Michael Jackson fuori dal tribunale di Santa Barbara, California, il 4 maggio 2005. (Lucas Jackson, Reuters/Contrasto)

L’arte meravigliosa e terribile di Michael Jackson

Michael Jackson fuori dal tribunale di Santa Barbara, California, il 4 maggio 2005. (Lucas Jackson, Reuters/Contrasto)
24 giugno 2019 14:15

Nel 2001 Michael Jackson era più famoso per le sue eccentricità che per la musica. Si sapeva che stava lavorando a un nuovo album con alcuni produttori della nuova generazione ma nessuno si aspettava granché dal re del pop in declino. Nelle foto rubate dai paparazzi appariva esangue, un malinconico vampiro senza faccia uscito da un film di Tim Burton. Eppure quando è stato pubblicato il singolo You rock my world è come se si fosse riaccesa una luce.

Michael Jackson era l’ombra di se stesso ma il suo spirito, la sua estetica, la sua magia pervadevano quella canzone, che sembrava uscire da una realtà parallela in cui Michael aveva ancora la sua faccia e il sorriso smagliante della copertina di Off the wall. Rodney Jerkins, il produttore che inventò l’R&B degli anni novanta con The boy is mine di Brandy & Monica, aveva regalato a Michael Jackson una specie di specchio magico che ci restituiva il miraggio di averlo ancora con noi.

You rock my world è puro manierismo, una vecchia foto ben restaurata: Jerkins è riuscito a confezionare un pezzo senza tempo, riassemblando tutti gli elementi delle produzioni di Quincy Jones, lo storico produttore di Jackson. Ci sono gli archi disco, un basso pulsante e un groove su cui la voce di Michael veleggia limpida e naturale come non si sentiva da tempo. You rock my world era l’idea platonica di Michael Jackson evocata da un produttore-filosofo, l’ultima ombra riflessa nella grotta di Platone prima delle tenebre. L’artista forse era finito ma questa canzone-feticcio ne conservava magicamente l’essenza, conteneva la “michaeljacksonità”, il suo genio tappato in una bottiglia.

Su Michael Jackson della critica teatrale e premio Pulitzer Margo Jefferson (66th & 2nd, traduzione di Sara Antonelli) analizza e smonta, con la delicatezza della fan e l’acume della critica, quest’idea platonica di Michael Jackson. Jefferson non prende scorciatoie e ce lo presenta subito come un monstrum. La parola latina monstrum vuol dire sì mostro ma anche qualcosa di mirabile, di sublime che ci ammalia e ci atterrisce, come una chimera o una sirena. Margo Jefferson, che nel suo memoir Negroland aveva raccontato ambizioni e segrete paure dell’alta borghesia afroamericana, ha tutti gli strumenti per contestualizzare l’ascesa sociale e culturale di una superstar bambina nera. Jefferson intreccia diverse voci e diverse metodologie: è storica, critica e antropologa. È pure fan della prima ora e, come ha dimostrato in Negroland, è capace di grande spietatezza anche e soprattutto quando si trova a parlare di qualcosa che l’ha riguardata in prima persona, come ascoltatrice e come teenager nera cresciuta con il mito della Motown.

Per la vecchia fan di Michael Jackson era il momento di venire a patti con il triste crepuscolo della sua carriera

Jefferson ha scritto questo libro nel 2006. Michael Jackson era ancora vivo, nel 2005 c’erano stati i famosi processi per pedofilia da cui era uscito non colpevole. Lui preparava l’ennesimo ritorno sulle scene che non ci sarebbe mai stato e se per la critica era arrivato il momento di analizzare il più grande performer pop afroamericano, per la vecchia fan era invece il momento di venire a patti con il triste crepuscolo della sua carriera.

Nella nuova prefazione di questa edizione italiana Jefferson ammette di non aver detto abbastanza della vera natura di Michael. Dice che, come tutti, non ha voluto vedere l’elefante nella stanza, non ha avuto il coraggio di affrontare fino in fondo il tema della sua pedofilia. Quando Jackson è morto, Jefferson confessa di essersi sentita quasi sollevata: “La morte restituisce a un artista la sua reputazione”, scrive. E invece non è stato così. Come tutti è rimasta atterrita dal documentario prodotto da Hbo, Leaving Neverland. Come tutti è rimasta colpita nell’ascoltare le testimonianze di due trentenni che, quando avevano 7 o 8 anni, erano “fidanzati” con il re del pop e, come ripetono loro con distacco quasi clinico, “ci facevano sesso”. In un caso con tanto di anello acquistato insieme in una gioielleria.

