Karen di Cantieri Meticci e Yacouba recitano un passaggio del Candido di Voltaire durante una lezione di italiano alla scuola di Boreano, agosto 2015.

L’ottimismo di Candido tra i braccianti del Burkina Faso

Karen di Cantieri Meticci e Yacouba recitano un passaggio del Candido di Voltaire durante una lezione di italiano alla scuola di Boreano, agosto 2015.
26 settembre 2015 11:23

È Abdoul Wahab a incaricarsi di tradurre in bissa (una delle sessanta lingue parlate nel Burkina Faso) per quelli che faticano a comprendere l’italiano. Prima traduce la riunione preliminare della scuola di italiano promossa dagli attivisti di Fuori dal ghetto e Osservatorio migranti Basilicata; poi le battute del Candido, o l’ottimismo di Voltaire, che la compagnia Cantieri Meticci ha drammatizzato per accompagnare il corso più avanzato della scuola.

Fuori dell’aula, che è poi una chiesetta inutilizzata, ci sono un crocicchio e quattro edifici degli anni cinquanta da tempo abbandonati, sovrastati dalle stelle e circondati dal buio.

Il buio è quello di di Boreano, frazione agricola del comune di Venosa, in quella parte della provincia di Potenza dove ogni anno tra i mille e i duemila braccianti raccolgono pomodori a tre euro e cinquanta ogni cassone da trecento chili, più 50 centesimi che vanno al caporale.

Certo, conclude un altro raccoglitore, con l’ottimismo non si pagano le bollette

Quello della scuola è un piccolo progetto, dai piccoli numeri. Eppure testimonia un ottimismo della volontà, per tornare a Voltaire passando per Gramsci. Ottimismo di chi la organizza, dal 2013 ogni estate, ma anche volontà di chi vi partecipa dopo ore di lavoro a cottimo: “L’arrivo dei braccianti a scuola è discontinuo, dipende dal lavoro, dalla fatica, dalla possibilità di farsi una doccia nei casolari senz’acqua corrente, dalla necessità di inseguire qualcuno che paghi i salari arretrati”.

Chi sono i braccianti che frequentano la scuola? Sono alcuni dei cosiddetti schiavi del pomodoro; sono migranti – in gran parte burkinabé regolarmente presenti in Italia – espulsi dalle fabbriche del nord, o ragazzi arrivati per ricongiungimento familiare, ovvero lavoratori stagionali dediti al nomadismo tra le raccolte, tra il polo estivo dei pomodori e quello invernale delle arance.

Sono loro a confrontarsi con l’ottimismo di Candido, a declinarlo nella loro quotidianità. “Sono ottimista perché Dio mi ha dato buona salute, e non tutti la possiedono”; “non è corretto essere sempre ottimisti, se uno ha un problema deve cercare di risolverlo”. E anche: “Se capisco bene l’ottimista non è uno che sorride sempre, ma l’ottimismo è anche nascondere al mondo il tuo problema”, oppure, aggiunge un altro, “risolverlo essendo positivo”. “Certo”, chiosa un ultimo bracciante, “ma con l’ottimismo non paghi le bollette”.

Karen e Daniela cominciano la lezione di italiano all’interno della scuola di Boreano, agosto 2015.

Vi sembrano parole da schiavi? A me no, per niente. E vederli, parlare con loro, osservare i più giovani e scoprirli così simili nei vezzi e nei modi ai coetanei fortunati che passano l’estate a rimandare giorno dopo giorno l’inizio dei compiti delle vacanze – e non ad alzarsi prima dell’alba per piegare la schiena sui campi di pomodoro – ecco, tutto questo racconta della loro povertà economica, dello sfruttamento brutale che subiscono, ma non parla di schiavitù.

Perché schiavitù, sostanzialmente oltre che giuridicamente, è l’esercizio “su una persona [di] poteri corrispondenti a quelli del diritto di proprietà”. E quei braccianti non si sentono, né sono, ridotti a oggetti di proprietà.

