Sulla nave Astral dell’ong spagnola Proactiva Open Arms, al largo delle coste libiche, il 12 ottobre del 2016.

Tolti i sigilli alla nave spagnola Open Arms

Sulla nave Astral dell’ong spagnola Proactiva Open Arms, al largo delle coste libiche, il 12 ottobre del 2016.
16 aprile 2018 18:48

Il giudice per le indagini preliminari (gip) di Ragusa, Giovanni Giampiccolo, ha disposto il dissequestro della nave dell’ong spagnola Proactiva Open Arms, che era ferma nel porto di Pozzallo dal 18 marzo dopo aver soccorso 218 migranti in due diverse operazioni al largo della Libia. La nave – attiva nel soccorso di migranti nel Mediterraneo centrale – era stata sequestrata su ordine della procura di Catania, guidata da Carmelo Zuccaro, nell’ambito di un’inchiesta per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e associazione a delinquere.

Il 27 marzo il gip di Catania Nunzio Sarpietro aveva confermato il sequestro della nave, ma si era dichiarato non competente al livello territoriale per i reati contestati e aveva passato il fascicolo al gip di Ragusa. Sarpietro infatti aveva fatto cadere l’accusa di associazione a delinquere contro il capitano Marc Creus Reig e la coordinatrice dei soccorsi Ana Isabel Montes Mier, lasciando in piedi invece l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Questo elemento aveva fatto decadere la competenza territoriale del tribunale di Catania che ha una specifica autorità per i reati associativi.

La ricostruzione del giudice
Nel decreto di dissequestro il giudice di Ragusa ha ricostruito la cronologia dei soccorsi avvenuti il 15 marzo 2018 al largo delle coste libiche, basandosi sulle testimonianze degli imputati e sulle loro memorie difensive, sul rapporto del Comando generale delle capitanerie di porto italiane e sulla nota del comandante della nave Alpino della marina militare italiana, attiva nell’ambito della missione Mare sicuro.

Dalla ricostruzione degli eventi fatta dal gip emergono tre elementi importanti: il giudice conferma che gli spagnoli non si sono coordinati con la guardia costiera libica compiendo un atto di disobbedienza, riconosce la legittimità di una zona di ricerca e soccorso (Sar) libica, ma sostiene anche che i soccorritori si sono trovati in “uno stato di necessità”, perché i soccorsi finiscono solo con lo sbarco in un posto sicuro e i migranti non potevano di fatto essere riportati in Libia. Il giudice ha riconosciuto che la Libia è “un luogo in cui avvengono gravi violazioni dei diritti umani (con persone trattenute in strutture di detenzione in condizioni di sovraffollamento, senza accesso a cure mediche e a un’adeguata alimentazione, e sottoposte a maltrattamenti e stupri e lavori forzati)”.

Il sequestro della nave non è convalidato, perché il gip sostiene che i soccorritori abbiano agito in uno “stato di necessità”. Questa condizione fa decadere il reato di favoreggiamento, come previsto dall’articolo 54 del codice penale italiano che stabilisce l’impunità per chi ha commesso un reato “costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave”. Marc Creus Reig e Ana Isabel Montes Mier rimangono indagati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e un’altro giudice dovrà esprimersi eventualmente sul rinvio a giudizio.

La cronologia dei soccorsi
Il gip di Ragusa nel suo decreto di dissequestro ha ricostruito i fatti: un drone della missione militare europea EunavforMed, attivo nel Mediterraneo nell’ambito dell’operazione Sophia, alle 4.21 del 15 marzo ha avvistato un gommone in difficoltà con diversi migranti a bordo a 40 miglia nautiche dalla coste libiche. La Centrale operativa della squadra navale italiana ha avvisato la nave Capri della marina militare italiana ormeggiata nel porto di Tripoli che a sua volta ha avvertito la guardia costiera libica.

Alle 4.35 dello stesso giorno la Centrale operativa della guardia costiera italiana ha chiamato la nave umanitaria Open Arms chiedendole d’intervenire. Alle 5.37, circa un’ora dopo, la marina militare italiana ha comunicato alla guardia costiera italiana che la motovedetta libica Gaminez stava per salpare dal porto di Al Khums per intervenire in soccorso del gommone avvistato. Alle 6.45 la guardia costiera libica comunicava alla centrale operativa di Roma di aver assunto il coordinamento dell’operazione, ma non dichiarava un tempo stimato di arrivo della motovedetta libica nella zona d’intervento.

Alle 6.49 e alle 7 la guardia costiera italiana comunicava alla Open Arms che la guardia costiera libica stava intervenendo e che non voleva interferenze dalle altre navi. Alle 9.13 la Open Arms comunicava a Roma che aveva avvistato un gommone con dei migranti a bordo che imbarcava acqua e che quindi sarebbe intervenuta. Roma chiedeva agli spagnoli d’informare i libici.

Un rapporto del comandante della nave Alpino della marina militare italiana non conferma la versione degli spagnoli

Alle 11 si concludeva il primo soccorso di 117 persone e la nave spagnola contattava la centrale operativa della guardia costiera italiana dicendo di voler intervenire in soccorso di altre due imbarcazioni in difficoltà. Alle 14 la Open Arms diceva alla guardia costiera italiana che due lance spagnole si erano messe in mare per raggiungere l’imbarcazione in difficoltà e 18 minuti dopo in una nuova chiamata comunicava che gli spagnoli avevano raggiunto il gommone e avevano cominciato a distribuire dei giubbotti di salvataggio. Nel frattempo sopraggiungeva una motovedetta libica a tutta velocità, la Ras Al Jaddar, si accostava all’imbarcazione di migranti e minacciava gli spagnoli.