Jefferson sottovaluta solo una cosa nella sua introduzione: nel suo libro in realtà aveva già scritto tutto, bastava unire i puntini. L’autrice incrocia le contraddizioni che hanno reso Jackson così grande e così terribile. Parla del suo talento precoce, della sua infanzia rubata da un padre-padrone, del rapporto irrisolto con la sua blackness complicato dall’ansia artistica del crossover e dalla voglia di somigliare il meno possibile a suo padre. Per Michael Jackson sembrare più bianco, suonare più bianco, significava uscire dai ghetti radiofonici in cui era ancora confinata la musica nera per raggiungere, come poi ha fatto, un pubblico globale.

“Era una nuova specie di mulatto”, scrive Jefferson, “creato dalla scienza, dalla medicina e dalla cosmesi”. Margo Jefferson parla della sua ossessione per Phineas Taylor Barnum, l’inventore del circo moderno e del fenomeno da baraccone da pubblicizzare a mezzo stampa, del suo amore per la storia di Peter Pan e per l’estetica dei racconti di Edgar Allan Poe. Non ci dice mai esplicitamente come questa eccezionale star, questo groviglio di talento e di rimozioni, abbia potuto trasformarsi in un mostro, ma ci lascia una grande quantità d’indizi.

Michael Jackson nel 1970. (Michael Ochs Archives/Getty Images)

L’aspetto più importante della mostruosità di tutta questa storia però non riguarda Michael Jackson ma tira in ballo noi, il suo pubblico e i suoi fan. “Cosa ci aspettiamo noi da una star bambina?”, chiede a un certo punto Margo Jefferson, toccando il cuore della questione. La star bambina e il fenomeno da baraccone, il mostro da circo, sono la stessa cosa, muovono corde simili nel pubblico. Le star bambine devono saper mettere in scena le fantasie degli adulti e, nota Jefferson, per farlo devono lavorare molte ore, come gli adulti. “Nulla affascina i grandi come vedere dei bambini che li imitano: i bambini trasformano i nostri bisogni e le nostre abitudini in intrattenimento”.

Ovviamente il pubblico adulto sessualizza e oggettifica il performer bambino. Michael Jackson sentiva di avere un forte legame con Shirley Temple, la piccola diva di tanti film per famiglie degli anni trenta e quaranta. “Entrambi sono entrati nello show business grazie al loro precocissimo sex appeal”, scrive Jefferson e le hit dei Jackson Five hanno trasformato Michael Jackson in un sex symbol prima dei dieci anni. Anzi, in un “sex toy”, un giocattolo sessuale. Margo Jefferson colpisce in pieno il bersaglio quando spiega che “quando si tratta di ruoli sessuali, le star bambine giocano sempre una doppia partita”: sono allo stesso tempo il maschio, il procacciatore di cibo, il perno finanziario della famiglia, ma anche la femmina, l’oggetto del desiderio che deve rimanere eternamente giovane e affascinante.

Quando ci chiediamo come Michael Jackson abbia trattato i bambini nella sua vita dobbiamo anche chiederci come il pubblico, l’industria e i mezzi di comunicazione trattino le star bambine. Soprattutto dobbiamo essere consapevoli del tipo di immaginario in cui c’immergiamo quando vediamo un vecchio film di Shirley Temple o ascoltiamo l’Exultate jubilate di Mozart cantato, con intonazione perfetta e abbellimenti impeccabili, da un soprano bambino.

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Su Michael Jackson di Margo Jefferson, con la ricchezza e la profondità delle sue intuizioni, è uno strumento prezioso per rispondere a una domanda che oggi va particolarmente di moda: cosa fare delle opere d’arte create da un mostro? O anche solo da un artista dai costumi discutibili? Vanno dimenticate? Messe al bando? Censurate? Bisogna far sparire i quadri vagamente pedofili di Balthus dai musei come fu suggerito qualche anno fa? Nient’affatto, ci dice Jefferson: le canzoni di Michael Jackson non devono sparire dalle radio e dalle piattaforme di streaming: vanno studiate, apprezzate e ascoltate più che mai perché la loro bellezza e la loro mostruosità sono legate troppo intimamente: senza l’una non ci sarebbe l’altra.

E poi una qualunque opera d’arte, bella o brutta che sia, consolatoria o mostruosa, non esiste mai in un vuoto: si attiva quando entra nella nostra sfera esperienziale e diventa parte di noi. Alla fine, dunque, sta al pubblico, ai critici e ai fan di Michael Jackson affrontare con consapevolezza la complessità e la terribile bellezza del suo lavoro.

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