Il libro che dovremo lasciare a metà

23 luglio 2019 14:58

Gentile bibliopatologo,
sapere che al momento della mia morte ci sarà quasi sicuramente almeno un libro di cui non conoscerò mai il finale mi getta a volte nello sconforto più totale. Consigli?
– Arianna

Cara Arianna,
i romanzi sono dei laboratori che ci consentono di fare esperimenti con la nostra mortalità in condizioni di relativa sicurezza. Sappiamo bene che il filo della nostra vita sarà reciso nel momento sbagliato: troppo presto per i nostri gusti, solitamente, e in un modo che non avremmo mai immaginato. Sappiamo anche che quel momento ci coglierà nel mezzo di qualcosa che avremmo voluto portare a compimento, foss’anche una lunga dormita o una lunga degenza. Quante storie resteranno in sospeso, quanti personaggi non vedremo entrare in scena, quanti finali non conosceremo mai! Il finale della nostra vita ipotetica, se fosse durata più a lungo; il finale delle vite dei nostri cari che ci sopravvivranno; il finale della legislatura in corso, del conflitto mediorientale (arriverà mai?), delle crisi ambientali, di ogni altra cosa. Ci perderemo tutte le puntate successive del mondo, e non possiamo farci niente. Salvo creare dei mondi in miniatura ai quali possiamo assegnare sovranamente un inizio e una fine. I romanzi, appunto.

(Getty Images)

Tu hai paura di non riuscire a leggere il finale di un libro, ma pensa all’autore che lo ha scritto con l’apprensione di dover abbandonare l’opera a metà! Se la morte arriva prima che il poveretto sia riuscito a mettere la parola fine, ebbene, avrà trionfato due volte: sulla vita dello scrittore, ovviamente, e sul micromondo di carta che questi aveva cominciato faticosamente a far vivere. Il gesto di Carlo Michelstaedter, che a 23 anni mise fine simultanea all’opera e alla vita con un colpo di rivoltella, può sembrare un buon modo per beffare la morte, ma non me la sento di raccomandartelo, anche perché da stecchiti è difficile godersi i frutti della beffa.

Non solo da scrittori, anche da semplici lettori abbiamo le nostre angosce. La prospettiva di morire prima di aver finito il romanzo che abbiamo tra le mani ci fa sentire due volte insicuri, perché ci costringe a constatare che il laboratorio letterario in cui ci muovevamo con tanta padronanza non era sigillato ermeticamente, e che si può morire anche mentre si gioca al morto. È, insomma, un’angoscia di secondo grado. La si può lenire? A rigore, se tu leggessi in anticipo il finale di ogni libro che intendi cominciare, il rischio che paventi sarebbe eliminato.

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Che vigliaccheria, però! Non ti consiglierei mai una simile diserzione dalla vita. Arruolati, piuttosto, e fatti assegnare alla fortezza Bastiani insieme al sottotenente Drogo. Il deserto dei tartari di Dino Buzzati è infatti il libro che fa per te in questo momento, ed è uno dei più persuasivi esperimenti letterari sui legami tutt’altro che indolori tra il tempo della vita e il tempo del romanzo, e sulla morte che può coglierci anche nel mezzo di una frase, come capita al tenente Angustina:

Che cosa volevi dire, Angustina? Te ne sei andato senza terminare la frase; forse era una cosa stupida e qualunque, forse un’assurda speranza, forse anche niente.

Ma rispondere a questa lettera così angosciosa, cara Arianna, ha messo a dura prova il tuo bibliopatologo; che ora, per riprendersi, si è prescritto da solo una vacanza dall’attività terapeutica. Ci vediamo alla fine dell’estate.

Il bibliopatologo risponde è una rubrica di posta sulle perversioni culturali. Se volete sottoporre i vostri casi, scrivete a g.vitiello@internazionale.it.

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