Un rapporto del comandante della nave Alpino della marina militare italiana non conferma la versione degli spagnoli, e dice che i libici avevano chiesto via radio agli spagnoli di non avvicinarsi al gommone con i migranti. Nella relazione della guardia costiera italiana acquisita dal giudice invece è riportata una conversazione captata via radio dall’elicottero della nave Alpino che riferiva la minaccia dell’uso delle armi da parte dei libici verso gli spagnoli. Secondo il giudice, però i filmati non confermerebbero queste minacce.

Nella seconda parte del suo decreto, Giampiccolo ricostruisce cosa è accaduto dopo che la tensione con i libici è stata superata e i soccorsi della seconda imbarcazione di migranti sono terminati. Alle 18.35 la Open Arms con a bordo 218 migranti ha chiesto alla guardia costiera italiana un porto di sbarco sicuro. “Roma rispondeva che la ong, non avendo operato il soccorso sotto il suo coordinamento, avrebbe dovuto richiedere istruzioni allo stato di bandiera ossia alla Spagna che avrebbe dovuto valutare se chiedere un porto di sbarco alle autorità italiane”, è scritto nel decreto. Il giorno successivo, il 16 marzo, la Open Arms segnalava alle autorità italiane la presenza a bordo di gravi situazioni sanitarie.

Alle 13.50 Malta dava disponibilità allo sbarco dei casi medici più gravi. Dalle 14.01 la centrale operativa della guardia costiera italiana chiedeva agli spagnoli di fare richiesta di sbarco a Malta. Alle 15.41, infine, interveniva la Centrale operativa della guardia costiera spagnola che contatta la Open Arms e le suggerisce di sbarcare a Malta. A questa richiesta il comandante della Open Arms risponde dicendo di non aver mai sbarcato a Malta e che è sicuro che i maltesi gli negheranno l’approdo. Alle 16.45 Open Arms chiede ancora una volta a Roma di avere un porto di sbarco assegnato. La nave sbarca infine a Pozzallo, in provincia di Ragusa, la mattina del 17 marzo.

Le reazioni
Riccardo Gatti, portavoce della ong spagnola, ha espresso soddisfazione per la decisione del giudice e ha dichiarato che Proactiva Open Arms continuerà le attività di soccorso in mare con la nave Astral partita il 16 aprile dalla Spagna. “Per il momento la Open Arms dovrà fare un po’ di manutenzione e nel frattempo stiamo cercando un’altra nave più grande da prendere in affitto per i soccorsi”, afferma Gatti.

Rimane tuttavia la preoccupazione per Marc Creus Reig e Ana Isabel Montes Mier che sono sotto inchiesta sia a Catania sia a Ragusa per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. “È molto importante che il giudice abbia riconosciuto lo stato di necessità, che è quello che noi sosteniamo da sempre. La Libia non è un posto sicuro in cui portare i migranti”, afferma Gatti che però si dice preoccupato per il riconoscimento della zona di ricerca e soccorso coordinata dai libici da parte delle autorità italiane. “Dal provvedimento del giudice emerge il riconoscimento di una zona Sar affidata ai libici che secondo noi non rispetta le norme internazionali”, afferma Gatti.

Non esiste un porto libico che può essere considerato sicuro ai sensi delle normative internazionali

Dello stesso tono i commenti dell’avvocata della difesa Rosa Emanuela Lo Faro: “Il giudice si è reso conto che il comandante ha agito in uno stato di necessità, perché la Libia non ha un porto e posto di sbarco sicuro. Non c’è assolutamente fumus commissi delicti e cioè la probabilità effettiva del reato, proprio perché è accertato lo stato di necessità nel quale si è agito”. Questo è un punto molto importante, secondo l’avvocata, che rappresenta anche un precedente per future accuse di questo tipo. Secondo Lo Faro, inoltre, “il giudice ha riconosciuto che il fatto di non aver chiesto di sbarcare a Malta non rappresenta la violazione di una norma ma solo di un accordo amministrativo, che non ha precetto normativo”.

Per Gianfranco Schiavone dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) l’importanza di questa sentenza è nell’analisi giuridica condotta dal gip di Trapani: “L’ong ha operato in uno stato di necessità, che giustamente è stato ricondotto non tanto all’immediatezza dei soccorsi quanto alla situazione in Libia. Cioè il soccorso dei libici avrebbe comportato che le persone salvate sarebbero state portate in un paese in cui non è possibile garantire loro sicurezza e nessun diritto sicuro. Non esiste un porto libico che può essere considerato sicuro ai sensi delle normative internazionali”. Questo provvedimento, per Schiavone, dovrebbe orientare i successivi passi di tutta l’indagine. Per l’Asgi inoltre il ragionamento del giudice contiene una contraddizione perché: “Se in Libia non esiste un porto sicuro in cui sbarcare i migranti salvati, allora non sarebbe di fatto operativa una zona di ricerca e soccorso coordinata dai libici, anche se dovesse essere legittimata dalle autorità internazionali”.

Il deputato di Più Europa Riccardo Magi ha commentato: “Ancora non sappiamo perché le autorità italiane abbiano ceduto alla guardia costiera libica la gestione di operazioni di salvataggio in acque internazionali, dal momento che nessuna zona Sar libica è riconosciuta. Ancora nessuna risposta sulle minacce rivolte dai militari libici ai volontari di Open Arms per tentare di prendersi a bordo i naufraghi salvati dalla ong e ricondurli in Libia, né sulla sorte dei naufraghi recuperati lo stesso giorno da una motovedetta libica e riportati in Libia nel corso di un’altra operazione per cui la centrale operativa di Roma aveva in origine allertato la nave di Open Arms. E resta dunque il dubbio che il nostro paese possa essersi reso complice di respingimenti illegali, visto che nessun porto libico al momento può essere considerato un luogo sicuro”.

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