Già prima dell’invasione russa dell’Ucraina, in Asia crescevano i dubbi sulla tenuta dell’ordine guidato dagli Stati Uniti e che ha mantenuto la pace dalla fine della guerra in Vietnam.

Alcune perplessità riguardano l’atteggiamento prepotente e mercantilista della Cina nelle relazioni economiche e la sua condotta aggressiva nel mar Cinese meridionale, nel mar Cinese orientale, nello stretto di Taiwan e lungo la catena dell’Himalaya.

Altri dubbi sono sulla tenuta degli Stati Uniti come leader globale. Gli amici di Washington sono stati turbati dalla retorica del “prima l’America” di Donald Trump, dal suo disprezzo per gli alleati e dalla sua infatuazione per il despota nordcoreano Kim Jong-un, che ha a disposizione armi nucleari. Il presidente Joe Biden ha tracciato un percorso molto più rassicurante, ricordando ai paesi amici l’impegno statunitense in Asia. Ma quanto durerà?

La guerra in Ucraina ha impresso una fortissima accelerazione a queste incertezze. Nonostante le rassicurazioni dell’amministrazione Biden siano state apprezzate, in Asia non hanno tranquillizzato tutti. Allo stesso tempo, la Cina si fa sempre più pericolosa. Il presidente Xi Jinping ha dichiarato un’amicizia “senza limiti” con Putin e di recente ha ribadito la cooperazione con Kim. Agli occhi delle democrazie asiatiche questo somiglia a un nuovo asse tra potenze autoritarie. I rapporti un tempo cordiali del Giappone con la Russia si sono rotti. Nel frattempo, la Corea del Nord potrebbe aver ripreso i test dei missili nucleari a lunga gittata.

I paesi dell’Asia orientale s’interrogano sull’assicurazione data dagli Stati Uniti di proteggere, almeno da un punto di vista formale, Giappone e Corea del Sud, che non hanno testate atomiche (questa garanzia è chiamata “ombrello nucleare”). È il modo meno visibile in cui Washington tutela i suoi alleati asiatici: le sue basi per missili balistici intercontinentali sono lontane, in Wyoming e in Montana; i suoi sottomarini e aerei da combattimento a testata atomica sono nascosti.

Il Giappone è l’unico paese al mondo ad aver subìto attacchi nucleari nella storia. Quell’esperienza ha plasmato il suo pacifismo. I governi di Tokyo sono stati a lungo fedeli ai tre “non”: non possedere, non fabbricare e non ammettere sul territorio giapponese armi nucleari. In questo contesto, di rado si ammette l’esistenza dell’ombrello di protezione statunitense. I discorsi sulla strategia nucleare avvengono dietro un paravento.

Da sapere
Senza vincoli

◆ “Il tabù delle armi nucleari scricchiola”, scrive il Japan Times spiegando che in Giappone gli appelli per una discussione sul tema arrivano sia dalla maggioranza sia dall’opposizione. Il partito conservatore Ishin no kai, per esempio, ha proposto la revisione dei tre princìpi non nucleari (non possedere, non ospitare e non produrre armi atomiche), imposti dagli Stati Uniti durante l’occupazione dopo la seconda guerra mondiale. Contrari sono il Kōmeitō, partito della coalizione di governo legato al movimento buddista Soka Gakkai, e il Partito costituzionale democratico, a capo dell’opposizione, così come il Partito comunista. Tokyo non ha voluto firmare il Trattato di proibizione delle armi nucleari, a oggi la regolamentazione più rigida delle ambizioni nucleari, entrato in vigore nel gennaio 2021. A differenza dei tre princìpi, spiega il quotidiano, il trattato è vincolante.


Cambiamento improvviso

Tutto questo, però, è cambiato all’improvviso. Poco dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina, l’ex primo ministro Shinzō Abe ha suggerito che il Giappone dovrebbe considerare la possibilità di ospitare armi nucleari statunitensi, come fanno alcuni paesi in Europa. Abe ha fatto notare che l’Ucraina ha rinunciato alle armi nucleari di epoca sovietica nel 1994 e questo forse l’ha resa più vulnerabile al suo vicino. Quello che non ha detto è che se il Giappone le ospitasse, cadrebbe ogni dubbio circa la sua capacità di scoraggiare un invasore o un aggressore dotato di armi nucleari. Le parole di Abe, comunque, sono bastate per rimuovere il paravento.

In passato i tentativi dei politici giapponesi di parlare dell’argomento sono stati sempre messi a tacere dai più accreditati esperti di sicurezza. Stavolta, osserva Richard Samuels, scienziato politico del Massachusetts institute of technology di Boston, il dibattito è più concreto. Il primo ministro Fumio Kishida, originario di Hiroshima, ha respinto l’idea di Abe. Ma il suo Partito liberaldemocratico ha dichiarato l’intenzione di aprire un dibattito interno sulla deterrenza nucleare. Il Giappone ha ancora moltissime inibizioni sul nucleare e se Abe ha sollevato un tema destinato a cadere nel vuoto, sostiene Ankit Panda del centro studi Carnegie endowment for international peace, è anche per poter avviare una trattativa difficile all’interno della coalizione al potere su altre forme di difesa statunitensi, come i missili (non nucleari).

La vicina Corea del Sud ha meno inibizioni nucleari. Nel corso della sua campagna elettorale, l’aggressivo presidente appena eletto Yoon Suk-yeol ha promesso che nel caso di una crisi nella penisola coreana chiederà di schierare di nuovo delle armi nucleari statunitensi, rimosse nel 1991. In un rapporto pubblicato a febbraio dal Chicago council on global affairs, un altro centro studi, si legge che il 56 per cento dei sudcoreani ammette la possibilità di ospitare ordigni nucleari statunitensi. Una percentuale ancora maggiore (il 71 per cento) è favorevole all’idea che la Corea del Sud ne sviluppi di proprie.

Sia Tokyo sia Seoul potrebbero fabbricarsi rapidamente delle armi nucleari se lo volessero. Hanno la tecnologia, i materiali e le competenze. Più facile e meno controverso sarebbe consentire a Wash­ington di posizionare le sue armi nucleari sui loro territori. Ma per il momento nessuno dei due esiti è probabile. Gli Stati Uniti ribadiscono che le loro garanzie, nucleari e non, sono assolute.

Questo funzionerà finché Washington continuerà a offrire la solidarietà politica, a mettere enfasi sugli interessi condivisi e a essere rassicurante, cose che per i suoi alleati asiatici contano molto più del posizionamento dei missili sul loro territorio. Biden lo ha capito. Ma Trump o un altro come lui potrebbe vincere le elezioni nel 2024. Perciò il dibattito è destinato a continuare. Non si può escludere del tutto la possibilità di una “cascata” nucleare in cui le potenze asiatiche sviluppano armi atomiche tutte loro. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1453 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati