Durante il salvataggio di 49 migranti da parte delle nave Mare Jonio al largo delle coste libiche, 18 marzo 2019. (Mediterranea)

La nave Mare Jonio entra nel porto di Lampedusa

Durante il salvataggio di 49 migranti da parte delle nave Mare Jonio al largo delle coste libiche, 18 marzo 2019. (Mediterranea)
19 marzo 2019 20:21

“In questo momento si sta predisponendo lo sbarco delle 49 persone a bordo”, afferma Alessandro Metz, armatore della nave Mare Jonio, mentre fonti del Viminale affermano che la nave è stata messa sotto sequestro in seguito all’apertura di un’indagine contro ignoti da parte della procura di Agrigento. Alle 19.40 il ministro dell’interno Matteo Salvini su Twitter ha annunciato che la nave è stata messa sotto sequestro: “SEQUESTRATA la nave dei centri sociali. Ottimo. Ora in Italia c’è un governo che difende i confini e fa rispettare le leggi, soprattutto ai trafficanti di uomini. Chi sbaglia paga”.

L’organizzazione però non conferma di aver ricevuto la comunicazione del sequestro. “Per ora non ci è stato notificato niente, rispetto alle nostre posizioni e a quelle della nave, abbiamo fatto quello che dovevamo fare per la tutela delle persone”, afferma Metz. “Abbiamo appreso dalla stampa che è stata aperta un’indagine a nostro carico, ma sembra più che altro un diktat del Viminale”, conclude. “Per noi la cosa più importante è che le persone siano in salvo”. Anche il deputato di Liberi e uguali Erasmo Palazzotto, presente al momento dello sbarco nel porto commerciale di Lampedusa, ribadisce: “Allo stato attuale, a parte le veline del Viminale, a Mare Jonio non è stato notificato nessun atto che dispone il sequestro. La nave è attraccata e si stanno preparando le operazioni di sbarco. Questa intanto è una buona notizia”. I migranti arrivati a Lampedusa si sono messi a gridare “Liberté, liberté”.

La nave Mare Jonio aveva soccorso 49 persone a 40 miglia dalle coste libiche il 18 marzo, poi aveva fatto rotta su Lampedusa a causa di condizioni meteomarine avverse. La nave ha ricevuto il divieto di avvicinarsi alle coste italiane da parte della guardia di finanza, ma il capitano Pietro Marrone ha forzato l’ingresso nelle acque italiane. Alla radio ha risposto: “Abbiamo persone da mettere in sicurezza, non fermiamo i motori”. La nave è stata ancorata per molte ore in fonda a pochi metri dalla Cala dei francesi, a Lampedusa. Poi intorno alle 19.30 è entrata nel porto commerciale dell’isola siciliana.

Nella notte tra il 18 e il 19 marzo il Viminale aveva diffuso una circolare diretta alle autorità portuali, ai carabinieri, alla polizia, alla guardia di finanza e alla marina militare che invita a impedire l’ingresso nelle acque e nei porti italiani alle navi private che abbiano operato attività di ricerca e salvataggio nelle acque internazionali. Secondo la circolare, i salvataggi che avvengono in acque internazionali e che non sono coordinati dall’Italia non possono concludersi nel paese.

La circolare gioca sull’ambiguità del significato di zona di ricerca e soccorso libica: da una parte infatti le autorità internazionali hanno riconosciuto la capacità della Libia di compiere soccorsi nelle acque internazionali, d’altro canto però il paese non può essere considerato un porto sicuro in cui riportare le persone soccorse. Dopo la diffusione della circolare, a bordo della Mare Jonio sono saliti degli agenti della guardia di finanza. “Alle 8 di mattina a bordo sono saliti gli agenti che hanno raccolto informazioni sul salvataggio”, racconta Lucia Gennari, un’avvocata dell’Asgi imbarcata a bordo della nave. In serata la procura di Agrigento ha aperto un fascicolo sul caso.

Linea dura
Il 19 marzo il ministro dell’interno Salvini ha accusato i soccorritori di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Secondo Salvini, la nave “ha raccolto questi immigrati in acque libiche, in cui stava intervenendo una motovedetta libica. Non hanno ubbidito a nessuna indicazione, hanno autonomamente deciso di dirigersi verso l’Italia per motivi evidentemente ed esclusivamente politici. Non hanno osservato le indicazioni delle autorità e se ne sono fregati dell’alt della guardia di finanza”.

