Mollare i libri a metà senza chiedere il permesso

04 ottobre 2017 16:22

Gentile bibliopatologo,
Daniel Pennac elencò tra i “diritti imprescrittibili del lettore” anche quello di non finire un libro. Il problema, se così lo vogliamo chiamare, è che lascio ogni libro a metà, o comunque non concluso. Può capitare anche che io riprenda libri abbandonati da settimane, e che termini la lettura in due o più lassi di tempo separati. Spero potrà far luce sul sugo (alla Manzoni) della questione.
–Laura

Cara Laura,
qualche giorno fa, su Facebook, France Culture ha rivolto ai lettori queste due semplici domande, invitandoli a lasciare la loro testimonianza nello spazio dei commenti: “Qual è il libro che non siete mai riusciti a finire? Perché?”. Nel momento in cui ti scrivo, i commenti sono già più di tremila.

Alcune risposte sono memorabili. “Tolstoj, Dostoevskij, i russi in generale”, scrive un lettore smarrito, “perché non capisco mai chi è chi. Tutti i personaggi hanno almeno due nomi, un patronimico, un cognome, uno o più soprannomi, un diminutivo, uno o più titoli, un grado, e sono designati con uno qualunque di questi elementi”. Hai tutta la mia comprensione, batjuska! Per non parlare poi dei problemi di traslitterazione: la rivoluzione russa, diceva Woody Allen, scoppiò quando i servi si accorsero che lo czar e lo tzar erano la stessa persona.

Un altro lettore lamenta un problema simile con Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez: il libro gli stava piacendo, altroché, ma poi ha commesso l’imprudenza di sospendere la lettura per un po’ e al ritorno non si raccapezzava più: “Accidenti ai Buendía, con i loro nomi mescolati!”. José Arcadio Buendía, Arcadio Buendía senza José, José Arcadio Segundo Buendía e una nidiata di Aureliani da portare al suicidio un impiegato dell’anagrafe. Ora questo lettore vorrebbe ricominciare daccapo, ma deve prima dimenticarsi un po’ la storia. Un bel guaio.

Ella Berthoud e Susan Elderkin, in Curarsi con i libri, trattano casi come il tuo alla voce Disturbi della lettura: lasciare un libro a metà (tendenza a), e propongono un rimedio per gli abbandonatori seriali: mai avvicinarsi a un libro se non si hanno davanti almeno tre quarti d’ora per immergersi nella lettura; nei casi più gravi, prendersi un giorno di ferie o addirittura incatenarsi alla sedia. Vedi tu se il consiglio può esserti utile. Io ne diffido un po’, per il suo eroismo-masochismo alfieriano.

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Perché le vie dell’abbandono sono infinite, ma a naso, leggendo i commenti al sondaggio di France Culture, sembra esserci una correlazione piuttosto stretta tra la spinta a lasciare un libro e l’intensità della pressione scolastico-pedagogica che lo circonda. Gli abbandoni più frequenti riguardano quei classici che si leggono controvoglia per mettere a tacere il senso di inadeguatezza. La Recherche di Marcel Proust è in testa, seguita a stretto giro da Ulisse di James Joyce, L’uomo senza qualità di Robert Musil, Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline, La montagna incantata di Thomas Mann. Molti dichiarano di aver mollato, per fastidio o per noia, anche Madame Bovary, Cime tempestose o Il piccolo principe.

Quando Lisa Simpson, la secchiona di casa, comincia a leggere a Bart Il corvo di Edgar Allan Poe, il fratello si allarma: “Aspetta un momento, quello è un libro di scuola!”. E lei: “Non preoccuparti, non imparerai niente”. Esiste, nella meccanica della cultura, qualcosa di simile al terzo principio della dinamica: azione e reazione. Qui da noi ne ha fatto le spese più di ogni altro il povero Manzoni, che tu citi in coda alla tua lettera. Ma il nodo lettura-pedagogia è ancora così stretto che, per sentirci autorizzati a lasciare un libro, a chi chiediamo il permesso? A un insegnante di liceo, il professor Daniel Pennac. Maestro, posso andare al bagno?

Il bibliopatologo risponde è una rubrica di posta sulle perversioni culturali. Se volete sottoporre i vostri casi, scrivete a g.vitiello@internazionale.it.

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