a dimettersi. Sono stati i loro successori a chiudere completamente Wuhan. Da quel momento in poi, le strade sono rimaste praticamente vuote, fatta eccezione per il personale sanitario e i malati gravi che andavano in ospedale.

Huang Siding, un ferroviere in pensione di 68 anni, ha cominciato ad avere un po’ di febbre all’inizio di febbraio. Dato che ha problemi di vista, il 6 febbraio la moglie l’ha accompagnato in un ambulatorio del quartiere. La tac ha rivelato ombre scure sui polmoni, e gli è stato consigliato di andare all’ospedale Hanyang.

“Già da tempo non circolavano più taxi nelle strade”, ricorda, “perciò abbiamo dovuto andarci a piedi. Ci è voluta più di un’ora”. Ma l’ospedale non aveva letti disponibili e quella sera Huang è tornato a casa alle 22.30. Il 7 febbraio ci ha riprovato e anche il giorno dopo ma non lo hanno ricoverato. Sei camminate di un’ora, più altre ore di attesa davanti all’ospedale, erano già troppe per un uomo di 68 anni. La sera dell’8 febbraio si è arreso, ma la febbre non scendeva.

Huang si sente ancora debole, ma è immensamente grato ai medici e agli infermieri che gli hanno salvato la vita

Cinque giorni dopo, il 13 febbraio, il comitato di quartiere lo ha chiamato per dirgli che un autobus sarebbe passato a prenderlo per portarlo in un’altra clinica, che praticava la medicina tradizionale. “Sono rimasto con una flebo attaccata al braccio per due settimane fino a quando la febbre non è scesa. Nel letto accanto al mio c’era un uomo di 91 anni che stava molto peggio di me. Non so se è sopravvissuto”. Dopo essere stato dimesso dall’ospedale, Huang è stato mandato per altre due settimane in una scuola trasformata in ricovero per la quarantena.

Huang si sente ancora debole, ma è immensamente grato ai medici e agli infermieri che gli hanno salvato la vita, dice facendo un leggero inchino. Togliendogli alcuni pelucchi dalla giacca, la moglie gli ricorda: “Mantieni la distanza di sicurezza dal giornalista”.

Concentrati sul futuro
Quando è stato rimosso il lockdown, Wuhan aveva registrato ufficialmente 50.008 contagi e 2.574 decessi. Ma quasi nessuno in città crede che queste cifre riflettano le vere dimensioni della catastrofe. Secondo Lu, i dati del governo rappresentano solo una minima parte del totale.

Ma la discrepanza tra le statistiche e la realtà non sembra essere un grosso problema per i cittadini di Wuhan. Ho intervistato più di venti persone tra ex malati, infermieri, farmacisti e passanti, e quando ho chiesto cosa ne pensassero di quelle cifre molti hanno semplicemente fatto spallucce, la stessa reazione che si ottiene quando si chiede della propaganda statale.

Una settimana fa, quando alle 10 di mattina le sirene hanno cominciato a suonare in tutta la Cina per proclamare ufficialmente una giornata di lutto, nel centro di Wuhan probabilmente tutte le auto si sono fermate, ma solo poche persone hanno veramente osservato il minuto di silenzio. Le altre hanno semplicemente continuato a chiacchierare o a fare spese. Sembrava quasi che non fossero interessate a quel momento di silenzio ufficiale dopo tre mesi di paura e lutto. Come se fossero concentrate più sulla vita che sulla morte, più sul futuro che sul passato.

Un servizio fotografico per una coppia di futuri sposi a Wuhan, Cina, 15 aprile 2020. (Aly Song, Reuters/Contrasto)

Nella zona ovest di Wuhan, dove i palazzoni residenziali lasciano il posto alle verdi rive dello Yangtse, dalla settimana scorsa centinaia di persone passeggiano nei giardini botanici, chiamati Ville des fleurs, in memoria dell’influenza francese sulla città. Un paio di chilometri più avanti, il parcheggio della fabbrica della Peugeot è pieno. “L’inverno è finito”, dice uno striscione sul recinto che circonda la fabbrica. “La primavera sta arrivando. Bentornati”.

