La poesia di frontiera di Serge Meurant

23 novembre 2018 15:45

Cercavo la storia giusta per tornare a scrivere e l’ho trovata pochi giorni fa bussando alla porta di Serge Meurant, un poeta di Ixelles, il municipio di Bruxelles dove vivo da quasi dieci anni. Avevo contattato Serge chiedendogli il permesso di tradurre un suo testo per la rubrica di poesia di Internazionale. “È una poesia a cui sono molto legato e le spiegherò perché se avremo l’occasione di incontrarci”, mi aveva risposto.

La poesia evoca un bambino che, fotografato suo malgrado, oppone resistenza incrociando le braccia e distogliendo lo sguardo dall’obiettivo. Dopo avermi offerto una tazza di caffè e fatto accomodare a un tavolo ovale di legno scuro, dove aveva preparato una piccola pila di libri da mostrarmi o regalarmi, Serge mi ha spinto sotto gli occhi un grande album fotografico, di quelli destinati a entrare nei musei degli usi e costumi.

Serge Meurant.

Lo ha aperto, rimanendo seduto dall’altro lato del tavolo, e ha cominciato a girare le pagine, commentando le immagini che conosceva a memoria. Abbiamo viaggiato nell’infanzia di sua madre, Elisabeth Ivanovsky, nata nel 1910 Kišinëv, in Bessarabia (oggi Chişinău, capitale della Repubblica Moldava), emigrata nel 1932 a Bruxelles per studiare belle arti e diventata una nota illustratrice di libri per l’infanzia.

Specie minacciata
Serge si è soffermato sul ritratto di uno dei fratelli della madre: “È lui quello della poesia”. Chiuso nel suo mutismo color seppia, il bambino ci sfida, braccia incrociate, sguardo girato verso un punto alla destra dell’obiettivo. Continuiamo a parlare della sua famiglia (il padre di Serge, René Meurant, era anche lui poeta, la sorella, Anne, è musicologa e il fratello, Georges, pittore), di poesia (gli ho portato una raccolta bilingue di Nella Nobili, che io stessa ho scoperto da poco) e di bouquineries, le librerie dell’usato. Nel nostro quartiere abbondano, ma gli stravolgimenti urbanistici in corso potrebbero presto renderle una specie minacciata.

Serge mi ha raccontato del suo impegno con il collettivo Morts de la rue, che rende omaggio alle persone senza dimora morte per le strade di Bruxelles. Di recente ha scritto una poesia che è stata letta al funerale “di quel giovane guineano morto schiacciato sotto un autobus, ne hai sentito parlare?”.

Avevo letto la notizia: nella notte tra il 18 e il 19 giugno Amalou Ourez, vent’anni, a cui le autorità belghe avevano dato un foglio di via, è morto mentre cercava di raggiungere il Regno Unito nascosto sotto un autobus turistico. Come la piccola Mawda, uccisa a maggio dalla polizia belga decisa a fermare il furgone su cui la bambina viaggiava insieme alla famiglia inseguendo il sogno dell’oltremanica.
A Mawda era dedicato l’ultimo articolo che avevo scritto. Ho ringraziato con il pensiero Serge: insieme a lui ho ritrovato il filo dei miei racconti dal Belgio, terra di poesia, bouquineries e, sempre più, terra ostile di frontiera.

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