06 marzo 2020 17:10

In tutti i paesi del mondo e nella maggior parte dei settori lavorativi, le donne sono ancora pagate meno degli uomini. Questo divario retributivo continua a rappresentare una delle ingiustizie sociali più diffuse a livello globale.

Secondo uno studio dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) condotto su circa 70 nazioni – che copre quindi l’80 per cento della popolazione mondiale di lavoratori e lavoratrici dipendenti – le donne in media guadagnano il 20 per cento in meno degli uomini. Questo dato, da solo, non fornisce però una fotografia esauriente della questione, che nasconde fattori meno evidenti e quindi più difficili da calcolare.

Proviamo a capire meglio cos’è il divario retributivo di genere, o gender pay gap, e quali sono gli effetti di questa disuguaglianza economica tra uomini e donne sulla società.

Cos’è il gender pay gap

Il gender pay gap, nella sua definizione più semplice, è la differenza tra il salario medio di tutti gli uomini e quello di tutte le donne che svolgono un lavoro retribuito. Di solito si riferisce solo ai lavoratori e alle lavoratrici dipendenti e si distingue dal concetto equal pay for equal work, che sostiene la parità retributiva tra i due sessi per mansioni lavorative uguali o equiparabili.

Nonostante questa apparente semplicità, calcolare il gender pay gap è molto complesso perché spesso i paesi usano indicatori diversi (per esempio, alcuni stati misurano gli stipendi su base oraria, altri su base settimanale o mensile). Inoltre parte del suo ammontare non può essere quantificato con i tradizionali criteri usati nel mercato del lavoro per determinare la retribuzione salariale.

Quando per misurare il divario si considera solo il salario medio dei lavoratori e delle lavoratrici dipendenti, il gender pay gap viene definito unadjusted. Se invece si tengono in conto altri fattori che contribuiscono al divario – come per esempio l’accesso all’istruzione, il tipo di occupazione svolta, il numero di ore lavorative – viene detto adjusted.

Secondo una ricerca del 2018, il divario retributivo di genere (unadjusted) medio nei paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) è pari al 13,4 per cento. Come anticipato, anche se è chiara l’esigenza di calcolare le differenze di opportunità e condizioni tra i generi, questi fattori si inseriscono con difficoltà nella misurazione statistica.

Il divario retributivo di genere nell’Unione europea

Nell’Unione europea il gender pay gap è calcolato sulla base della differenza del salario lordo orario tra gli uomini lavoratori e le donne lavoratrici. Non vengono presi in considerazione tutti gli altri fattori che contribuiscono al divario, quindi anche in questo caso si parla dell’unadjusted.

In Europa le donne guadagnano 85 centesimi per ogni euro percepito dagli uomini. Per ogni ora di lavoro vengono retribuite in media il 14,8 per cento in meno rispetto all’altro sesso. In altre parole, è come se in un anno le donne lavorassero per due mesi senza ricevere lo stipendio. La situazione nell’Unione sta migliorando, ma i progressi sono molto lenti: il gap è diminuito solo dell’1 per cento in sette anni.

Per sottolineare questa disuguaglianza è stata istituita l’equal pay day, una giornata mobile che segna il momento in cui, ogni anno, le donne cominciano simbolicamente a smettere di guadagnare se confrontate con i loro colleghi. Nel 2019 le lavoratrici dipendenti europee hanno simbolicamente smesso di guadagnare il 4 novembre.

In Italia non va bene come sembra

Nel nostro paese il divario è del 5 per cento, molto al di sotto della media europea. Ma c’è poco da celebrare. Il dato, infatti, non tiene conto di altri fattori determinanti che caratterizzano il nostro mercato del lavoro, come per esempio il tasso di occupazione femminile, le diverse qualifiche professionali e le specificità del settore pubblico e privato.

Le donne italiane, secondo un rapporto del Censis, rappresentano il 42,1 per cento degli occupati complessivi del paese e il tasso di attività femminile è del 56,2 per cento (gli uomini che lavorano sono il 75,1 per cento). In Europa la Svezia è lo stato con il più alto tasso di occupazione delle donne che raggiunge l’81,2 per cento: l’Italia è all’ultimo posto della classifica.

Inoltre nel settore statale, dove il principio equal pay for equal work è per forza di cose più rispettato, c’è una rilevante presenza femminile. Scorporando i due settori, il gender pay gap nel pubblico scende al 4,4 per cento mentre quello del privato sale sensibilmente.

Nel 2017 le lavoratrici dipendenti del settore privato hanno percepito in media un euro in meno per ogni ora di lavoro rispetto ai loro colleghi maschi (l’8,7 per cento in meno). I dati mostrano un divario retributivo maggiore al nord e più contratto al sud e nelle isole, una differenza che sembra andare di pari passo con i tassi di occupazione femminile (più bassi al sud e nelle isole).

Come abbiamo visto, in Italia le donne che lavorano sono una minoranza, soprattutto se confrontate con gli altri paesi dell’Unione europea. E quelle in attività svolgono in media lavori abbastanza qualificati. Questa combinazione di fattori incide sul dato medio finale (che si basa, appunto, sullo stipendio medio di tutte le lavoratrici italiane) e dimostra che considerare solo il valore unadjusted può essere fuorviante.

Luoghi comuni da sfatare

Proprio a causa di questa complessità di calcolo, quando si parla di gender pay gap si fa spesso confusione e sul tema circolano diversi stereotipi che in qualche modo provano a “giustificarlo”.

