La pandemia più letale della storia è quella della peste nera, che tra il 1346 e il 1353 decimò la popolazione dell’Europa, del Medio Oriente e del Nordafrica. Uccideva infatti fino al 60 per cento degli abitanti dei posti che colpiva. Focolai locali continuarono a imperversare per mezzo secolo dopo la fine di quella devastante prima ondata, e ancora oggi, di tanto in tanto, la peste salta fuori dal suo “rifugio” nei roditori.

L’origine della peste nera fu svelata nel 2012, quando un gruppo di ricercatori guidato da Cui Yujun, dell’Istituto di microbiologia ed epidemiologia di Pechino, sequenziò i genomi del batterio Yersinia pestis raccolti in cinque paesi. I risultati indicavano che, nel corso di un big bang evolutivo, erano comparsi in rapida successione quattro ceppi diversi. Dai calcoli basati su stime della velocità evolutiva emerse che probabilmente la ramificazione si era verificata tra il 1142 e il 1339.

Angelo Monne

Ora un articolo pubblicato su Nature da un team coordinato da Maria Spyrou dell’università di Tubinga, in Germania, approfondisce lo studio cinese. A quanto pare un antenato comune ai quattro ceppi esisteva fino al 1338 in una regione dell’attuale Kirghizistan. Questo sembra indicare che la ramificazione osservata da Cui Yujun precedette di poco la pandemia.

Spyrou e colleghi l’hanno dedotto analizzando i campioni prelevati da due cimiteri sulle rive del lago Ysyk-Köl, vicino al confine con il Kazakistan. Le lapidi, che mostrano una grande concentrazione di decessi tra il 1338 e il 1339, attirano l’attenzione degli studiosi di peste da decenni sia perché indicano un alto tasso di mortalità sia perché gli epitaffi citano come causa di morte un’imprecisata pestilenza. Fino a oggi, però, non era stato possibile condurre analisi del dna.

Il nuovo studio si basa sulle ricerche dello storico Philip Slavin, dell’università di Stirling, in Scozia, che ha rintracciato i corpi esumati dai cimiteri del lago Ysyk-Köl in un museo di San Pietroburgo, in Russia, e ha avvertito Spyrou. A quel punto l’esperta di analisi genetica di dna antico, con il suo team, ha estratto la polpa dentaria da sette corpi. La scelta di testare quel tessuto era motivata dal fatto che lo smalto lo protegge dal decadimento.

Dalle marmotte agli umani

Confrontando i risultati delle analisi con i genomi del batterio Yersinia pestis sono emerse due cose: primo, in tre casi è stato confermato che il decesso era causato dalla peste nera e, secondo, in due di questi i genomi erano riconducibili a un antenato comune ai quattro ceppi noti del batterio. L’epidemia del lago Ysyk-Köl fu quindi un momento cruciale nella storia della peste nera e collocherebbe la ramificazione nella prima metà del trecento. Spyrou è convinta che la malattia partì dalle marmotte, che ancora oggi sono ospiti del batterio, e passò agli esseri umani sotto forma di zoonosi, cioè attraverso un’altra specie animale, come succede per molti microrganismi patogeni che arrivano a noi.

La tesi di Spyrou è in contrasto con un’altra ipotesi, avanzata di recente dalla storica della medicina Monica Green, secondo cui la peste nera si diffuse nel duecento con l’avanzata degli eserciti mongoli dei successori di Gengis Khan. Questo spiegherebbe le citazioni storiche della malattia in quel periodo (per esempio durante l’assedio mongolo di Baghdad nel 1258). Se così fosse, la ramificazione risalirebbe al duecento (l’epoca centrale della stima di Cui) e non al trecento. In un articolo a sostegno di questa datazione, pubblicato sull’American Historical Review nel 2020, Green ha scritto che la sua ipotesi poteva essere confutata dall’analisi di dna antico, cosa che Spyrou sostiene di aver fatto.

Green, però, non è d’accordo con lei. Pur apprezzando la capacità di Spyrou e colleghi di estrarre e analizzare il dna antico, e considerando plausibile che la ramificazione si verificò nella zona del lago Ysyk-Köl, non crede che sia avvenuta necessariamente poco prima delle sepolture. In fondo non c’è ragione per cui un antenato comune non possa trattenersi un po’ dopo aver generato nuovi ceppi. Insomma, il dibattito in corso sulla peste nera non sarà cruciale come quello sul covid-19, ma è altrettanto vivace. ◆ sdf

Questo articolo è uscito sul numero 1466 di Internazionale, a pagina 104. Compra questo numero | Abbonati