Lo sgombero dei rifugiati eritrei e somali in piazza Indipendenza a Roma, il 24 agosto 2017.

Come sono andate a finire tre storie raccontate quest’anno

Lo sgombero dei rifugiati eritrei e somali in piazza Indipendenza a Roma, il 24 agosto 2017.
29 dicembre 2017 15:34

Le notizie che abbiamo seguito nel corso dell’anno hanno avuto un’evoluzione. Eccone alcune che valeva la pena raccontare.

Senza asilo a Torino

A febbraio avevamo raccontato la storia di Michael, un richiedente asilo del Ghana, che aveva ricevuto “un doppio diniego”, cioè un rifiuto della protezione internazionale sia da parte della commissione territoriale sia da parte del tribunale, nonostante dopo due anni in Italia avesse compiuto un percorso d’integrazione e avesse trovato anche un lavoro con una proposta di assunzione. Il suo caso era simile a quello di decine di altre persone: solo a Torino gli operatori sociali avevano individuato circa cinquanta richiedenti asilo con lo stesso problema e che rischiavano di essere ricacciati nell’illegalità, nonostante le proposte di assunzione degli imprenditori locali. La situazione ha spinto operatori, avvocati e associazioni torinesi a lanciare nel dicembre del 2016 SenzaAsilo, una campagna per portare questo fenomeno all’attenzione delle autorità. La rete ha scritto una lettera al prefetto Renato Saccone e alla sindaca Chiara Appendino chiedendo di aprire dei canali di regolarizzazione per le persone già inserite nel tessuto lavorativo della città.

L’iniziativa, durata sei mesi, ha portato i primi frutti: nel 2017 Michael e altri cinquanta hanno potuto procedere all’istanza di reiterazione e ottenere la protezione umanitaria (della durata di due anni). Per la prima volta in Italia si è riconosciuto il percorso di “integrazione sociale attraverso l’inserimento lavorativo”. La maggior parte dei richiedenti asilo ha trovato un lavoro con un contratto a tempo determinato nel settore della ristorazione. La procedura stava funzionando così bene che altre realtà, tra cui la casa della carità a Milano, stavano pensando di replicarla. Ma nelle ultime settimane è venuta meno la disponibilità da parte delle istituzioni: sono stati segnalati altri 39 casi che avevano avuto un primo via libera da parte della prefettura di Torino, ma non è stato possibile andare avanti con questi casi.

“L’esperienza torinese è stata di stimolo per altre organizzazioni che, nel territorio piemontese e in altre regioni, hanno cominciato a proporre lo stesso percorso”, ha scritto la rete SenzaAsilo in un comunicato. “Negli ultimi mesi non è più stato possibile continuare con il processo avviato, malgrado fossero state segnalate altre persone con le medesime possibilità di integrazione. Ad oggi, malgrado ripetute sollecitazioni, i rappresentanti della rete SenzaAsilo non sono riusciti a ottenere risposte sulle motivazioni di questo blocco. Si tratta di situazioni in cui, di nuovo, le persone rischiano illegalità ed espulsione e le aziende rischiano di veder andare in fumo l’investimento formativo fatto”.

L’identificazione delle vittime del naufragio del 18 aprile

Lo scorso aprile abbiamo raccontato la storia di Cristina Cattaneo, un’antropologa forense che dirige il laboratorio di antropologia e odontologia forense (Labanof) dell’Istituto di medicina legale dell’università statale di Milano. A lei è stato affidato il compito di guidare il gruppo di medici e antropologi che ha fatto la repertazione cadaverica dei 728 corpi recuperati nella stiva del peschereccio affondato nella notte del 18 aprile 2015, in quella che è considerata la peggiore tragedia della storia recente nel Mediterraneo.

A un anno di distanza, le prime famiglie che hanno chiesto di riconoscere le vittime o di sottoporsi al test del dna incontreranno i medici della Labanof che continuano il lavoro di esame dei reperti cadaverici raccolti.

Il relitto del peschereccio invece è ancora nella base Nato di Melilli, in Sicilia, dov’è stato trasportato dopo il recupero, ma la commissione bilancio della camera ha approvato lo stanziamento di 500mila euro per portarlo all’università di Milano, nel giardino di via Celoria, dove sarà trasformato in un museo dei diritti, con la supervisione della stessa Cattaneo.

Che fine hanno fatto gli sgomberati di piazza Indipendenza?

Sabah è una rifugiata di origine etiope che vive in Italia da molti anni. Il 19 agosto 2017 era tra le persone sgomberate dal palazzo occupato di via Curtatone, a Roma. Insieme a decine di loro ha protestato per chiedere all’amministrazione comunale una soluzione alternativa per i residenti dello stabile, quasi tutti beneficiari della protezione internazionale. Dopo il secondo violento sgombero di piazza Indipendenza, ha partecipato per giorni al presidio di piazza Madonna di Loreto, davanti a piazza Venezia. Quattro mesi dopo è ancora senza un tetto, dorme a casa di amici e non è riuscita a recuperare le sue cose, rimaste nella stanza di via Curtatone, dove abitava dopo la separazione dal marito. Lavora come collaboratrice domestica e non riesce a trovare nessuno che sia disposto ad affittarle una casa o una stanza.

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha seguito le 110 persone coinvolte nello sgombero e traccia un quadro abbastanza chiaro delle loro attuali difficoltà e della mancanza di soluzioni sul lungo periodo.

“Molti, circa duecento persone, sono tornati a vivere in occupazione in luoghi storici come il Selam palace all’Anagnina e l’occupazione di via Collatina. Nel complesso nelle due occupazioni si stima che vivano circa duemila persone”, spiega Andrea De Bonis dell’Unhcr. “Queste situazioni sono il frutto della mancanza di piani concreti per l’integrazione per i rifugiati. Con l’approvazione quest’anno del piano nazionale d’integrazione siamo fiduciosi che le cose possano migliorare. Il piano nazionale prevede infatti tra le altre cose lo stanziamento di fondi per intervenire nelle occupazioni abitative”.

Valentina Brinis dell’Unhcr spiega però che molti si sono messi in cerca di una soluzione, “ma si sono scontrati con la difficoltà di affittare una casa, anche quando erano nella situazione di poter offrire delle garanzie”.

Brinis parla di un piano locale di integrazione a cui l’agenzia dell’Onu sta lavorando a Roma per superare la situazione di marginalità e di abbandono delle occupazioni di rifugiati. “Sul sostegno all’affitto stiamo facendo un ragionamento perché abbiamo notato che molti che potrebbero e vorrebbero affittare una casa non riescono a farlo per fenomeni di discriminazione, ma anche per la mancanza di contratti di lavoro regolari che possano costituire una garanzia”.

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