Un camion trasporta un gruppo di migranti in un centro di detenzione a Sabrata, in Libia, il 7 ottobre 2017.

La strategia italiana per fermare i migranti in Libia è in crisi?

Un camion trasporta un gruppo di migranti in un centro di detenzione a Sabrata, in Libia, il 7 ottobre 2017.
12 ottobre 2017 14:39

“Ci sono rifugiati eritrei imprigionati nei centri di detenzione di Sabrata, senza accesso ad acqua, cibo e cure mediche da almeno cinque giorni”, denuncia l’attivista eritrea Meron Estefanos, che è in contatto telefonico con un’ottantina di persone, rimaste bloccate per settimane nei combattimenti tra gruppi armati rivali a Sabrata, nel nordovest della Libia. “Ci sono sei donne che hanno partorito senza assistenza medica e almeno cinquanta bambini rinchiusi in questi centri di raccolta. Non c’è niente da mangiare”, racconta a Internazionale. Estefanos vive da anni in Svezia, ma è un punto di riferimento per gli eritrei che fuggono da Asmara, attraverso il Sudan e la Libia.

“La situazione è drammatica perché una settimana fa i carcerieri hanno abbandonato i centri a causa dei combattimenti e sono scappati, così i migranti sono fuggiti, ma sono stati arrestati da altri gruppi armati e dalle forze di sicurezza, che li hanno portati in altri centri dove si trovano da cinque giorni”, afferma Estefanos, che sta cercando di mettersi in contatto con l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e con l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) per segnalare la situazione. “Ci sono persone morte a causa di ferite da arma da fuoco e che non sono state seppellite”.

Secondo l’analista Tom Feneaux, gli arresti di migranti sarebbero avvenuti soprattutto nella parte occidentale di Sabrata. Bassem Ghrabli, uno dei comandanti del gruppo armato Sala operativa per la lotta all’Is, una coalizione di gruppi fedeli al governo di unità nazionale di Tripoli nata nel 2016 per combattere il gruppo Stato islamico (Is), ha dichiarato di aver arrestato “3.150 migranti di varie nazionalità” dopo la fine dei combattimenti.

Secondo quanto riportato dall’Oim e dall’Unhcr, nei centri di detenzione a Sabrata erano imprigionati tra i quattromila e i seimila migranti. Molti di loro, anche donne e bambini, sono stati fermati dopo essere fuggiti dai campi gestiti dalle milizie del clan Dabbashi, sconfitte dalla Sala operativa per la lotta all’Is.

Secondo Saleh Graisia, un portavoce della milizia, al momento il gruppo avrebbe il controllo di Sabrata, il principale punto di partenza dei migranti dalle coste libiche verso l’Europa, a 70 chilometri da Tripoli. I leader del clan Dabbashi, invece, avrebbero abbandonato la città e anche la sorveglianza dell’impianto di estrazione di gas e petrolio di Mellitah, di proprietà dell’Eni, di cui si occupavano dal 2015.

Centinaia di persone sono scappate a piedi da Sabrata e hanno raggiunto Zuwara, ha riferito Sadeeq al Jayash, portavoce del Comitato di emergenza di Zuwara all’agenzia Reuters. “Ci sono almeno 1.700 migranti a Zuwara che hanno bisogno di aiuto”, ha dichiarato Al Jayash. Secondo il giornalista statunitense Jamie Dettmer, i migranti scappati da Sabrata a Zuwara sarebbero almeno tremila. Nei combattimenti tra i gruppi rivali sono morte almeno 43 persone e i feriti sono stati più di trecento, sostiene il ministero della salute di Tripoli. Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr, afferma che dopo i combattimenti ci sono ancora cinquemila migranti e rifugiati in condizioni critiche, tremila sfollati e centinaia di case completamente distrutte.

Le conseguenze sul traffico di migranti
La milizia del clan Dabbashi – come hanno documentato numerose inchieste giornalistiche – nel luglio scorso avrebbe concluso un accordo con il governo di Tripoli e con l’intelligence italiana per fermare le imbarcazioni dei migranti in partenza verso le coste italiane.

