Quasi nemici.

Quasi nemici e gli altri film del weekend

Quasi nemici.
12 ottobre 2018 16:44

Quasi nemici di Yvan Attal è una bella commedia con un brutto titolo e una meravigliosa coppia di attori (Daniel Auteuil e Camélia Jordan). Neïla, al primo anno di giurisprudenza, arriva in ritardo alla prima lezione con il temibile professor Mazard, e immancabilmente viene umiliata davanti a tutti. Un’altra studente riprende tutto con lo smartphone, il filmato finisce in rete e Mazard finirà davanti a una commissione disciplinare.


Per alleggerire la sua posizione sarà obbligato a preparare Neïla per una gara di eloquenza. Come andrà a finire? Auteuil e Jordan (cantante prima che magnifica attrice) funzionano alla grande, ma forse è il francese il principale protagonista del film, con le sue infinite risorse a disposizione di tutti.


In L’apparizione, di Xavier Giannoli, Vincent Lindon interpreta Jacques, giornalista francese che all’inizio del film ha appena assistito alla morte di un amico e collega, un fotografo, in una zona di guerra. Mentre sta superando la traumatica esperienza è convocato dal Vaticano, a Roma, che gli chiede di indagare sull’apparizione della Madonna sulle Alpi francesi. La testimone è una ragazzina, un’indagine canonica. Il Vaticano, gli spiega un prelato, preferisce guardare da un’altra parte se non è sicuro della buona fede delle persone coinvolte. Con queste premesse, un giornalista che ne ha viste di tutti i colori, “non praticante”, parte per una cittadina che rischia di trasformarsi in una Međugorje alpina. Presto si capisce che qualcosa non quadra.

Molto interessante tutta la parte che riguarda i conflitti e le dinamiche interne alla chiesa, estremamente affascinante la parentesi vaticana. Ineccepibile anche l’inevitabile presa di mira di chi approfitta della fede delle persone per vendere piatti e tazzine. Esiste però tutta una serie di piccoli misteri intorno ad Anna, la schiva ragazzina che dice di aver visto la Madonna (interpretata in modo molto convincente da Galatéa Bellugi, nata a Parigi da papà italiano e mamma danese), che coinvolge persone in carne e ossa e che inevitabilmente coinvolgerà Jacques. Il dubbio sul “fenomeno” ci accompagna fino alla fine di un film lungo e scostante. Personalmente qualche dubbio mi è rimasto anche dopo.


Quarta variazione sul tema È nata una stella, storia a cui Hollywood è molto affezionata. In A star is born ci sono Bradley Cooper (che firma anche la regia, al suo debutto) nei panni di Jackson, un famoso cantante country-rock, e Lady Gaga in quelli di Ally, una cantante sconosciuta che Jackson incontra casualmente e di cui intuisce il talento. Bradley Cooper non finisce mai di stupirci e anche stavolta, come cantante e come regista, è una rivelazione. Lady Gaga finalmente si concede al grande pubblico senza quintali di trucchi e parrucche.

Questo è un film ottimo per capire come mai ci ostiniamo a seguire il cinema hollywoodiano anche se riversa su di noi tanti brutti film: puoi anche conoscere la storia e pensare “ancora un remake”, ma quando ci sono un regista intelligente e grandi interpreti che possono aggiungere qualcosa di personale al film, ci caschi dentro con tutte le scarpe.


Il primo a morire per mano dell’alieno nel Predator del 1987 era un mercenario occhialuto che raccontava barzellette stupide. Lo interpretava Shane Black, ora regista di The predator, quarto sequel di quel film (sesto se si contano gli incroci con Alien) con Boyd Holbrook e Olivia Munn. A giudicare da quello che scrive Johnny Olekisinski sul New York Post, Black ha voluto trasportare quella sua esperienza da attore anche in questo film: “The predator soffre dello stesso destino di cui soffrì il personaggio interpretato da Black nel primo film: muore in fretta”. Le stroncature del New York Post, devo dire, a volte sono davvero gustose.


In uscita anche un terzo film francese, Il complicato mondo di Nathalie, di Stéphane e David Foenkinos, una commedia che racconta di una docente divorziata che comincia a manifestare una gelosia compulsiva nei confronti degli altri, dimostrazione che la crisi di mezza età non conosce genere. Ce ne ha parlato uno dei due registi, Stéphane, in un’Anatomia di una scena.

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