Una scena del film C’era una volta a Hollywood. (Dr)

C’era una volta a… Hollywood e gli altri film del weekend

Una scena del film C’era una volta a Hollywood. (Dr)
19 settembre 2019 18:05

Nell’estate del 1969 Rick Dalton, divo della tv la cui stella si sta lentamente spegnendo, cerca di ridare slancio alla sua carriera o quantomeno di frenarne il declino. Accanto a lui il fedelissimo stuntman e factotum (stunt double) Cliff Booth. Con C’era una volta a… Hollywood, Quentin Tarantino torna a Los Angeles, in una Hollywood che sta cambiando pelle (sempre e comunque bianca) e in cui Rick e Cliff faticano a trovare il loro posto. Sono due personaggi fantastici: outsider, star ed eroi universali, che il loro posto ce l’hanno eccome nel Valhalla tarantiniano, accanto a Butch, Vincent, Jules e tutte le iene. Leonardo DiCaprio è immenso, Bratt Pitt sornione e irresistibile.

Nella villa accanto a quella dove vive Rick, si sono da poco accasati Roman Polański e Sharon Tate. Mentre Polański, il regista più “cool” in circolazione, va e viene dall’Europa, Tate si gode la fresca celebrità andando in giro per boutique, party e sale cinematografiche dove proiettano il suo film: vuole sentire sulla sua pelle cosa significa essere un astro nascente. Margot Robbie è ancora una volta splendida. Ma nel cast ci sono molti fuoriclasse e fantastiche sorprese: Damian Lewis che fa Steve McQueen, il sempiterno Bruce Dern, un Al Pacino in versione chiaroveggente, Margaret Qualley (la figlia di Andie MacDowell), Lena Dunham e Dakota Fanning in versione hippy e tanti altri.


L’ambientazione del film, costruita per accumulazione (musiche, automobili, cartelloni pubblicitari, locandine, insegne e così via), è clamorosa. Fatico a capire le polemiche sul fatto che Margot Robbie abbia poche battute. Ma a parte il fatto che anche Rick e Cliff non sono due che parlano tanto (preferiscono bere), a mio parere c’entra anche una sorta di delicata reverenza da parte di Tarantino nei confronti di Sharon Tate, che in quel 1969 fu brutalmente uccisa, a 26 anni, dai seguaci di Charles Manson.


Non si può dire di più, lo spoiler incombe. Diciamo solo che, come ricorda Anthony Lane sul New Yorker, il “C’era una volta” del titolo è un sicuramente un omaggio a Sergio Leone che non viene mai nominato nel film, anche se la sua presenza in qualche modo aleggia, ma è anche la frase con cui cominciano tante favole. E C’era una volta a… Hollywood è una meravigliosa favola tarantiniana. Insomma, se ancora non si era capito, il film mi è piaciuto molto, da vedere e rivedere nonostante le due ore e quaranta di durata.


Un triangolo (isoscele) è al centro di Burning. L’amore brucia di Lee Chang-dong, presentato al festival di Cannes del 2018. Jangsoo vorrebbe scrivere ma è bloccato nella fattoria di famiglia, di cui deve prendersi cura dopo che il padre è finito in carcere. Ritrova Haemi, una ragazza bella e vitale di cui, da bambino, era compagno di scuola, e finisce per innamorarsene. Lei parte e gli lascia le chiavi del suo appartamento in città, così Jangsoo può dar da mangiare al suo gatto.

Di ritorno dall’Africa, Haemi si fa venire a prendere all’aeroporto da Jangsoo, che ci rimane male quando lei si presenta con Ben, ragazzo di città, conosciuto a Nairobi. Jangsoo cerca in tutti i modi di riallacciare quel rapporto fugace con Haemi, ma è convinto di non poter reggere il confronto con Ben, con la sua Porsche e il suo bell’appartamento in città. Poi Haemi scompare e Jangsoo sembra molto più ansioso di ritrovarla di quanto non lo sia Ben.

Gli elementi di mistero che Lee Chang-dong ha seminato lungo il film fanno pensare al peggio. Ma non definirei Burning un thriller. Preferisco la “radiografia sociale”, come scrive Francesco Boille nella sua recensione. Bellissima la scena in cui Haemi balla, al tramonto, sul tema di Miles Davis di Ascenseur pour l’échafaud, ma i brividi non sono arrivati.


Nei Migliori anni della nostra vita, di Claude Lelouch, Jean-Louis Trintignant e Anouk Aimée riprendono i ruoli di Un uomo, una donna, Palma d’oro a Cannes nel 1966, e ci danno l’occasione per riascoltare in sala il celebre tema di Francis Lai. Qualcuno ha parlato del testamento cinematografico del regista.

Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.
pubblicità

Articolo successivo

Alessandro Cattaneo racconta una scena di Res creata
Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.