La giornalista italiana Francesca Mannocchi ha spiegato sull’Espresso che la famiglia Dabbashi – a capo di tutti i traffici nella zona, tra cui quello di esseri umani – era ostile alla presenza in città del gruppo armato Sala operativa, alleata di gruppi salafiti come la brigata Al Wadi.”I militari sostenuti da Al Sarraj hanno, infatti, cominciato a controllare e a presidiare un tratto della strada che porta a Tunisi, snodo nevralgico del contrabbando”, afferma Mannocchi.

Questa rivalità è stata all’origine degli scontri esplosi a metà settembre in città e durati tre settimane, che hanno portato alla sconfitta della brigata Dabbashi. E ora? Che ne sarà dei migranti detenuti a Sabrata? Secondo gli esperti, i segnali che stanno mandando i miliziani di Sala operativa fanno pensare che le partenze di migranti non ricominceranno da Sabrata, ma potrebbero aprirsi nuove rotte da altri porti sullo stesso tratto di costa. “In primo luogo non bisogna dare per scontato che il clan Dabbashi, la famiglia criminale più importante di Sabrata, si dia per vinto e lasci in maniera definitiva la città”, spiega Mattia Toaldo, esperto di Libia all’European council on foreign relations.

Il Consiglio d’Europa ha scritto all’Italia chiedendo chiarimenti sull’accordo concluso a febbraio con le autorità libiche

Inoltre sembra che il gruppo Sala operativa non voglia sostituirsi al clan Dabbashi come interlocutore nel patto con l’Italia per fermare i migranti. “Sembrerebbe che questi miliziani si vogliano presentare non come mercenari, ma come un esercito vero e proprio, un gruppo armato che garantisce la sicurezza e l’ordine in questa parte di Libia e in cambio vuole essere riconosciuto e trattato come un esercito”, spiega Toaldo. “Le foto di camion pieni di migranti portati nei centri di detenzione, diffuse dopo la vittoria, farebbero pensare a questa opzione”.

Ma bisogna tener presente due questioni: la prima è che si potrebbero aprire altri punti di partenza per le imbarcazioni, la seconda è che Sala operativa è un’alleanza tra soggetti molto diversi tra loro, tra cui i salafiti di Al Wadi. “Si tratta di una corrente salafita quietista, non militante, legata all’Arabia Saudita. Nell’est della Libia stanno con Khalifa Haftar, nellovest con Fayez al Sarraj. Sono in forte ascesa e stanno aprendo centri culturali e stazioni radio un po’ dappertutto, anche a Misurata per dire, e gli obiettivi di questo gruppo non sono chiari”, aggiunge Toaldo.

Anche Gabriele Iacovino del Centro studi internazionali è d’accordo con Toaldo: “La brigada Dabbashi è stata fatta fuori proprio per il tipo di controllo che aveva sui flussi migratori, ma stiamo parlando di una situazione molto fluida, non è detto che Dabbashi non torni indietro”. Iacovino non esclude, tuttavia, che qualche milizia approfitti della situazione di caos a Sabrata per far ripartire il traffico di migranti verso l’Italia.

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Intanto il 28 settembre il Consiglio d’Europa ha scritto all’Italia chiedendo chiarimenti sull’accordo concluso a febbraio con le autorità libiche. In una lettera indirizzata al ministro dell’interno italiano Marco Minniti, il commissario per i diritti umani Nils Muižnieks ha chiesto di spiegare il tipo di sostegno che Roma “prevede di fornire alle autorità libiche nelle loro acque territoriali, e quali salvaguardie l’Italia ha messo in atto per garantire che le persone” intercettate dalla guardia costiera libica non rischino “trattamenti e pene inumane e la tortura”.

Il commissario ha chiesto inoltre informazioni sul codice di condotta per le ong coinvolte nelle operazioni di salvataggio in mare adottato dal governo italiano a fine luglio per regolamentare e limitare l’attività delle navi di soccorso. Dall’inizio del 2017, la guardia costiera libica addestrata dall’Italia e dall’Unione europea ha intercettato davanti alle coste libiche 16.567 migranti e li ha riportati indietro nei centri di detenzione libici dove violenze, abusi e torture sono all’ordine del giorno. L’11 ottobre, invece, le navi delle organizzazioni non governative e le navi militari di Frontex hanno soccorso al largo della Libia almeno seicento persone.

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