La biblioteca nazionale a Roma, giugno 2013. (Lapresse)

Quando i volontari sono dei lavoratori non pagati

La biblioteca nazionale a Roma, giugno 2013. (Lapresse)
26 maggio 2017 15:57

Lavorare ma non essere dei lavoratori, essere licenziati ma senza che ci sia un contratto, ottenere delle ferie che non sono ferie, svolgere dei turni ma non essere regolamentati: la vicenda dei cosiddetti scontrinisti, ossia i volontari della biblioteca nazionale, a Roma, pagati dai 400 euro ai 600 euro al mese come rimborso spese a fronte della presentazione degli scontrini conservati (con turni di quattro se non più ore al giorno, per cinque o sei giorni a settimana), è emblematica di come funziona il mondo del lavoro in Italia.

Grazie a una norma del 2007 (poi confermata anche dalla legge Ronchey e dal codice dei beni culturali) e attraverso una convenzione con il ministero dei beni culturali con l’allora titolare Giovanna Melandri, quasi un centinaio di scontrinisti dell’associazione Avaca si sono avvicendati nell’arco di più di una decina d’anni per svolgere quotidianamente una serie di servizi indispensabili.

Lo hanno fatto spessissimo per più di quattro ore al giorno e spessissimo da soli anche per mesi interi: dalla vigilanza agli accessi principali all’accoglienza e assistenza agli utenti, dalle operazioni di magazzino al rifornimento libri, dai servizi di consultazione e di prestito fino alla segreteria di direzione. Ovviamente senza tutele contrattuali né ferie né malattia né maternità (sì, qualcuna di loro è diventata anche mamma nel frattempo).

Ordini dall’alto
Negli ultimi mesi i volontari di Avaca per la biblioteca erano ventidue ragazzi – o meglio, ormai ex ragazzi – che avrebbero dovuto essere solo di supporto agli incardinati della biblioteca e insieme ricevere una formazione, e invece hanno svolto semplicemente un lavoro sottopagato.

Ne parliamo al passato perché il 22 maggio ai ventidue è arrivato un sms dal responsabile di Avaca, Gaetano Rastelli, che gli comunicava la decisione della biblioteca di interrompere la collaborazione, il giorno dopo sarebbero potuti restare a casa, senza nessuna motivazione scritta.

L’ordine è stato impartito direttamente dalla segreteria generale del ministero. La decisione è stata probabilmente determinata dal timore che la denuncia – sostenuta da sia dai sindacati autonomi sia dalla Cgil tramite il Nidil, che cura il mondo dei freelance – di un piccolo gruppo dei ventidue portasse alla luce questa condizione surreale. Da parte del ministero è stata decisa un’ispezione alla biblioteca.

Il tema è tutto qui: cosa è lavoro dipendente e cosa volontariato?

Quanto incideva il loro contributo? Da qualche giorno, per fare un esempio, se si vuole prendere un libro in prestito il tempo d’attesa è passato da mezz’ora a un’ora. Dal 1 luglio il ministero dei beni culturali si dovrebbe servire di nuovi volontari del servizio civile (mille per tutto il ministero) che dovrebbero coprire in toto o in parte anche le mansioni svolte da quelli di Avaca in biblioteca nazionale fino a lunedì scorso. Con loro, mi dicono Rummo e De Pasquale, non si farà di nuovo l’errore strategico di rinnovargli automaticamente la collaborazione.

Il tema è tutto qui: cosa è lavoro dipendente e cosa volontariato? Una scontrinista mi dice: “Noi avevamo dei turni ben precisi, dovevamo chiedere ferie, eravamo a tutti gli effetti inseriti nell’organico, ma ovviamente niente di tutto questo era scritto. O meglio era scritto, ma a noi non veniva mostrato”. Molti altri mi confermano che le loro mansioni erano identiche a quelle di vari altri lavoratori contrattualizzati.

Lo stesso ministro Dario Franceschini ha sottolineato ancora che si tratta non di lavoratori ma volontari e quindi ha attribuito tutta la responsabilità a errori di gestione, e non a una precisa politica del ministero.

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In parte Gaetano Rastelli però lo smentisce. Avaca è la sua creatura, si dichiara solidale con i lavoratori, si sente imbrogliato dal fatto che i volontari per arrivare ai 400 euro al mese abbiano raccolto – come hanno detto – scontrini un po’ dappertutto (nei cestini, vicino alle casse). Ci tiene a ribadire che i ragazzi di Avaca sono volontari, non lavoratori. Ma mi esprime anche un’idea personale su tutta la vicenda che non collima con la difesa d’ufficio di Franceschini: “I volontari vengono strumentalizzati dai sindacati: non si può assumere nel pubblico, se non per concorso. Certo, se non ci fossero volontari tanti enti chiuderebbero: a Galleria Borghese ce ne sono venti, senza di loro chiuderebbe. A palazzo Barberini hanno messo un’associazione dei carabinieri. Per me la soluzione ci sarebbe: io avevo venti volontari al comune di Roma, nei musei, poi è subentrata Zetema e se li è assunti tutti. Bisognerebbe fare in modo simile, questa è la mia proposta. Altrimenti non vedo via d’uscita”.

Un modello creativo
Anche il direttore della biblioteca Antonio De Pasquale si dice mortificato, ma contesta che ci possano essere stati dei volontari lasciati soli a svolgere mansioni di responsabilità, che siano stati utilizzati per sostituzioni, anche se ovviamente non nega che si possano essere dei compiti svolti in autonomia. “Un conto è un’attività di ricerca o di catalogazione di materiale antico, un conto sono questi altri tipi di attività. Forse questi ragazzi sono stati illusi da qualcuno”.

Inoltre, secondo De Pasquale, “per troppi anni non ci sono stati concorsi e i concorsi alla fine degli settanta hanno inzeppato la funzione pubblica di persone che sono invecchiate tutte insieme e hanno bloccato il turnover”.

È evidente che in Italia, e nel settore culturale in modo clamoroso, è in corso una massiccia sostituzione del lavoro pagato con il lavoro sottopagato e gratuito. Come mostra un recente libro a cura di Francesca Coin, Salari rubati, è un processo creato ex lege, che passa attraversa il modello Expo o l’alternanza scuola-lavoro, che si serve della figura jolly del volontario per aggirare vincoli di bilancio e i blocchi delle assunzioni. Il più colpito è stato forse il settore dei beni culturali, uno dei più esposti alle politiche di austerità di questi anni, con il risultato che in molti casi gli enti pubblici hanno optato per mantenere quanto più possibile inalterati i propri servizi ricorrendo a forza lavoro volontaria.

Sembra che il lavoro gratuito o sottopagato sia chiamato a restare tale, guai a immaginare qualche tipo di tutela o di continuità: al posto degli scontrinisti si troverà qualche altra formula creativa.

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