Non parla dischiavitù neppure l’uccisione di Mamoudou Sare in seguito a una lite per un furto di meloni (più verosimilmente una spigolatura di frutti abbandonati a terra). Se sono in giro dopo il lavoro sono sospetti, ha forse pensato l’omicida – interpretando un sentire comune alla parte più gretta e violenta della società italiana – non perché abitualmente siano imprigionati, ma perché i bisogni e i diritti che li spingono fuori del ghetto non sono riconosciuti come istanze valide. Quando non lavori meglio non farti vedere: più una versione parossistica del job on call, che la schiavitù.

Servono più garanzie, non più flessibilità

Certo, la legge 228 del 2003, quella appena citata, parla anche di “situazione di necessità” come occasione della riduzione in schiavitù, ma è con tutta evidenza più adatta al contrasto della prostituzione coatta e al traffico di organi che a una fattispecie in cui non è impedito ai braccianti di lasciare il lavoro.

Il dramma della loro condizione non è dunque il dovervi restare perché costretti, ma il farlo volontariamente per bisogno di reddito. Ulteriore complessità è data dal rapporto col ritmo di lavoro.

Il cottimo consente, con un autosfruttamento possibile a vent’anni e già sfibrante a trenta (riempire 20 o più cassoni da 300 chilogrammi l’uno), un guadagno superiore a quello di una giornata pagata al salario del contratto provinciale; d’altra parte però costringe a subire rallentamenti, magari perché l’industria di trasformazione ha mandato pochi camion da caricare. Ma permette anche, e questo è più inatteso, al bracciante di darsi un ritmo più sostenibile quando lo ritenga necessario.

Non sto sottovalutando la durezza di quelle condizioni di lavoro: cerco solo di osservare cottimo e caporalato all’interno della generalizzata mancanza di tutele (di collocamento, salariali dirette e indirette, di riposo, malattia e infortunio, di disoccupazione…) e all’interno dell’economia legale della filiera, e non di leggerli quali declinazioni agricole del paradigma della criminalità organizzata come fanno Roberto Saviano e il ministro Martina.

Paradigma che potrebbe essere in alcuni casi valido, ma che se utilizzato con troppa generosità finisce per spingere esclusivamente a soluzioni di ordine penale. Quando invece hanno almeno altrettanta urgenza le soluzioni strutturali, dall’ingaggio con maggiori garanzie per i braccianti (e non maggiore flessibilità, come suggerisce Saviano) alla restituzione di parte della ricchezza prodotta dalla filiera a chi vi lavora, sottraendola ad aziende di trasformazione e supermercati.

Il secondo motivo per cui non mi piace parlare di schiavi è che questo termine separa ciò che è invece unito. Quando è riferito a migranti divide i problemi di lavoro e di reddito tra nostri (di noi autoctoni) e loro.

La scuola di Boreano, agosto 2015.

Certo, per molti stranieri c’è anche il problema dei documenti, ma si tenga presente che condizioni di lavoro durissimo vengono imposte anche a migranti con permesso di soggiorno. In questa parte di Basilicata per esempio gli stagionali sono per più del 90 per cento regolari; in altri territori si scende al 70 per cento, ma è comunque difficile dire che l’irregolarità sia, oggi, in ultima istanza determinante nell’affermarsi dello “schiavismo” (fonte dei dati è lo straordinario rapporto di Medici per i diritti umani, scaricabile qui).

Un confine apparente e ingannevole

Sembra, piuttosto, che le distanze tra chi è nato qui e chi c’è arrivato si assottiglino progressivamente, e che l’agricoltura sia il banco di prova di questa convergenza.

Quel métissage che avanza inesorabile e fecondo nella società – ma ancora non sa darsi l’orgoglio di una visibilità politica – manifesta sui campi il suo doppio tragico, il suo lato oscuro: le vittime di questa estate di raccolto (in Puglia) sono infatti un sudanese, un’italiana e un italiano, un tunisino – per fermarsi solo a quelle di cui c’è certezza.

