L’Arabia Saudita, il Qatar e l’Oman si sono attivati per convincere il presidente statunitense Donald Trump a evitare un attacco immediato all’Iran, mettendolo in guardia da “gravi ripercussioni per la regione”, ha dichiarato il 15 gennaio all’Afp un alto funzionario saudita, che ha chiesto di rimanere anonimo.

“L’obiettivo era convincerlo a dare una possibilità all’Iran”, ha precisato, aggiungendo che “i contatti proseguono per consolidare questo clima di maggiore fiducia”, ha aggiunto.

In precedenza alcuni mezzi d’informazione statunitensi avevano riferito dell’intervento dei paesi arabi.

I tre stati del Golfo hanno avvertito la Casa Bianca che un attacco all’Iran sconvolgerebbe i mercati petroliferi, aveva affermato il 14 gennaio il New York Times, confermando una precedente notizia del Wall Street Journal.

Gli alleati arabi di Washington temono che un attacco all’Iran possa perturbare il traffico petrolifero nello stretto di Hormuz, attraverso il quale passa circa un quinto del petrolio mondiale, aveva dichiarato il Wall Street Journal.

Secondo il quotidiano, Riyadh ha assicurato a Teheran che non avrebbe partecipato in alcun modo a un eventuale attacco statunitense e che non avrebbe permesso agli Stati Uniti di usare il suo spazio aereo.

Le monarchie del Golfo temono che un attacco statunitense possa compromettere la loro sicurezza, aveva inoltre riferito il New York Times.

La sera del 14 gennaio Trump aveva dichiarato che “le uccisioni in Iran sono terminate”, senza però escludere un intervento militare contro Teheran se dovessero riprendere.

“Vedremo cosa succederà”, aveva aggiunto.

Il 14 gennaio, in un’intervista all’emittente Fox News, il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi aveva affermato che “né oggi né domani sono previste esecuzioni”.

Secondo l’ong Hengaw, che ha sede in Norvegia, l’esecuzione di Efran Soltani, un uomo di 26 anni arrestato durante le manifestazioni in Iran, prevista per il 14 gennaio, è stata rinviata. Il 15 gennaio le autorità iraniane hanno però smentito che Soltani sia stato condannato a morte.

Nei giorni scorsi Trump aveva più volte minacciato un intervento militare in Iran per mettere fine alla repressione del grande movimento di protesta in corso, uno dei più imponenti dalla proclamazione della Repubblica islamica nel 1979.

Intanto, secondo un ultimo bilancio fornito dall’ong Iran human rights (Ihr), anch’essa con sede in Norvegia, almeno 3.428 manifestanti sono stati uccisi dall’inizio dell’ondata di proteste, il 28 dicembre. “Ma il dato reale potrebbe essere molto più alto”, ha avvertito l’ong, che ha riferito inoltre di più di diecimila arresti.