Lana Del Rey. (Pamela Cochrane)

Lana Del Rey canta la decadenza con stile

Lana Del Rey. (Pamela Cochrane)
31 agosto 2019 15:04

Lana Del Rey, Mariners apartment complex
Lana Del Rey è un’autrice pop sottovalutata. In questi anni le sue pose da diva nichilista hanno distratto la critica e il pubblico, facendola passare a volte per una cantante da rivista patinata, oltre a solleticare un certo maschilismo. Le sue canzoni, a volte, sono finite in secondo piano, oscurate dalle interviste sopra le righe e dalle polemiche con colleghi e giornalisti.

Se però c’è un disco capace di schiarire le idee a qualcuno e a farci concentrare solo sulla musica, quello è proprio Norman fucking Rockwell!, il suo ultimo lavoro, che a partire dal titolo (Norman Rockwell è stato un pittore e illustratore fondamentale per la cultura pop statunitense del novecento) è un perfetto manifesto per l’America nichilista al tempo di Trump. Prendete Venice bitch, il terzo brano dell’album: è una suite psichedelica di nove minuti, con chitarre che sembrano uscite dagli anni d’oro di Laurel Canyon, culla della controcultura losangelina tra gli anni sessanta e settanta. Molti musicisti “alternativi” pagherebbero oro per avere tra le mani un pezzo del genere. Stesso discorso vale per la coinvolgente Mariners apartment complex, che sembra un pezzo di Neil Young e nel ritornello cita I’m your man di Leonard Cohen, mentre prende di mira i giornalisti del Guardian.

Jack Antonoff, produttore e coautore dei brani del disco, in passato ha lavorato con gente come Taylor Swift, Lorde e St. Vincent, e qui è bravissimo a calarsi nel mondo di Lana Del Rey, lavorando per sottrazione e creando il giusto spazio per la voce della cantante. Ecco che vengono fuori perle di intimismo come Hope is a dangerous thing for a woman like me to have - but I have, un brano per pianoforte e voce che cita Sylvia Plath e Le ali della libertà.

Il suono dell’album ricorda in un certo senso Tranquillity base hotel&casino degli Arctic Monkeys, firmato dall’americano d’adozione Alex Turner. E non è un caso che anche nel disco di Lana Del Rey suoni Zach Dawes, il polistrumentista che aveva contribuito al lavoro della band britannica. E poi ci sono momenti sorprendenti tipo Doin’ time, una cover dei Sublime con ritmiche trip hop.

La bravura di Del Rey non si esaurisce nelle scelte strettamente musicali. La sua ironia e l’umorismo nero sono efficaci come non mai. “Mi hai scopata così bene che ho quasi detto ‘Ti amo’”, canta nel brano d’apertura del disco. Altrove lancia istantanee sul presente: “Los Angeles è in fiamme, fa caldo, Kanye West è biondo e ormai è andato”, ironizza in The greatest, citando gli incendi in California e l’endorsement del rapper nero a Donald Trump.

Norman fucking Rockwell! è un ottimo disco sulla decadenza americana, raccontato da una prospettiva individualista, disimpegnata e fatalista. Ma questo non significa che sia meno a fuoco di altri album più impegnati, anzi.


Pusha T, Coming home (feat. Lauryn Hill)
Pusha T, Lauryn Hill e Kanye West. Un trio mica male. Il nuovo singolo del rapper newyorchese, così come lo splendido album Daytona (uno dei migliori del 2018), è coprodotto dal geniale Mr. West (che sta per tornare con un nuovo disco, pare), ed è arricchito dal contributo melodico di Ms. Lauryn Hill, che da un po’ di tempo (troppo) non pubblica un album nuovo. È bello risentirla nel contesto giusto, in mezzo a quei sintetizzatori, dispensare la solita classe.


Mahmood, Barrio
Se mi chiedessero qual è stata la canzone italiana dell’estate non avrei dubbi: Calipso di Charlie Charles e Dardust. Merito di una melodia azzeccata e del contributo di Mahmood e di nomi di punta della scena rap italiana come Fabri Fibra e Sfera Ebbasta. Paolo Alberto Monachetti, questo il suo vero nome, ha solo 25 anni ma ha già marchiato a fuoco la scena hip hop e pop del nostro paese grazie alle sue produzioni intelligenti.

Dopo aver tirato fuori il meglio di Ghali (in una serie di singoli e in Album) e di Sfera Ebbasta, dopo aver firmato insieme a Dardust Soldi, la canzone che ha vinto Sanremo, Charlie Charles è tornato a lavorare con Mahmood in questo nuovo pezzo un po’ spagnoleggiante, intitolato Barrio. È meno efficace del singolo sanremese, ma suona sempre molto bene.


Elbow, Empires
A proposito di sottovalutati. Gli Elbow sono una delle più interessanti band britanniche degli ultimi anni. Fanno dischi sempre pregevoli, sanno scrivere canzoni pop raffinate e complesse e piacciono a Peter Gabriel, il che è sempre un buon segno. Il loro nuovo disco, intitolato Dexter & sinister, uscirà a ottobre, a solo due anni di distanza dal precedente Little frictions.

Empires, come altri brani dell’album, è stato registrato ad Amburgo quasi in presa diretta. E anche questo pezzo parla di un impero in decadenza, forse quello britannico.


A$AP Rocky, Babushka boi
Subito dopo essere uscito di galera in Svezia con l’accusa di aggressione (la storia è complicata), il rapper A$AP Rocky ha pubblicato un nuovo singolo con tanto di video alla Dick Tracy. Nel filmato A$AP fa parte di una banda di rapinatori che devono vedersela con la polizia. E nel testo confessa pure di essere diventato vegano. Proprio un bravo ragazzo.


P.S. Playlist aggiornata. In omaggio a Charlie Charles e alla fine dell’estate ho inserito anche Calipso. Buon ascolto!

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