Ma anche in un altro senso quello della schiavitù è un confine apparente e ingannevole.

Il mondo del lavoro non qualificato, oggi, è disposto lungo un continuum. La cassiera del supermercato in cui si vende la passata prodotta con quei pomodori si trova certamente in una posizione più fortunata lungo questa linea di continuità.

Ma è altresì vero che ogni volta che il suo contratto peggiora e precipita verso il basso per orari, retribuzione, lavoro festivo, pause, questa cassiera scivola gradualmente verso gli schiavi; e quando sarà sostituita da una cassa automatica e il suo contratto non sarà rinnovato potrebbe trovarsi nelle stesse condizioni lavorative che hanno ucciso Paola, la vittima italiana di questa estate agricola.

E allora delle due l’una: o ci interessa concentrarci sulla schiavitù per gestire le emozioni suscitate da situazioni estreme – come se a “noi” non potesse accadere mai – oppure siamo pronti a riconoscere, senza abboccare alle storielle di risibili “riprese dei consumi”, il rischio di miseria, ipersfruttamento e povertà lavorativa che colpisce tutti i lavoratori a basso reddito.

Rischio che può trovare antidoto solo nell’accesso delle classi subalterne (autoctone e migranti, o meglio ancora: meticce) a un nuovo protagonismo politico e sindacale, da cui derivi il ristabilirsi di condizioni di lavoro, di salario e di stato sociale che spezzino l’alimentarsi reciproco di povertà e sfruttamento lavorativo.
Infine, ecco un ultimo motivo per cui parlare di schiavitù ci porta fuori strada.

La lotta alla schiavitù sarà solo un bollino etico sui barattoli di pelati al supermercato

Per indicarlo devo tornare alla sera d’agosto in cui, alla scuola di Boreano, si commentano le battute del Candido. In particolare un passaggio in cui si rammenta come questi non perda mai l’ottimismo neppure davanti alle peggiori disgrazie: naufragi, terremoti, riduzione in schiavitù (eh già!), arruolamenti forzati.

Abdoul Wahab traduce, ma per rendere meglio l’idea delle sciagure aggiunge, in bissa: “Gli succedono cose tremende, come… come se noi arrivassimo al campo una mattina e scoprissimo che una macchina ha raccolto i pomodori al posto nostro”. Sarà un altro giovane bilingue a raccontarlo a noi italofoni, ridendo.

Soluzioni paradossali

Quella frase, quella piccola frase amara, getta una luce chiarificatrice sul non detto della lotta alla schiavitù, proprio come il Candido la getta sulle illusioni della fede.

Quella frase ci avverte che i braccianti devono essere considerati ciò che sono davvero: lavoratori che subiscono una situazione di sfruttamento estremo perché hanno bisogno di un reddito, non vittime di una nuova tratta degli schiavi.

Se non li si riconosce come tali si lascia spazio a soluzioni paradossali come quella di Coop, che già dal 2006 ha cominciato “a chiedere esplicitamente ai [propri] fornitori la clausola relativa al rispetto dei diritti dei lavoratori, anche passando attraverso un aumento della quota di raccolta meccanizzata, in particolare per quanto riguarda i pomodori”, come si può leggere nel numero di marzo 2008 di Consumatori, il mensile dei soci Coop.

Ha ragione Abdoul Wahab: la prospettiva evocata dalla sua ipotesi, e praticata da Coop, è tragica. Perché dissocia i diritti dei lavoratori dall’esistenza dei lavoratori, e ci prepara a un tempo in cui la lotta alla schiavitù sarà solo un bollino etico sui barattoli di passata del supermercato, e nulla avrà a che vedere con le vite di quelli che saranno stati “salvati” e al contempo resi nuovamente schiavi di una miseria sempre più irredimibile.

Mentre i profitti delle catene di supermercati e delle grandi aziende di trasformazione del pomodoro voleranno sempre più alti, sospinti anche dalla riconquistata eticità.

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