03 febbraio 2020 17:28

La mostra The gaze of things: japanese photography in the context of Provoke riunisce il lavoro degli artisti del collettivo Vivo (1959-1971) e quello di alcuni tra gli autori e fondatori della rivista di fotografia Provoke, uscita per soli tre numeri tra il 1968 e il 1969.

Ciò che accomuna questi due movimenti è il modo di usare l’immagine per raccontare la propria epoca. Mettevano in discussione la fotografia tradizionale, accusandola di riprodurre illusioni e di non riuscire a sfuggire al sistema che avrebbe dovuto criticare. Le loro immagini volevano essere uno strumento di opposizione all’eredità dell’occupazione americana nel Giappone del dopoguerra.

Vivo (nome ispirato alla parola “Vita” in esperanto) era composto da sei fotografi, tra cui Ikkō Narahara, Shōmei Tōmatsu ed Eikoh Hosoe, che condividevano un ufficio e una camera oscura a Tokyo. Ognuno seguiva la propria visione e cercava di distribuire il suo lavoro in maniera indipendente. Le loro foto si caratterizzavano per una grana molto densa, con bianchi e neri molto contrastati e inquadrature spesso strette e irregolari, attraverso cui interpretare la realtà frammentata che li circondava.

La rivista Provoke, fondata da Yutaka Takanashi, Takuma Nakahira e Daidō Moriyama, era stata concepita in maniera innovativa dal punto di vista grafico: sequenze di immagini, combinazioni di foto e parole, inserimento di materiali volutamente scadenti (come stampe in bassa risoluzione) e formati inusuali.

La mostra al centro Bombas Gens di Valencia, in Spagna, sarà aperta fino al 20 febbraio 2020.