Qui, al culmine della crisi, è stato costruito in pochi giorni uno dei due grandi ospedali d’emergenza della città, suscitando meraviglia nel mondo intero. Dei mille posti letto, si dice, oggi novecento sono vuoti. Gira voce che presto i container saranno smontati e spediti in Sudamerica. Ma per il momento i grossi fuoristrada dell’Esercito di liberazione popolare sono ancora di guardia all’entrata, al di là delle alte recinzioni di sicurezza si sente il ronzio dei condizionatori e davanti all’edificio dedicato al “Secondo reparto di medicina per i casi più gravi” continuano a lavorare persone che indossano tute protettive.

L’arrivo dei volontari
L’altro grande ospedale d’emergenza, il Leishenshan, è stato costruito in un parcheggio nella parte sud di Wuhan. Dall’esterno sembra più accessibile. Ma anche qui le entrate sono sorvegliate e, per impedirne la vista, su centinaia di metri di recinzione sono stati affissi dei manifesti, opera di decine di grafici che hanno partecipato a un concorso. Alcuni raffigurano motivi scuri e macabri, altri sono coloratissimi o disegnati nello stile della propaganda politica dell’era di Mao. Il tema è “la guerra del popolo al virus” dichiarata dal presidente Xi Jinping a febbraio.

Le energie spese e il numero di persone curate nelle ultime settimane sono stati enormi, dice l’infermiera Yang Peng. Ha 37 anni ed è arrivata da Pechino all’inizio di febbraio con una squadra di 151 operatori sanitari per aiutare i colleghi di Wuhan oberati di lavoro. “Mi sono offerta volontaria, seguendo l’esempio del direttore della clinica dove lavoro”, spiega. Prima di partire è andata a farsi tagliare i capelli corti per la prima volta da quando è adulta, come previsto dalle rigide regole contro il contagio adottate a Wuhan.

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Yang dice che nonostante i suoi diciott’anni di esperienza professionale non aveva mai imparato a usare correttamente i dispositivi di protezione. Solo per mettere e togliere le tute, dice, ci vuole più di un’ora. Come tutti i professionisti del settore che hanno combattuto in prima linea durante la pandemia, usava i pannoloni per l’incontinenza durante i turni. “Quelli non erano un problema”, osserva. “Per risparmiare le tute, bevevamo il meno possibile e sudavamo molto, così non dovevamo andare in bagno. Ma non riuscivamo a respirare perché le mascherine erano strette, e per noi donne tutto era molto scomodo quando avevamo il ciclo”.

Nel reparto di endocrinologia dell’ospedale Tongji, dove ha lavorato, all’inizio di febbraio la situazione era molto più ordinata che negli ambulatori, dice. “Avevamo cinquanta pazienti da seguire. Non ho mai lavorato nel pronto soccorso che traboccava di gente”. Si dice stupita da quanto rapidamente l’infezione polmonare causata dal virus può peggiorare. “Un paziente che la mattina sta bene, nel pomeriggio può già essere in condizioni critiche”, dice.

Alcuni giorni fa Yang Peng è tornata a Pechino insieme agli altri colleghi. Ora deve restare in quarantena per due settimane. “Quello che non dimenticherò mai sono le persone di questa città, la loro gratitudine e gli alberi illuminati in vari colori lungo una strada, che ho visto una sera mentre andavo a fare il turno di notte”.

Intanto, Yang Xue è davanti al suo ristorante e cerca di capire come andare avanti. Ha perso molti soldi, dice che ci avrà rimesso tra i 15mila ai 30mila euro, sempre che gli affari tornino ad andare come prima della crisi. È arrabbiata con il governo perché ha deciso questa chiusura? “Se fossi stata in loro”, risponde, “l’avrei imposta molto prima”. I suoi familiari sono riusciti a sopravvivere alla malattia. A gennaio aveva portato suo zio e la moglie in ospedale. “Quanto mi sono spaventata quando ho scoperto che il virus si trasmetteva da una persona all’altra! Mi sono venuti i capelli bianchi per la paura”. Poco tempo dopo si è ammalata la sorella minore, ma anche lei è sopravvissuta.

I suoi dieci dipendenti hanno ancora troppa paura per uscire di casa e le società di consegne a domicilio con cui lavorava non hanno ancora riaperto. “Avranno perso un mucchio di soldi come me”, dice. Sicuramente il ristorante non riaprirà prima della fine di aprile, dice Yang al suo vicino tabaccaio. “Il pericolo non è ancora passato. Ha sentito che alcuni sono stati infettati ma non hanno sintomi? Potrebbero essere ancora contagiosi”.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul settimanale tedesco Der Spiegel