07 ottobre 2016 16:52

Nelle ultime settimane si parla molto di costruzione dell’identità afroamericana nelle pagine culturali di tutto il mondo. Tra l’inaugurazione del Museo nazionale di storia e cultura afroamericane di Washington, il successo di romanzi come The underground railroad di Colson Whitehead e la fine del mandato presidenziale di Barack Obama, non si fa che leggere di come è stata faticosamente conquistata e costruita la fragile identità dei neri statunitensi.

Negroland, il memoir di Margo Jefferson, giornalista, scrittrice ed ex critica teatrale del New York Times, fin dal titolo, fa un lavoro opposto a quello di tanti libri e film sull’identità: smonta pezzo dopo pezzo le certezze di una giovane donna afroamericana cresciuta nel misterioso, ovattato mondo dell’alta borghesia nera.

Negroland, il paese dei negri (sic), in cui è nata Jefferson nel 1947, è la Chicago dell’alta borghesia afroamericana. Una bolla di privilegio e di abbondanza in un paese diviso da leggi segregazioniste e profonde ingiustizie sociali. L’autrice rivendica fin dalla prima pagina l’uso del termine negro. In un’intervista al Guardian ha detto: “Ero un po’ in ansia per il titolo che ho voluto dare al mio libro. Per questo insisto nello spiegare le risonanze storiche, culturali e quasi mitologiche della parola”. E nel libro Jefferson lo esplicita: “Trovo che negro sia ancora una parola piena di meraviglia, gloriosa e terribile. È una parola che si legge nei manifesti con le taglie per gli schiavi in fuga e nei proclami per i diritti civili”.

La freddezza e il nitore della lingua permettono a Margo Jefferson di sezionare la sua identità di giovane donna afroamericana privilegiata

“Mi è stato insegnato a non apparire troppo”. Con queste parole si apre questo libro potente, che è allo stesso tempo un esercizio di disvelamento e di pudore. La freddezza e il nitore della lingua permettono a Margo Jefferson di scavare a fondo, di sezionare come con un bisturi la sua identità di giovane donna afroamericana privilegiata. Ci sono pochissime parole di tenerezza o di autocompiacimento in questo lento e spietato lavoro di smontaggio. Come Mary McCarthy anche Jefferson “getta una fredda occhiata”, ma la getta senza alcuna pietà su se stessa e sulla sua famiglia.

Il padre di Jefferson era un affermato pediatra e la madre era una donna bella e spiritosa (“Con i capelli come Claudette Colbert”), impegnata in cene e spettacoli di beneficenza. Una delle prime cose che Margo ha imparato da piccola era che esistevano neri come loro e altri neri. Neri poveri, brutti e sfortunati, neri che incarnavano e amplificavano tutti gli stereotipi razzisti dei bianchi. Era dovere di Margo e di sua sorella Denise essere sempre impeccabili, nella pronuncia dell’inglese, nei vestiti e nei capelli.

Oltre il catalogo tricologico
I capelli sono un’ossessione per gli abitanti di Negroland, per i maschi quanto per le femmine. Quei capelli neri, crespi e ingovernabili che denunciavano subito la tua origine. Nel libro c’è una grande ricchezza lessicale per descrivere i vari tipi di capelli e i trattamenti lunghi, macchinosi e a volte dolorosi per domarli, lisciarli e metterli in piega. La stessa ricchezza di sfumature è applicata alla forma dei nasi, che possono essere più o meno schiacciati, e alle infinite nuance del nero della pelle. C’è un’urgenza catalogatoria e normativa nelle parole di Jefferson che fa capire quanto importante fosse dare un nome ai tratti somatici che ti distinguevano dai bianchi.

I bianchi sono osservati da lontano a Negroland e con un po’ di sospetto. C’è l’idea di fondo, mai esplicitata, che i bianchi vorrebbero togliere a famiglie come la loro ciò che hanno. C’è il lattaio bianco, per esempio, tanto cerimonioso nelle sue consegne mattutine, quanto frettoloso a non riconoscere la famiglia Jefferson quando si incontrano per caso in un grande magazzino. C’è anche uno zio di cui si favoleggia che abbia vissuto da bianco, con i bianchi, per tutta la vita per poi tornare a essere nero in vecchiaia.

La razza negli Stati Uniti è un meccanismo complicato, fatto anche di classe sociale, lingua, genere, valori e cultura

Il lavoro di Jefferson ci aiuta a vedere la razza per quello che è, una costruzione molto più complessa di un semplice insieme di tratti somatici. La razza negli Stati Uniti è un meccanismo complicato, fatto anche di classe sociale, lingua, genere, valori e cultura. È un continuum, uno spettro molto fluido, pieno di sfumature che vanno dal nero al bianco. Ci si può trovare intrappolati in un punto di questo spettro o si può imparare a muovercisi dentro. Non è un caso che Margo Jefferson sia anche l’autrice di un raffinatissimo saggio su Michael Jackson.

Jefferson è anche un’acuta osservatrice della cultura popolare afroamericana degli anni cinquanta e sessanta. Sono illuminanti le pagine in cui da bambina è davanti alla tv con i suoi genitori. Sammy Davis Jr., Dorothy Dandrige e soprattutto la splendida Lena Horne vengono sezionati con giudizio implacabile. Horne è considerata la perfezione del nuovo glamour afromaericano, mentre Dandridge, la sensuale Carmen Jones, è giudicata un po’ troppo sexy per incarnare i valori di sobrietà e di rigore degli abitanti di Negroland.

Negroland è costruito come un libro di memorie ma è molto di più. Quando la tensione cresce troppo e il racconto personale rischia di perdere quella fredda oggettività che è così vitale per l’autrice, quando cioè la sua voce rischia di rompersi, Jefferson si lancia in documentatissime digressioni storiche sulle origini dell’alta borghesia afroamericana. Si parla degli ufficiali neri che hanno combattuto durante la Rivoluzione americana, degli schiavi che si affrancavano da soli e di quelli che, arricchendosi, riuscivano ad affrancare le proprie famiglie e si parla anche degli schiavisti neri. È una storia affascinante e segreta, una storia che aiuta a mettere in prospettiva tante cose che sono successe e che continuano a succedere negli Stati Uniti.

Nel libro c’è una frase che racchiude tutta la forza e tutto il dolore che c’è nel lavoro che Margo Jefferson ha fatto su di sé e sulla propria storia. L’autrice riporta una lunga lettera della madre, una lettera divertente e leggera in cui si descrivono feste e si raccontano pettegolezzi. La lettera si chiude con queste parole tanto leggere quanto terribili. “Ero così felice che mi sono dimenticata di essere nera”.

Negroland di Margo Jefferson ha vinto il premio The Bridge 2016 che ogni anno seleziona titoli statunitensi da tradurre e pubblicare in Italia.