Il ministro su Twitter ha poi attaccato uno dei soccorritori della nave, Luca Casarini, ex leader dei movimenti del nordest attivi durante il G8 di Genova nel 2001. Per Lucia Gennari la circolare Salvini “è solo un’indicazione politica del ministero dell’interno, per applicarla le autorità portuali dovrebbero pubblicare un decreto di attuazione che sarebbe impugnabile perché viola diverse norme internazionali”. Alessandro Metz, l’armatore della Mare Jonio, ha risposto alle accuse dicendo: “La direttiva è subordinata alle leggi e alle convenzioni internazionali, quindi o il governo decide di ritirare la propria firma da quelle convenzioni, trovandosi in una condizione di isolamento e rinnegando quella cultura giuridica che l’Italia rappresenta, essendo un popolo di naviganti”.

Molti esperti hanno commentato la circolare diffusa dal ministero dell’interno sulla chiusura dei porti alle navi private che soccorrono persone in mare. Mario Morcone, ex capo di gabinetto del Viminale e direttore del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), si è detto estremamente preoccupato dalla direttiva Salvini: “È una circolare che esercita un astratto e un po’ ipocrita formalismo nell’analisi delle norme. Accetta il presupposto che i porti libici possano essere considerati sicuri e che l’attracco presso i porti tunisini e maltesi sia possibile. È una direttiva che non prende in alcuna considerazione il drammatico contesto reale”.

Anche Luigi Manconi e Valentina Calderone, presidente e direttrice di A buon diritto, hanno commentato: “Non esiste alcun provvedimento del consiglio dei ministri che abbia approvato una simile misura, illegale sotto il profilo normativo e costituzionale. Dunque i porti italiani erano e restano aperti, tanto più se a chiedere l’approdo è una nave italiana, battente bandiera italiana con equipaggio interamente italiano. E con 49 profughi soccorsi in mare in una zona più vicina alle coste italiane che ad altre coste (quelle di Malta, per esempio). Ovviamente, consegnare quelle persone alla guardia costiera libica e, di conseguenza, ai centri di detenzione di quel paese, avrebbe costituito una grave violazione del diritto internazionale”.

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Per il giurista Fulvio Vassallo Paleologo della clinica dei diritti di Palermo, esperto di diritto del mare, “la direttiva tradisce puntualmente tutte le convenzioni internazionali, citate solo per le parti che si ritengono utili alla linea di chiusura dei porti adottata dal governo italiano, ma che non menziona neppure il divieto di respingimento affermato dall’articolo 33 della Convenzione di Ginevra, norma destinata a salvaguardare il diritto alla vita e alla integrità fisica delle persone. Questa omissione si traduce in una ennesima violazione del diritto interno e internazionale. Gravi le conseguenze per quelle autorità militari che dovessero dare corso a un provvedimento ministeriale manifestamente in contrasto con le Convenzioni internazionali e con il diritto dei rifugiati. Secondo l’Unhcr il diritto dei rifugiati va richiamato con funzione prevalente rispetto alle norme di diritto internazionale del mare e alle norme contro l’immigrazione irregolare”.

Infine per Vincent Cochetel, inviato speciale dell’Unhcr per il Mediterraneo centrale, “la legge del mare è molto chiara, la Libia non è un place of safety, un posto che può essere considerato sicuro. L’Italia e gli altri paesi del Mediterraneo sono sicuri”. Intanto al largo di Sabratha, in Libia, c’è stato un nuovo naufragio: a darne notizia è l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Secondo Flavio Di Giacomo, portavoce dell’Oim in Italia, ci sono stati solo quindici sopravvissuti, ma i morti potrebbero essere decine. Secondo Di Giacomo dall’inizio del 2019 “oltre 1.280 persone sono partite dalle coste del Nordafrica verso l’Europa” e i morti sono stati almeno 154. “Un aumento esponenziale dei morti rispetto ai migranti sbarcati”, afferma Di Giacomo.

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