“Le donne guadagnano meno perché svolgono lavori meno qualificati e quindi meno retribuiti”
Le donne sono pagate meno per fare lo stesso lavoro svolto dagli uomini, a tutti i livelli professionali. La differenza salariale si verifica in tutti i settori e tipi di occupazione. In generale, più la qualifica professionale è alta, più il divario si allarga. Le manager in Italia guadagnano in media il 23 per cento in meno dei loro colleghi.

“Spesso le donne lavorano part-time, è per questo che guadagnano meno”
Il divario salariale tra uomini e donne si calcola su base oraria lorda. Lavorare meno ore a settimana significa portare meno soldi a casa a fine mese, non guadagnare meno soldi ogni ora. Inoltre il lavoro a tempo parziale per le donne non è sempre una scelta ma deriva dalla necessità di prendersi cura dei familiari, dalla mancanza di servizi o è imposto dalle stesse aziende. In Italia il 19,5 per cento delle donne occupate lavora con un part-time non volontario (gli uomini sono il 6,5 per cento).

“Gli uomini studiano di più, per questo fanno lavori più retribuiti”
Oggi il 60 per cento delle persone laureate in Europa sono donne. In Italia le laureate sono il 53 per cento mentre i laureati sono il 47 per cento. Ma studiare non basta per raggiungere il livello contributivo degli uomini, al contrario più le donne sono istruite e più è grande il divario. A influenzare il gap c’è anche il tipo di discipline scelte dai due sessi: in quelle scientifiche la percentuale di laureati maschi arriva al 70 per cento, mentre le donne tendono a preferire le discipline umanistiche, che sono meno remunerative e hanno più basse prospettive di carriera.

Altri fattori che alimentano il divario

Oltre alla differenza salariale, che come visto finora è evidente (seppur in misura diversa) sia nella misurazione unadjusted sia in quella adjusted, ci sono altri elementi che allontanano ulteriormente le lavoratrici dai lavoratori. Innanzitutto, di solito, le donne fanno più ore di lavoro non retribuito rispetto agli uomini e prendono più periodi di assenza dal lavoro per prendersi cura degli altri. Questi aspetti incidono sulla possibilità di fare carriera e sollevano diverse questioni sulla distribuzione del carico di lavoro (retribuito e non) tra i sessi.

L’Unione europea sta provando a risolvere il problema attuando diverse strategie, ultimamente ha adottato la direttiva “work-life balance”, con l’obiettivo di incoraggiare un’equa ripartizione del congedo parentale tra uomini e donne e quindi incrementare la partecipazione femminile nel mercato del lavoro.

Un altro fattore che alimenta il gap è la scarsa presenza femminile nei ruoli dirigenziali. Le donne manager in Italia sono solo il 27 per cento dei dirigenti totali, un valore più basso di quello medio europeo (33,9 per cento). Solo il 6,9 per cento degli amministratori delegati delle più importanti società del mondo sono donne.

In più, in determinati settori le donne sono sovrarappresentate mentre gli uomini sono sottorapresentati. In alcuni paesi le occupazioni tipicamente femminili, come per esempio l’insegnamento, offrono stipendi più bassi rispetto ai settori con una forza lavoro maschile predominante, anche se è richiesto lo stesso livello di esperienza e di istruzione.

Quindi, quanto guadagnano le donne in meno degli uomini?

Dall’analisi di questi dati è chiaro che la questione del divario retributivo di genere è più articolata di quanto sembra. Ricapitolando, le donne impiegate nel mercato del lavoro:

  • sono meno degli uomini;
  • guadagnano meno dell’altro sesso;
  • più studiano e fanno carriera, più sono colpite dal divario retributivo di genere;
  • lavorano circa sei ore in più a settimana (tra lavoro retribuito e non retribuito);
  • sono costrette a prendersi più periodi di assenza dal lavoro per prendersi cura degli altri;
  • sono ancora escluse dai ruoli dirigenziali;
  • ottengono con più difficoltà promozioni lavorative.

Secondo una stima dell’Unione europea, la combinazione di questi fattori comporta per le donne un guadagno annuale del 39,6 per cento inferiore rispetto a quello degli uomini. Questo gap produce effetti negativi che ricadono sull’intera popolazione, non solo sul genere femminile: riduce la produzione economica e spesso comporta una maggiore probabilità per le donne di dipendere dai pagamenti previdenziali, specialmente in vecchiaia.

Le donne subiscono una differenza anche nei redditi da pensione. Nel 2017, in Italia, le donne che percepivano una pensione sono state più di cinque milioni, con un importo medio annuo di circa 17mila euro. Per i quasi sei milioni di pensionati uomini l’importo medio era di quasi 24mila euro. In Europa il divario tra le pensioni di uomini e donne è pari al 35,7 percento. Nell’analizzare questi dati bisogna tenere in considerazione che buona parte della popolazione che oggi è in pensione ha lavorato in un periodo in cui il tasso di occupazione femminile era inferiore a quello attuale.

La parità di genere incide profondamente sullo sviluppo delle società. La partecipazione delle donne nel mercato del lavoro deve essere incentivata e sostenuta, per eliminare una radicata disuguaglianza ma anche per favorire la crescita economica delle nazioni. Secondo il World economic forum, se il divario di opportunità e partecipazione economica tra uomini e donne continuerà a ridursi con i ritmi attuali, per eliminarlo ci vorranno 257 anni.

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